Artisti, eventi, gallerie, amicizie: per una breve storia della Pop art nostrana. A Piazza del Popolo la risposta italiana alla Pop art americana.

di Lucrezia RUBINI

La mostra su Schifano, al Palazzo delle Esposizioni a Roma [1], offre un’indagine ampia e ben documentata su un artista, che merita di essere adeguatamente studiato, come molti altri italiani che hanno interpretato, in Italia, la figuratività negli anni Sessanta.

Questo perché la scena internazionale era dominata dall’America e da nomi significativi come Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Ed Ruscha o Robert Rauschenberg, che interpretavano la Pop art, come linguaggio profondamente sentito in un Paese dove il consumismo, e gli strumenti pubblicitari di induzione ad esso, costituivano un fenomeno pervasivo, su cui l’arte, come sempre, ha indotto a riflettere.

 Proprio per questa genesi americana, in Italia è difficile parlare di una “Pop art italiana”, poiché gli artisti che hanno operato in quegli anni si sono avvicinati, sì, alla “Pop art americana”, mediante viaggi e partecipazione a mostre tenutesi specialmente a New York e Parigi, ma ogni artista italiano ha poi elaborato e proposto delle ricerche così originali, complesse, articolate e diversificate, che l’espressione ‘Pop art italiana’ sarebbe una forzatura da manuale, usata pur di categorizzare fenomeni non uniformati e uniformanti.

È il caso della stagione tanto breve, quanto intensa, della cosiddettaScuola di Piazza del Popolo” (fu forse Alberto Arbasino a coniare l’espressione)[2], i cui rappresentanti si ritrovavano al “Bar Rosati”, (ancora esistente), collocato sul lato destro della piazza, per chi proviene dalla Porta del Popolo.

Gli artisti direttamente coinvolti erano Mario Schifano, Franco Angeli, Giosetta Fioroni e Tano Festa.

Altri artisti che si unirono al gruppo furono Cesare Tacchi, Sergio Lombardi, Pino Pascali, Francesco Lo Savio, Renato Mambor, Mario Ceroli, Umberto Bignardi e Jannis Kounellis. La galleria di riferimento fu “La Tartaruga”, gestita dal fotografo Plinio De Martiis, fondata nel 1954, con sede in via del Babuino, che creò un ambiente di grande fervore e accolse coraggiosamente gli studenti del corso dell’Accademia di Belle Arti di Roma, allora diretta da Toti Scialoja, creando così il primo nucleo della “Scuola di Piazza del Popolo”, che indicava il sodalizio di un gruppo di artisti che si riconoscevano per comunione di intenti. Tale ‘scuola’ assunse le caratteristiche sue peculiari, che qui sto cercando di delineare, nel 1963, quando “La Tartaruga” si trasferì, da via del Babuino, in piazza del Popolo al numero civico 3. Il sodalizio tra gli artisti che frequentavano bar e galleria resistette fino al 1969, quando la mostra di Jannis Kounellis nella Galleria “L’ Attico”, dal titolo Cavalli, mettendo in mostra dodici cavalli vivi, aprì la ricerca verso altre forme, tra la land art e l’happening, in cui gli altri membri del gruppo non si riconobbero.

La Galleria “La Tartaruga” si inseriva in quegli anni, in un fervore molto attivo e significativo, insieme ad altre gallerie della Capitale, come “L’ Attico”, fondata da Fabio Sargentini nel 1957, “La Salita” di Gian Tomaso Liverani, fondata nel 1957 e “La Nuova Pesa”, fondata nel 1959 da Alfio Marchini[3].

In questo stretto giro di anni dunque, che potremmo circoscrivere tra il 1961 – quando si inserì Schifano –  e il 1969 – in seguito alla “rottura” determinata da Kounellis – “La Tartaruga” organizzò diverse mostre iconiche, che delinearono il quid specifico della ricerca italiana, diversa per molti aspetti da quella americana, per quanto da questa influenzata, ovvero virante verso una ricerca attenta più ai materiali e alla forma che ai contenuti, facente riferimento ad una riflessione, rivisitazione, reinvenzione, ironica e anche polemica, della tradizione e della storia dell’arte italiana soprattutto.

