di Maria BUSACCA
Il 6 aprile del 1724 nella città di Palermo si consumò l’ultimo Autodafè, l’Atto di fede pubblico ovvero di sottomissione all’autorità religiosa attraverso il quale si metteva in scena un vero e proprio teatro dell’orrore; lo descrive minuziosamente ne L’atto pubblico di fede solennemente celebrato nella città di Palermo à 6 aprile 1724 dal Tribunale del S. Uffizio di Sicilia (fig. 1), redatto a tre mesi dall’avvenimento, il canonico della Cattedrale monsignor Antonio Mongitore, assegnando il compendio grafico al fine illustratore Francesco Cichè (attivo 1707- 1742) (fig. 2).


Poiché l’ultimo risaliva al 1658 si decise di celebrarlo secondo la consuetudine spagnola “in pompa magna”, con processione dei penitenti, corteo dei nobili, del clero e degli esponenti del governo; il firmatario, Joaquin Fernandez Portocarrero viceré di Sicilia, da un lato mirava a rinforzare i rapporti tra la monarchia austriaca e la nobiltà siciliana ancora legata alla Spagna e ai suoi fasti, e dall’altro a ingraziarsi il rispetto dell’autorità religiosa. L’organizzazione capillare non ammetteva delazioni, obbligando le autorità a presiedere e assicurando l’indulgenza come premio a tutti i partecipanti.
I condannati erano 28: di essi 26 avrebbero compiuto l’atto di sottomissione sfilando fra la folla con abiti da penitenti e accolto quindi le pene consistenti in anni di carcere e pagamento in denaro, mentre i due renitenti all’abiura sarebbero stati accompagnati dal carcere di Palazzo Steri fino al Piano di sant’Erasmo, luogo dell’esecuzione sul rogo.
Le tavole del Cichè all’interno della relazione di Mongitore illustrano i due distinti momenti dell’evento, fornendo una rappresentazione puntigliosa, didascalica appunto: la prima ci riporta nel piano della Cattedrale (fig. 3) con la tribuna recintata divisa in due ali, i tre giudici del tribunale dell’inquisizione in alto a destra e gli alloggiamenti per il pubblico tutti intorno,

la seconda con la palizzata circolare in legno a racchiudere il rogo già in atto e gli spettatori in cabine dotate di affacci per assistervi (fig. 4).

Entrambe le scene sono corredate di legenda per aiutare il lettore a districarsi nella narrazione popolatissima di personaggi, penitenti, incappucciati, nobili, clericali, aguzzini e financo venditori ambulanti con carretti e banchetti allestiti per rifocillare con cibo e bevande gli astanti (fig. 5)


Del prezioso libro si conserva una copia in collezione privata a Catania, integra nelle sue parti sebbene aggredita inesorabilmente dagli agenti patogeni che negli anni hanno in parte agito sulla coperta e sulle pagine; con attestazione di proprietà autografa sul frontespizio “E(x libris) di D(ottor) Giuseppe / Battiati Borrello/ Catanense”,[1] (fig. 6) fortunatamente essa presenta le tavole ancora al suo interno, precedentemente studiate e analizzate da L. Sciortino[2].
I condannati per eresia erano Frà Romualdo Barberi, agostiniano laico di Caltanissetta di anni 58, e Suor Geltrude Cordovana, terziaria benedettina di Caltanissetta di anni 57. Entrambi accusati per aver seguito il Quietismo o Molinismo, una corrente mistica sviluppata in Italia e largamente diffusasi in Sicilia alla fine del Seicento sulla base della predicazione del prete spagnolo Miguel de Molinos, secondo la quale si ritiene possibile il raggiungimento della perfezione cristiana attraverso uno stato continuo di quiete passiva e fiduciosa dell’anima, prescindendo dalle pratiche e dalle liturgie tradizionali.
Considerata una dottrina pericolosa, nel 1687 il Quietismo fu condannato come eresia da papa Innocenzo XI Odescalchi con la Bolla Coelestis Pastor. Ai due, inquisiti e incarcerati nel 1699 quando avevano circa 32 anni, vennero contestati frasi e comportamenti deliranti e di farneticazione. Proclamandosi innocenti nonostante le torture, furono dichiarati “eretici impenitenti” e destinati alla giustizia del fuoco, per la purificazione dello spirito e del corpo.
Suor Geltrude avrebbe trascorso 25 anni in carcere, Fra Romualdo 18 in carcere e 7 in conventi penitenziali, fino al giorno dell’esecuzione. Il clima attorno a questo Spettacolo di Fede era quindi molto acceso, e se la descrizione che ne fa il Mongitore si rivela di parte, a tratti entusiastica per l’efficacia del Tribunale del Santo Uffizio che ne era il committente, diversa e più incline alla umana pietà è la descrizione che ne fa lo storico napoletano Pietro Colletta, circa un secolo dopo i fatti; e diversa sarà la resa che, sulla base di quest’ultima narrazione, ci fornirà nelle sue tele Salvatore Giaconia (Palermo 1825 – 1899).
Dal freddo e minuzioso lavoro incisorio di Cichè passiamo all’interpretazione romantica e compassionevole per i due derelitti di Giaconia, indice di un cambio di prospettiva non solo morale ma anche politica. Cichè è interessante per vari motivi: la trasposizione di comportamenti e consuetudini, la resa dettagliata della scena che segue pedissequamente la narrazione del Mongitore, la folla di personaggi, di situazioni, di particolari del costume dell’epoca a lui contemporanea; così gli viene naturale costruire la visione dall’alto, come se si trattasse di una veduta paesaggistica nella quale è inserito un avvenimento, e il racconto dei due poveri corpi avvolti dalle fiamme quasi si perde fra carrozze, processioni di incappucciati, cavalli, portantine (fig. 7).

