redazione
La Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, proseguendo in una linea editoriale giĂ avviata con merito negli scorsi[1], ha pubblicato il volume Spazi d’arte a Roma –Â Documenti dal Centro Ricerca e Documentazione Arti Visive (1991-2020), a cura di Alessandra Cappella e Roberta Perfetti (Palombi Editori, Roma 2025)[2], laddove il merito, parafrasando Marshall McLuhan, consiste proprio nella pubblicazione “cartacea” che raccoglie ed enumera una serie variegata di altri prodotti “cartacei”, salvandoli dall’oblio e conservandoli (anche fisicamente, come si vedrĂ piĂą avanti).
A partire dagli anni settanta del Novecento il problema della memoria (in senso lato) dell’arte contemporanea si era difatti progressivamente posto in modo sempre piĂą consapevole (e urgente) a quanti, a vario titolo, operavano in questo settore e giĂ in un pioneristico editoriale comparso nel marzo 1971 su NAC (Notiziario di arte contemporanea, la rivista da lui fondata tre anni prima) Francesco Vincitorio (1921-1992) auspicava la nascita di
“una serie di Centri di Documentazione […] che, per adesso, serva a conservare i documenti (cataloghi, foto, ritagli ecc.) della attivitĂ artistica che viene svolta in Italia. Si tratterebbe di discuterne, organizzarli e poi renderli efficienti“[3].

Nel 1979 era stato proprio Vincitorio, critico d’arte sensibile e attento, a donare alla competente struttura del Comune di Roma (all’epoca ancora Sovraintendenza Comunale ai Musei, Gallerie, Monumenti e Scavi) una notevole mole di documenti – cataloghi, fotografie, inviti e altro – che era diventata la base per la costituzione del Centro Ricerca e Documentazione Arti Visive (CRDAV, fig. 1), tuttora in piena attivitĂ (la sede attuale è presso il Casino dei Principi a Villa Torlonia)[4]. La munificenza di Vincitorio – al quale si deve il suggerimento che segnò l’avvio della didattica museale in Italia (Galleria Borghese, 1961) – si estese in seguito ad altre istituzioni[5].
Per continuare, occorre una nota tecnica per precisare la situazione della conservazione di quanto viene pubblicato in Italia. L’obbligo del “deposito legale” da parte degli editori  alle Biblioteche Nazionali di Roma e Firenze (e allargato, in talune circostanze, ad altri istituti pubblici) – regolato oggi dalla legge n.106 del 2004 ma avviato giĂ nel Regno di Sardegna nel lontano 1848 – non riguarda purtroppo, fatta salva la sensibilitĂ di singole biblioteche o analoghe istituzioni, la c.d. “letteratura grigia”, termine proposto da Charles P. Auger (grey literature) in un seminario a York nel dicembre 1978 e ora definito nell’ambito scientifico come ogni forma di “informazione, in formato elettronico e cartaceo, non controllata dall’editoria commerciale“: per la cronaca, il termine era in uso in modo ufficioso anche in precedenza, ma in una ristretta e selezionata cerchia, essendo limitato a pubblicazioni riservate di carattere militare.

L’assenza di un “obbligo” giuridico genera dunque grossi rischi per la letteratura grigia in generale e, nello specifico, per quella relativa alla produzione artistica degli ultimi decenni: giĂ in una lezione universitaria romana dei tardi anni settanta Maurizio Calvesi segnalava il paradosso di aver potuto agevolmente rintracciare un raro testo a stampa del Cinquecento e di avere avuto invece notevoli difficoltĂ nel ritrovare lo smilzo dĂ©pliant di un evento artistico di pochi anni prima (la difficoltĂ si moltiplica nel caso degli inviti o delle fotografie degli allestimenti). Per evitare il rischio di uno smarrimento irrimediabile occorre dapprima la raccolta e la conservazione di un materiale vasto, eterogeneo e talora quasi sfuggente, affidata oggi a varie istituzioni, congiunta alla sua pubblicazione sistematica, base irrinunciabile per ogni forma di conoscenza e di studio, a volte sotto la forma di repertori[6] (fig. 2).
Per entrare nello specifico della struttura, il volume Spazi d’arte 2025, si apre, dopo la presentazione del Sovrintendente Claudio Parisi Presicce, con alcuni testi storico-critici che spaziano dall’analisi della funzione del CRDAV allo sguardo sull’attivitĂ artistica a Roma nel periodo preso in esame[7]. Si passa quindi al nucleo centrale della pubblicazione, vale a dire il riepilogo dell’attivitĂ espositiva di oltre quaranta gallerie e spazi d’arte a Roma, fondamentale per spingere anche le istituzioni pubbliche a una minore distrazione di fronte alle proposte artistiche contemporanee.
Ogni galleria viene singolarmente presentata da un testo critico – e va a merito delle due curatrici (entrambe funzionarie della Sovrintendenza Capitolina) il misurato equilibrio del coordinamento di tanti studiosi – ben illustrati, sono corredati da singole bibliografie e sitografie: si dipanano in tal modo tre decenni davvero cruciali per l’arte contemporanea (non solo romana), consentendo ai lettori e agli studiosi di riannodare trame, mettere in fila proposte e progetti, annotare le intuizioni proseguite con successo e quelle disperse come un fiume sotterraneo, ricordarsi delle artiste e degli artisti che sono riusciti a consolidarsi nel tempo e di quanti sono stati invece (talvolta ingiustamente) solo effimere presenze. Nel vivo della “critica militante” (espressione in disuso) si entra con la sezione Testimonianze e contesti dell’arte a Roma dagli anni ’90 con tre interventi dedicati ad attualizzare l’ultimo decennio del Novecento[8], mentre a cura di Alessandra Cappella è l’appendice conclusiva dedicata al Fondo Gallerie d’arte del Centro Ricerca e Documentazione Arti Visive.
Quello che emerge (e che conta, alla fine) è l’incredibile vivacitĂ di una cittĂ che ancora una volta si rivela – come è stato inizialmente notato nell’ambito degli studi di storia religiosa e di sociologia – una Roma plurale, capace di accogliere e di rilanciare, di ricordarsi del proprio passato lontano o piĂą recente (fig. 3).

L’attivitĂ delle singole gallerie, che attraverso questo volume si può ripercorrere, diventa l’occasione amplificata per un’indagine che dalle tendenze strettamente artistiche – quadri, fotografie, disegni e arazzi (fig. 4) – si sposta al dialogo tra esperienze (apparentemente) diverse, incrociando i sentieri intrecciati della ricerca.

Roma 10 Maggio 2026
NOTE

