Marina Ortona 20-09-2026
Bereshit n.1 e Bereshit n. 2
In una delle manifestazioni d’arte del complesso romano “La Nuvola”, sono rimasta incantata da una grande scultura a tutto tondo che rappresentava strani segni preistorici o forse simili a quelli aztechi. La particolarità dell’opera era quella di avere delle rientranze che collegavano le cinque facce. Anche dalla facciata superiore si notavano collegamenti alle facciate laterali, con deviazioni che non erano ben visibili dall’esterno. Mi sono chiesta come era stato possibile fare un’opera così complessa. Dopo la visita alla mostra sono tornata al laboratorio con la volontà piena di creare qualcosa che potesse farmi capire le fasi di questa creazione. Dal video che avevo fatto ho creato le cinque facce visibili dell’opera di cui non conosco neanche l’autore. Ho prima disegnato a matita, su carta, le cinque facce e poi, partendo da un parallelepipedo di gres, vi ho ricreato sopra il disegno a mano libera. Ho poi scavato cercando di seguire i cunicoli delle cinque facce. Poi ho dovuto scavare. E qui è stata l’impresa più grande perché, come ben si sa, perché non si spacchi, l’argilla deve avere lo stesso spessore lungo tutta la sua superficie esterna. E dove si scavava su un lato, bisognava essere molto attenti a non arrivare alla rientranza di un altro lato. Il lavoro è stato stuzzicante ma quello era solo uno studio empirico della tecnica. Il soggetto non era mio.
E così pensai alle cinque facciate visibili su quel parallelepipedo e a cosa il numero cinque portasse la mia mente a pensare, per fare un’opera che fosse veramente tutta mia. Cinque. I cinque libri della Torah, la Bibbia. E ho scritto il loro nome in ebraico, sulla carta millimetrata: Bereshit, Shemot, Vaikrà, Bamidbar, Devarim. Dopo aver riprodotto le lettere in rilievo sulle cinque facciate del nuovo parallelepipedo in gres, ho creato pertugi, scale, cunicoli, collegamenti ricavati tra una lettera e l’altra. I cinque libri erano connessi tra di loro. Lo scavo è stato un po’ più impegnativo e non scevro da difficoltà. Era nato il Bereshit n.1. È stato cotto in seconda cottura in un forno a legna, in mezzo ad un bosco. Lo smalto è a base di ossido di ferro rosso. L’effetto finale mi ha ricordato, con la sua pietra color sabbia, la Cittadella di David, una costruzione che si trova nella città vecchia di Gerusalemme.
Il Bereshit n. 2 sembra anch’esso una costruzione dei tempi antichi, una di quelle fortezze inespugnabili. I viottoli interni sbucano dove uno meno se lo aspetta, da una lettera di un altro lato o su, in cima al tetto. Scopri archi e pertugi, scale alla Escher, senza una logica connessione o andamento. Non la mia mano, bensì la mia mente scavava, chiedendosi quale sarebbe stata la strada da percorrere. Trovavo incroci interni che non avevo calcolato perché provenienti da una facciata diversa. Era tutto così imprevedibile e sfidante. Era come trovarsi lì dentro a girare, ad affacciarsi dall’alto o da archi a strapiombo, senza parapetto.
La particolarità di questo Bereshit risiede nel tipo di argilla usata, un gres rosso pompeiano, coperto da una roccia di basalto che ho macinato a mano in un mortaio. Ho setacciato questa pietra magmatica scurissima e resistente e poi, con un po’ di acqua, ho disteso la sua polvere sul gres che lo ha bevuto velocemente, come se fosse stato assetato da giorni. Il risultato è un Bereshit uscito da un vulcano, pieno di ferro e magnesio che lo rendono nero.
La sua cottura è arrivata nel forno elettrico a 1280°C.
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