di Claudio LISTANTI
Il 2025 sarà ricordato a Roma come un anno particolare per l’attività musicale della capitale d’Italia dovuto ad una sorta di congiunzione di astri che ha sovrastato il cielo della città consentendo l’inaugurazione con Richard Wagner delle due più importanti istituzioni musicali romane.
L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha iniziato con una più che soddisfacente rappresentazione di Die Walküre affidata al Direttore Musicale Daniel Harding mentre il Teatro dell’Opera proporrà per l’inaugurazione del prossimo novembre il Lohengrin anch’essa affidata al proprio direttore Musicale Michele Mariotti.
Tali coincidenze hanno reso giustizia ad un compositore come Richard Wagner che, pur occupando un posto di preminenza nell’ambito della Storia della Musica e della Storia dell’Opera, qui a Roma è eseguito in maniera discontinua. Inoltre, proprio per questa occasione è nata una inedita collaborazione tra le due importanti istituzioni lirico-sinfoniche, Opera e Santa Cecilia, rivolte ad abbinare a queste esecuzioni due mostre dedicate al rapporto tra Wagner e Roma allestite presso le due fondazioni, in cui saranno esposti bozzetti, foto, lettere, e documenti d’epoca. Inoltre sono in atto promozioni speciali dedicate al pubblico per assistere agli spettacoli.
Per l’Accademia di Santa Cecilia l’esecuzione di Die Walküre, che ha suscitato nel pubblico notevole entusiasmo, è la prima tappa di un progetto di più ampio respiro che prevede, da qui fino al 2028, l’esecuzione dell’intera Tetralogia wagneriana proposta in forma scenica, colmando così una assenza che dura dal 1961 anno nel quale risale l’ultima rappresentazione in forma scenica del ciclo wagneriano presso il Teatro dell’Opera.

Die Walküre fa parte di Der Ring des Nibelungen, per brevità chiamato più semplicemente Tetralogia. Il termine ci fa capire che il Ring è composto di quattro opere, Das Rheingold (L’oro del Reno) che ha la funzione di Prologo alle successive tre giornate, Die Walküre (La Valchiria), Siegfrid (Sigfrido) e Götterdämmerung (Il Crepuscolo degli Dei).
È una delle opere più importanti e complesse di Wagner; basti pensare che per giungere alla stesura definitiva il genio di Lipsia ha impiegato poco meno di trenta anni, dal 1848 al 1874. Ispirato agli antichi miti germanici contenuti nella raccolta poetica del XIII secolo, Edda, dove sono narrate le gesta di Sighurd antesignano del personaggio di Sigfrido. Poi altre fonti sono altri due poemi coevi Valsungsaga e la Nibelungenlied che sviluppa i temi di Edda.
Wagner si ispirò liberamente a queste fonti letterarie per costruire un dramma che si sviluppa attorno al significato filosofico di un anello magico forgiato dal nano nibelungo Alberich con l’oro rubato dalle Figlie del fiume Reno. L’anello conferisce al possessore il potere di governare il mondo ma rinunciando all’amore.
Ad influire sulla genesi di questo progetto furono i fermenti rivoluzionari che scossero l’Europa nel 1848 che ebbero come protagonista l’anarchico Bakunin le cui idee furono condivise dallo stesso Wagner e che si esplicitavano in questa opera d’arte che mette in risalto l’ambizione dell’uomo verso il dominio assoluto, ambizioni che portano poi all’autodistruzione. Una visione premonitrice se consideriamo che anche oggi a distanza di quasi due secoli questa ambizione di sopraffazione torna spesso all’ordine del giorno per crudeltà, ferocia e brutalità.
Inoltre, con la Tetralogia, Wagner mise in atto la sua particolare visione del teatro musicale, il “Wort-Ton-Drama”, l’Opera d’Arte Totale, una entità che doveva fondere alla perfezione le componenti dello spettacolo: musica, poesia, recitazione e arti visive. Il tutto si traduce in una assoluta fluidità musicale che abbandona tutti gli stilemi dell’opera ottocentesca per dare all’orchestra il ruolo determinante per essere il motore per la ricerca di una simbiosi tra parola, testo e musica.