Insomma la “Pop art”, in Italia, non ha mai trovato una declinazione specifica, semmai il suo vento proveniente dall’America è servito piuttosto ad attivare nuove espressioni, non riducibili ad un movimento riconoscibile, a causa della specificità e diversità di ognuno dei membri di questo gruppo, che si può ‘classificare’ solo in riferimento ad un luogo e giammai per uniformità di ricerca artistica.

“La Tartaruga” costituì un crogiolo prezioso di ricerche sperimentali, attraverso mostre iconiche, che costruirono un tessuto specifico della realtà romana.  Tra queste, due furono fondamentali: nel 1963 “Tredici pittori a Roma”, in cui esposero Franco Angeli, Umberto Bignardi, Tano Festa, Jannis Kournellis, Renato Mambor, Fabio Mauri, Gastone Novelli, Achille Perilli, Mimmo Rotella, Peter Saul, Cesare Tacchi, Cy Twombly e nel 1964 “Otto pittori romani” (Angeli, Ceroli, Festa, Fioroni, Kounellis, Pascali, Schifano, Tacchi).

Ciò che accomuna questi artisti è la ricerca di un nuovo linguaggio, che vada oltre sia il Realismo, ormai insufficiente a rappresentare la complessità della società del boom economico degli anni Sessanta, sia l’Astrattismo, che aveva caratterizzato in Italia gli anni Cinquanta, con le declinazioni di Forma 1, Gruppo N e Gruppo T, troppo razionaliste, studiate, staccate dalla realtà, introspettive e centrate sul solipsismo dell’uomo odierno. Gli artisti della “Scuola di Piazza del Popolo” erano sperimentali, ma allo stesso tempo legati alla realtà, ora indagata con totale libertà espressiva, carica di non-senso, allo scopo di affondare al nocciolo di un nuovo umanesimo, libero da moralismi e ideologismi.

I presupposti della “Scuola di Piazza del Popolo” si possono far risalire al 1958, quando alla galleria “Appia Antica” di Milano si riunirono Piero Manzoni e i romani Francesco Lo Savio, Mario Schifano e Giuseppe Uncini. Nel 1959 Angeli, Festa, Lo Savio, Schifano, Uncini e De Bernardi esposero nella galleria “L’ Appunto” in via Gregoriana a Roma e, l’anno successivo, seguiranno prima la mostra al “Cancello” di Bologna e infine quella romana presentata a “La Salita” da Pierre Restany, che in tale occasione aveva parlato di “Noveaux Rèalistes” e “New Dada”. Anche Maurizio Calvesi si espresse con questi termini [4], ma si tratta di una forzatura, o per meglio dire di voler in qualche modo dare una veste, la più dissacrante possibile, a chi invece aveva un senso di libertà che andava persino oltre la ribellione.

 Una chiave di lettura di un fenomeno, che tendeva ad attribuire alla “Pop art” cose molto diverse tra loro, e comunque tutto ciò che era americano, si può individuare nella XXXII Biennale di Venezia del 1964. La presenza di artisti americani, mai visti prima in modo così massiccio, creò una grande attenzione da parte della stampa, che li definì indistintamente come “Pop art”: da Rauschenberg e Jasper Johns, a Oldenburg e Jim Dine, a Frank Stella. Su questo argomento seguì poi la riflessione sia di Maurizio Calvesi, che ribadì l’originalità ed estraneità dell’arte italiana dalla Pop, sia quelle apparse nella pubblicazione Arte d’oggi[5], dedicata interamente alla Biennale, con interventi, tra gli altri, di Gillo Dorles e Enrico Crispolti.

L’indipendenza dei “nostri” della “Scuola di Piazza del Popolo”, rispetto al linguaggio Pop, si può evincere dall’analisi di alcune opere iconiche, che essi produssero proprio in quel giro stretto di anni che abbiamo individuato, di profondo sodalizio del gruppo che, una volta scioltosi, portò le loro ricerche ad espressioni di cifre individuali, sempre più divergenti e caratterizzanti.