Si confronti con il dipinto del 1683 di Francesco Rizi (Madrid 1608 – 1685) dell’Autodafè del 30 giugno 1680 (fig. 8), scena affollatissima in cui i penitenti sfilano con l’abbigliamento tipico dei condannati dall’Inquisizione, le Coroze, cappelli a punta fatti di carta o cartone dipinti, e i Sambeniti, simili a grandi scapolari;

il condannato che si pentiva indossava il sambenito giallo con croci diagonali dipinte sui due lati, mentre i condannati a morte ne indossavano uno nero dipinto con fiamme, demoni o draghi, allusione all’inferno che li attendeva.
Quello che la tecnica dell’incisione non ci permette di cogliere lo fa la pittura, e il Rizi con i suoi colori accesi ci consente di spaziare con lo sguardo e comprendere che fra i penitenti del 1680 nessuno era destinato al rogo; dopo essere passati davanti al Tribunale i penitenti che sfilavano reggendo cartelli sui quali era trascritto il loro peccato (fig. 9), compivano atto di sottomissione davanti alla Croce verde, aiutati in questo particolare momento del rito dai frati domenicani

– così nella relazione del Mongitore sono riportati tutti i momenti della cerimonia, dalla processione fino all’ordine di uscita delle confraternite, soggetto della terza illustrazione del Cichè contenuta nel testo che qui non analizzeremo, e alla distribuzione dei partecipanti, compresi gli spettatori -. Mentre la rappresentazione bruta e soprattutto simultanea dei due roghi attuata per motivi di sintesi narrativa dal Cichè (fig. 10) non segua il testo di Mongitore che li distingue nettamente
“Prima di farlo ascendere sul patibolo, gli fu fatto vedere l’esito dell’infelice Geltruda per commuoverlo a terrore e pentimento …” (p. 100),

Giaconia cambia registro: egli si concentra sui due momenti più coinvolgenti emotivamente per la sensibilità moderna, cioè il Trasporto al supplizio di suor Geltrude e frà Romualdo e il Supplizio di suor Geltrude, entrambi dipinti su tela del 1872, conservati alla galleria di Palazzo Abatellis a Palermo[3]. Operando la scelta di porre l’accento soprattutto sulla vicenda della povera donna, dimostra di preferire la versione più drammatica; il Colletta infatti indugia su un particolare cruento e rivelatore al contempo di una misoginia diffusa, probabilmente ancora molto forte nel tempo di realizzazione dei due dipinti. Dopo essere stata tradotta dal carcere su un carro insieme a Romualdo, esposti alla gogna pubblica al passaggio dei Quattro Canti palermitani fra uno stuolo di penitenti incappucciati, prelati e domenicani (fig. 11), la povera Geltrude viene portata sulla pira col sambenito impeciato e i capelli sciolti;

Giaconia immortala il momento precedente al rogo, quando il boia afferra la lunga chioma per darla alle fiamme, un ultimo avvertimento alla donna perché abiuri e si possa salvare, sotto gli occhi di Frà Romualdo, che non riesce a sostenere la scena e si volta per non guardare (fig. 12).

Sullo sfondo il mare calmo e il monte Pellegrino – dati paesaggistici non presenti in Cichè se non come cinta di rilievi tutto intorno sulla linea dell’orizzonte -, la natura non partecipa alla scena crudele, mentre la folla umana popola il pianoro; Giaconia coglie l’attimo precedente la tragedia, sospende l’azione, crea la suspance e si mostra molto moderno in questa scelta stilistica, che sicuramente impressiona più della descrizione minuziosa del Cichè. Diverse le finalità, diverse le sensibilità, ma entrambe comunque a servizio della narrazione storica che oggi leggiamo con occhio più critico, ma che non lascia spazio all’interpretazione: la fede utilizzata come strumento di potere e controllo che sulle menti semplici, come erano quelle di Geltrude e Romualdo, fallisce miseramente.
Maria BUSACCA
NOTE
[1] Si ringrazia la dott.ssa amica Anna Bartolone per la consulenza archivistica
[2] Esposte a Monreale al Museo Diocesano, non vengono però messe in relazione come facenti parte di un’unica narrazione dalla studiosa, cfr. L. Sciortino, Religione, cultura, società nella straordinaria raccolta di acqueforti e incisioni della coll. Renda Pitti a Monreale, in AboutArt online, 2024
[3] Schede di catalogo n. 1900320958 (Supplizio di suor Geltrude) e 1900320959 (Trasporto al supplizio di suor Geltrude e frà Romualdo)
Bibliografia:
-
Caruso, L’opera grafica di F. Cichè, con note bio-bibliografiche di A. Giuffrida e E. Casile, Palermo 1976.
-
Natoli, Cichè Francesco, voce in D. B. I., V. 25, 1981
-
Sciortino, Religione, cultura, società nella straordinaria raccolta di acqueforti e incisioni della coll. Renda Pitti a Monreale, in AboutArt online, 2024
-
Zafarana, “Spettacolo di Fede” celebrato nella città di Palermo il 6 aprile del 1724,in adset.it
-
Messina – Sicilia 1492-1799 un campionario di crudeltà umane– Editrice L’Orma 2022