Fondamentale per la parte musicale è l’uso strutturale del Leitmotiv (motivo conduttore) che propone una serie di temi musicali che compaiono e ricompaiono a seconda dei momenti scenici, spesso variati, certamente non banali ripetizioni di uno spunto melodico, che si inseriscono del tessuto connettivo della partitura per fondersi ed intrecciarsi con le altre componenti. Di particolare spessore è anche l’orchestrazione che richiede l’utilizzo di una grande orchestra necessaria per realizzare non solo le numerose pagine di carattere sinfonico ma anche tutte le altre parti che vede le interconnessioni con le parti cantate che presentano una linea vocale basata su un declamato-recitato che sottolinea l’evoluzione scenica.
La Tetralogia è espressione perfetta di questa visione dell’opera perché nell’insieme possiede caratteri unitari e di sincretismo in una perfetta fusione tra tutte e quattro le opere. La prassi esecutiva, però, ha dimostrato che ognuna di esse può essere eseguita anche autonomamente e consentire all’ascoltatore un’ottima fruizione dei contenuti anche separatamente alle altre. A dimostrare questa particolarità c’è da ricordare che sia Das Rheingold che Die Walküre furono eseguite autonomamente diversi anni avanti alla prima esecuzione assoluta della Tetralogia. Fu il teatro di Monaco di Baviera ad ospitare queste recite avvenute, rispettivamente, nel settembre del 1869 e nel giugno del 1870. Le altre due opere, Siegfrid e Götterdämmerung furono eseguite per la prima volta in corrispondenza della prima assoluta del ciclo, avvenuta a Bayreuth dal 13 al 17 agosto del 1876.

Queste note introducono un altro aspetto dell’arte wagneriana, quello del luogo delle rappresentazioni che il musicista indicò nel teatro di Bayreuth costruito ad hoc per ospitare le esecuzioni delle sue opere. È la sala della Festspielhaus che possiede le condizioni acustiche ideali per un ascolto bilanciato tra orchestra e cantanti dovuto, in special modo, per la particolarità delle dimensioni e della collocazione della cosiddetta ‘buca dell’orchestra’ che consentono una diffusione ottimale dei suoni.
Qui a Santa Cecilia è stato deciso di proporre l’intera Tetralogia in quattro anni ma iniziando, inusualmente, da Die Walküre per procedere con Siegfrid (2026) e Götterdämmerung (2027) mentre Das Rheingold sarà eseguito nel 2028 quando l’interaTetralogia sarà eseguita nello stesso ambito.
Gli organizzatori, inoltre, hanno deciso di presentare l’esecuzione in forma scenica affidando la realizzazione al regista Vincent Huguet che ha predisposto un progetto di inserimento del palcoscenico all’interno della Sala Santa Cecilia utilizzando lo spazio corrispondente alla tribuna collocata in fondo e in parte dello spazio circostante. La soluzione ha alterato la struttura della sala perché la costruzione dell’impianto scenico contrastava in maniera stridente con le eleganti forme della sala ideata da Renzo Piano. La scena presentava degli intrecci di scale con ai lati due torri il tutto colorato uniformemente di bianco accesso, una tonalità di colore spesso utilizzata nelle rappresentazioni teatrali contemporanee che comunica una sorta di distacco tra scena, interpreti e, soprattutto, contenuto della trama. Gli interpreti agivano, così, all’interno della struttura con movimenti misurati e di particolare effetto.

Huguet ha voluto dare a questa sua realizzazione una impronta ‘romana’ per sottolineare l’importanza dell’avvenimento ospitato dalla città.
Secondo il regista ci sono assonanze tra il mondo romano e quello della saga dei Nibelunghi che ispirò Wagner. Huguet nelle note del programma di sala spiega con chiarezza i contenuti delle sue scelte evidenziando che tra i due mondi c’è in comune quello di essere un impero. Quello di Wotan evocato nel libretto che mette in evidenza le fasi di ascesa e caduta. Somigliante anche l’Impero del quale Roma fu il cardine, plurisecolare, e caratterizzato da tre fasi: l’Impero dell’Antica Roma, quello della Chiesa e, a suo giudizio, anche quello di carattere coloniale degli anni 30-40 del ‘900.
Le assonanze non finiscono qui. Specificatamente in Die Walküre c’è la concomitanza dei gemelli, Siegmund e Sieglinde ‘figli del lupo’ con Romolo e Remo, allevati dalla ‘lupa romana’. Per di più Huguet ha individuato una ‘parentela’ tra la cosiddetta Triade Capitolina (Giove, Giunone, Minerva) e quella che compare in Die Walküre (Wotan, Fricka, Brünnhilde): due Dei (Giove-Wotan) con al fianco le consorti protettrici della famiglia tradizionale (Giunone-Fricka) e la due figlie in quanto Brünnhilde può essere accostata a Minerva.

Tutto ciò si è tradotto nella scelta di creare costumi, mirabilmente realizzati da Edoardo Russo con la collaborazione della Tirelli Trappetti Costumi, la cui foggia ricordava l’epoca dell’impero romano con la sola eccezione del gruppo delle Walkirie al quale erano destinati costumi di stile anni ’20 del cinema muto. I movimenti risentivano un po’ della particolarità della scena realizzata da Pierre Yovanovitch per essere inserita in una ambiente che ha le caratteristiche di una sala da concerto piuttosto che di un teatro. La parte visiva era arricchita dalle luci predisposte da Christophe Forey, elemento importante per una realizzazione come questa concepita con una semplicità di base e pochi elementi scenici che sottolineavano i punti salienti dell’opera come un albero stilizzato sul cui tronco era infilata la spada che Siegmund estrae oppure il cavallo stilizzato al momento della Cavalcata delle Walchirie.