Mario Schifano si può dire che sfiorò il linguaggio Pop nel 1962, quando inserisce nei suoi quadri frammenti di scritte, riferentesi alla Coca Cola e alla Esso, come in Particolare di esterno (fig.1);

Fig.1 Mario Schifano, Particolare di esterno, 1962

riceve degli importanti riconoscimenti per questo: in quell’anno, infatti, partecipa alla mostra “The New Realists” alla Galleria Sidney Janis e viene notato da Ileana Sonnabend, che l’anno successivo gli dedica una personale a Parigi. Ma si tratta solo di sperimentazioni provvisorie, tanto che l’artista dichiara:

“Ho fatto i miei lavori contemporaneamente e non successivamente alle esperienze Pop. Per quanto riguarda il mio non essere coincidente con la Pop americana, posso citare l’esempio del mio contratto di lavoro – del ’62 […]. La Pop art la facevano loro e la imponevano, quasi come un fatto politico”[6]

Schifano abbandona questo linguaggio già alla fine del 1963, dirigendo la sua ricerca verso altre articolate, complesse e varie espressioni, riguardanti, tra l’altro, il paesaggio e la pittura del passato, come in Leonardo (fig.2).

Fig.2 Mario Schifano, Leonardo, 1963

Per quanto concerne gli altri del gruppo della “Scuola di Piazza del Popolo”, Franco Angeli offre della “Pop art” una declinazione molto personale, che inizia nel 1961, ma il riferimento ad opere del passato specialmente italiane, anche dell’antica Roma, come nella serie Frammenti Capitolini (fig.3), risalente al biennio 1963-64,

Fig.3 Franco Angeli, Frammenti Capitolini, 1963

affianca sin d’ora altre opere, riconducibili più chiaramente al linguaggio Pop, come Quarter dollar del 1964. Ancora, un Half dollar apparirà nel 1967 (fig.4), come ultimo epigono del Pop, dopodiché egli abbandona completamente il linguaggio Pop, per esprimere tematiche fortemente coinvolte negli eventi contemporanei.

Fig.4 Franco Angeli, Half dollar, 1967

Un percorso molto simile a quello di Franco Angeli, è svolto da Tano Festa. Anche lui partecipa alla mostra “The New Realists” alla Sidney Janis Gallery di New York, dove espone una Persiana (fig.5), in cui l’uso di un ready made, lo avvicina forse più al “New-dada”, che alla Pop.

Fig.5 Tano Festa, Persiana, 1962

Già dal 1963 inizia la serie di lavori dedicati alle opere d’arte italiane come I coniugi Arnolfini di Van Eyck o, nel 1964, La creazione dell’uomo, presentata alla Biennale di Venezia (fig.6).

Fig.6 Tano Festa, La creazione dell’uomo, 1964

Nel 1965 e ‘66 soggiorna a New York, esperienza che lo influenzerà profondamente, approdando alla produzione, originalissima, della serie dei Cieli newyorchesi (fig.7), che sarà presentata alla Galleria Swarz di Milano dal titolo “Il planetario di Tano Festa”.

Fig.7 Tano Festa, Cielo NewYorchese, 1965-66

Sergio Lombardo declina la sua ricerca nell’ambito della grafica e delle monocromie sin dagli anni 1958-61. Nel 1963 produce la serie dei Gesti tipici (fig.8), che denuncia il suo interesse per la psicologia, derivante da studi seguiti all’Università.

Fig.8 Sergio Lombardo, Gesti tipici, 1963

Nel 1966, presso “La Tartaruga” ribadisce in modo definitivo la sua ricerca grafica con la mostra “Progetti grafici”, che porterà alla produzione, nel 1968, dei Supercomponibili, le aste, i Punti e le Scatole, opere tutte di matrice minimal, tra riflessione geometrica e design.