Die Walküre, inoltre, è il frutto evidente dello stile operistico wagneriano al quale abbiamo precedentemente accennato. Possiede uno sviluppo particolarmente fluido pur di fonte alla cospicua durata dell’opera che dona all’opera una godibilità e una fruibilità apprezzabile anche grazie all’uso geniale del Leitmotive. A partire dalla scena iniziale ambientata nella casa di Hunding dove la sapiente orchestrazione wagneriana ci comunica le sensazioni della tempesta che imperversa nei dintorni e che costringe Siegmund a chiedere ospitalità a Sieglinde, fino ad arrivare alle strepitose pagine sinfoniche della Cavalcata delle Valchirie, in apertura del terzo atto, che gode di una fama illimitata ecome pure lo strepitoso finale dell’opera, conosciuto come l’incantesimo del fuoco che il Dio Loge, sotto l’ordine di Wotan, accende per proteggere Brünnhilde condannata al sonno mortale per aver disobbedito al padre Wotan.
Il fuoco la proteggerà da chi avrà il desiderio di svegliarla che non dovrà essere un mortale qualsiasi ma un eroe superiore che avrà la forza di superare quel fuoco. È questo un momento catartico tra i più trascinanti della storia dell’opera.

Per l’esecuzione i responsabili della programmazione dell’Accademia di Santa Cecilia hanno messo in campo una compagnia di canto di specialisti per questo genere di repertorio che hanno tutti brillato nelle relative parti vocali contribuendo in maniera determinante al successo della serata.
Di gran classe è stato il Wotan di Michael Volle una voce dall’intonazione sicura e di grande spessore che ha nobilitato le peculiarità di questa fondamentale parte ottenendo al termine un notevole successo personale. Strepitoso successo personale anche per il soprano lituano Vida Miknevičiūtė, una Sieglinde intensa e vibrante, molto convincente per la vocalità e per la sua presenza scenica che ha rapito il pubblico. Di rilievo anche la prova del basso Stephen Milling un formidabile Hunding necessariamente ‘terribile’ e ‘accattivante’ nella realizzazione del personaggio a lui affidato. Nella parte di Siegmund c’era il tenore statunitense Jamez McCorkle al quale forse fanno difetto le necessarie caratteristiche di heldentenor wagneriano, qualità oggi praticamente scomparse, ma che ha mostrato una linea di canto sicura e di particolare effetto. Nelle altre parti principali abbiamo avuto una Brünnhilde di grande esperienza wagneriana, il soprano finlandese Miina-Liisa Värelä, al debutto nei concerti di Santa Cecilia, che ha mostrato sicurezza nella linea di canto e, soprattutto, negli ‘accenti’, contribuendo a rendere chiara la personalità di questo non facile ruolo. Infine il mezzosoprano Okka von der Damerau che ha costruito una Fricka del tutto credibile vocalmente grazie anche al vasto repertorio che ha affrontato nei maggiori teatri e sale da concerto.

Molto appropriate le voci scelte per la compagine delle Walchirie che ha una funzione prettamente ‘corale’ per formare un ‘insieme’ che lo rende personaggio unitario: Sonja Herranen Gerhilde, Hedvig Haugerud Ortlinde, Claire Barnett-Jones Waltraute, Claudia Huckle Schwertleite, Dorothea Herbert Helmwige, Virginie Verrez Siegrune, Anna Lapkovskaja Grimgerde e Štěpánka Pučálková Rossweisse.

Daniel Harding ha fornito una prova senza dubbio convincente con la quale è riuscito a superare quella certa naturale e tradizionale diffidenza del pubblico ceciliano verso i nuovi direttori musicali. Harding ha assunto questa prestigiosa carica nella scorsa stagione. Quella attuale, 2025-2026, iniziata con Die Walküre è quella della conferma e del rafforzamento del favore del pubblico. Questa esecuzione, rivelatasi intensa, curata e in linea con i contenuti estetico-musicali wagneriani, ci ha confermato le doti di Harding ed il successo ottenuto ci fa pensare ad un luminoso futuro che rafforzerà l’immensa tradizione musicale dell’Accademia di Santa Cecilia. Questo grazie anche alla prova dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia che ha confermato ancora una volta di essere compagine di alto livello, dote che conferma non solo qui a Roma ma, anche, nelle numerose tournée che intraprende in tutto il mondo, frutto del lavoro e della specializzazione di ogni singolo strumentista componente. Una prova orchestrale di grande valenza musicale e artistica soprattutto in relazione all’esecuzione di una partitura così complessa ed impegnativa.
La recita del 27 ottobre alla quale abbiamo assistito si è conclusa in maniera trionfale. Ottimo inizio di una Stagione Sinfonica che promette serate di Grande Musica e di straordinarie esecuzioni.
Claudio LISTANTI Roma 2 Novembre 2025