Infine, riguardo a Giosetta Fioroni, altra protagonista della “Scuola di Piazza del Popolo”, si può affermare che non si è mai avvicinata alla “Pop art”, avendo una matrice marcatamente informale, sin dalle sue prime produzioni, in cui anche lei, come i colleghi Festa, Mario Ceroli[7] e lo stesso Schifano,  rivisita opere dell’arte rinascimentale, trattate con ironia e dissacrazione (Le cortigiane da Carpaccio del 1966) (fig.9),

Fig.9 Giosetta Fioroni, Le cortigiane da Carpaccio, 1966

per poi virare verso le installazioni e le performance, come avviene in La spia ottica (fig.10), opera presentata nel 1968, alla mostra “Teatro delle Mostre” alla Galleria “La Tartaruga”, in cui unisce ambiente e performance.

Fig.10 Giosetta Fioroni, La spia ottica, 1968

Certamente ciò che è accaduto in quel bar e in quella galleria di piazza del Popolo a Roma, negli anni Sessanta, costituisce un’esperienza unica, catalizzatrice di fenomeni dell’arte italiana che avrebbero trovato sviluppi molteplici fino ai giorni nostri.

Con una nota di malinconia, così lo racconta Plinio De Martiis nel catalogo di quella nuova galleria, che avrebbe successivamente aperto a piazza Mignanelli:

“il loro andirivieni nella magia di quella piazza ha tessuto quella trama che oggi, a vent’anni di distanza, possiamo riconoscere come una delle esperienze più esaltanti dell’avventura moderna in Italia”[8].

Lucrezia RUBINI  Roma 10 Maggio 2026

NOTE

[1] La mostra Schifano, presso Palazzo delle Esposizioni a Roma, tenutasi dal 17 al 12 luglio 2026, a cura di Daniela Lancioni, ha offerto una panoramica ampia ed esaustiva dei circa quaranta anni di carriera dell’artista, facendone riscoprire la complessità e le fasi di ricerca.
[2] M. Bussagli, La Galleria La Tartaruga, “art&dossier”, febbraio 2021, n.384, p.40.
[3] Nel circuito culturale di Alfio Marchini gravitavano anche personaggi, grandi letterati, come Ungaretti o Moravia.
[4] In una conferenza nell’ambito della Quadriennale, intitolata “Dall’Informale al Neo Dada”, tenutasi nel 1961 (citata in una nota di Roma anni 60. Al di là della pittura, Roma, Edizioni CARTE SEGRETE, 1990), Calvesi aveva attribuito tale definizione agli artisti più svariati, da Rauschenberg e Arman a Novelli e Perilli, da Rotella e al trio Angeli-Festa-Schifano
[5] Il volume fu pubblicato a cura della casa editrice Curcio e offre una panoramica ampia e articolata su quanto esposto in quella Quadriennale.
[6] W. Guadagnini, Pop Art: Cinquant’anni dopo, in W. Guadagnini (a cura di), Pop Art: 1956-1968, L’Espresso, 2007, p.236
[7] Mario Ceroli, in particolare, reinventa, con le sue sagome di legno, l’uomo leonardesco, Adamo ed Eva tratti da Michelangelo e la Venere botticelliana.
[8] P. De Martiis, in G. Parise, Scaglie di Tartaruga, in G. Parise, Artisti, Neri Pozza Editori, Vicenza, 1994, p.100.

BIBLIOGRAFIA

– G. Parise, Scaglie di Tartaruga, in G. Parise, Artisti, Neri Pozza Editori, Vicenza, 1994.
– W. Guadagnini (a cura di), Pop art 1956-1968, catalogo della mostra, Roma, Scuderie del Quirinale, 26 ottobre-27 gennaio 2008, Silvana editore- Gruppo edit. L’Espresso, 2007.
– G. Valcamonica e V. Zanetti, Pop art, in M. Corgnati et al, Arte contemporanea. Anni Sessanta, Electa, 2018, pp.30-65.
– M. Bussagli, La Galleria La Tartaruga, “art&dossier”, febbraio 2021, n.384, pp.36-41
 – D. Lancioni (a cura di), Schifano, catalogo della mostra, Roma, Palazzo delle Esposizioni, 17 marzo-12 luglio 2026, Electa, 2026.