di Vania COLASANTI

Giovanna Caruso Fendi, con l’emozione della prima volta, rivolge lo sguardo alla Colonna Traiana che si staglia imponente davanti al suo FOROF.
Sotto di lei, un luogo che da oltre 2.000 anni è simbolo di libertà e di diritti civili. Perché l’ipogeo sottostante corrisponde all’abside della basilica Ulpia, là dove avveniva la manumissio: l’atto pubblico con cui uno schiavo riscattava la sua condizione sociale e diventava uomo libero.
L’illuminata imprenditrice culturale, collezionista, fondatrice e presidente di uno spazio che coniuga e promuove il dialogo tra archeologia e arte contemporanea, tra storia e sperimentazione, a meno di cinque anni fa un bilancio della sua attività.
Ma prima rivela il sentimento profondo che la lega a FOROF:
«È la mia libertà personale. Se Traiano qui fa diventare la manumissio un atto pubblico, dando agli schiavi la possibilità di acquisire diritti e doveri come tutti i cittadini romani, io, grazie a questo luogo, ho liberato me stessa. Ringrazio infinitamente la mia famiglia, le sarò sempre grata per tutto quello che ho ricevuto, per avermi trasmesso l’amore per il bello, per l’arte, la cultura. Però spesso famiglie così, che diventano anche molto importanti a livello pubblico, sono anche un po’ come delle gabbie d’oro. E l’identità personale rischia di essere messa in disparte, di non uscire fuori. Quindi riacquistare dai miei familiari questo luogo – lo spazio interno a Palazzo del Gallo di Roccagiovine in Foro Traiano 1 – e dare vita a un mio progetto ambizioso, ha rappresentato una sfida personale.
Un progetto finalmente tutto mio, ambizioso, anche con connotazioni d’innovazione, tanto che con orgoglio ho vinto un bando proprio come progetto innovativo di start up nell’imprenditoria femminile. Un processo che ha liberato me. FOROF è la mia manumissio».
– Se dovesse presentare FOROF a chi non lo conosce, come lo racconterebbe?
R: «Intanto lo reputo il mio quarto figlio, perché comunque è un prodotto di generatività, nato come progetto di riaprire un luogo inaspettato, misterioso, nascosto, in una Roma stratificata verticalmente. Ho preso spunto da una frase di Andy Warhol: “Roma è il tipico esempio di città in cui i monumenti e il patrimonio artistico durano troppo a lungo”. E ho pensato che se all’antichità gli si dà una nuova luce, una nuova chance, una rinascita, una vitalità, facendo dialogare l’archeologia del luogo con l’arte contemporanea, diventa pura magia.
-Un percorso anche sinestetico che riguarda tutti i sensi, in particolare l’olfatto, tanto che ha coinvolto una professional nose: Laura Bosetti Tonatto, la maggiore esperta italiana di essenze su misura. In che modo?
R: «L’obiettivo è stato creare una memoria olfattiva di libertà. E Laura ha isolato 4 essenze: rosa, incenso, zafferano e ambra, sicuramente presenti nel rito della manumissio. Essenze con le quali venivano imbevute anche le canne nel Colosseo per mitigare i cattivi odori. Da questa sperimentazione sono arrivati in finale due profumi. E quando lei mi ha chiesto di sceglierne uno, che comunque conteneva l’ambra che amo particolarmente, mi ha detto: “Non pensare a un profumo per te, ma pensa alla memoria olfattiva della storia di questo luogo”. Ed è nato il profumo di FOROF che, come il nome, ha una doppia accezione, anche un po’ dadaista: un percorso olfattivo che “aspira” al concetto di libertà, ovvero aspirando l’essenza, ma anche come “aspirazione”, ambizione a un traguardo. E faccio sempre una battuta: se Marcel Duchamp ha creato l’air dei Paris, io ho creato l’aria di Roma.
– FOROF, un acronimo palindromo. Cosa significa?
R: «Fo come Foro, Ro come Roma, F come Fendi, con l’ultima consonante rovesciata. Il termine palindromo in greco significa che si può attraversare da ambo i lati, come in questo luogo che dalla colonna di Traiano, percorrendo FOROF, si entra nel cuore di Roma e viceversa».
– Cosa comporta portare avanti un progetto di conservazione archeologica e di avanguardia contemporanea in un’area in piena evoluzione come quella di via dei Fori Imperiali, di piazza Venezia?
R: «L’obiettivo è di condividere l’arte in modo innovativo, in un rapporto costante tra storia, archeologia e arte contemporanea. Per questo FOROF ospita un programma di progetti site-specific in cui artisti italiani e internazionali – individuati dal comitato scientifico per la loro capacità di relazionarsi con lo spazio e il contesto culturale in cui operano – vengono chiamati a ideare una mostra o un’installazione ambientale, traendo ispirazione da questo luogo e in dialogo con lo spazio archeologico ipogeo, ovvero quello della basilica Ulpia che non era un luogo religioso ma un sito altamente sociale. Su quei pavimenti in marmo, rimasti intatti nei colori per la grande presenza di acqua in cui erano rimasti sommersi, i romani ci camminavano quotidianamente, era un luogo di confronto, un vero internet point di duemila anni fa.
– Includendo anche un sito archeologico, com’è regolato il rapporto con la Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma?
R: «Per tre anni tutti gli scavi sono stati interamente sostenuti economicamente dalla fondazione che ho con mia mamma Alda e mia sorella Alessia: Alda Fendi Esperimenti. Essendo un sito archeologico, la realtà è in parte metà pubblica e in parte metà privata, regolata da una convenzione con la Soprintendenza ai Beni Culturali. Trattandosi di un luogo fortemente umido, in stretto contatto con l’acqua sotterranea, abbiamo inserito, nascondendole, delle potenti macchine di deumidificazione. Questo perché abbiamo l’onere, oltre all’onore, di portare avanti la tutela di un sito che è nelle viscere dell’impero romano. Proprio come diceva Andrea Purgatori nel suo bel documentario dedicato a questo spazio e che esclusivamente i visitatori di FOROF possono guardare».
– Come sono strutturati i vostri appuntamenti legati ad Artflix?
R: «Innanzitutto FOROF è nato durante la pandemia, quando non si faceva altro che vedere serie tv. E così mi sono ispirata a Netflix, dando vita a un neologismo – Artflix – che riassume l’impostazione metodologica che lega Stagioni ed Episodi. Le Stagioni portano avanti la dialettica di mostre site-specific firmate dall’artista protagonista, attivate periodicamente da Episodi affidati ad artisti “ospiti”. In ogni Stagione, l’artista selezionato è accompagnato da un curatore diverso. Nella zona polifunzionale che affaccia sulla strada, di fronte ai Fori, la mostra si nutre di eventi collaterali, tra performance, reading, talk, interventi musicali a carattere relazionale e partecipativo, in cui il pubblico non è solo spettatore, ma anche protagonista. E, con la volontà di creare una narrazione che si articola e si approfondisce ogni mese, la programmazione prevede anche i CCC: Caffè Culturali Contemporanei, ispirati a quelli del Novecento.
Appuntamenti in cui si lasciano i cellulari all’ingresso, proprio per poter concentrarsi in letture collettive e condivise, articolate anche nella parte dell’ipogeo. In quelle occasioni, come durante gli Episodi, non manca la parte enogastronomica: degustazioni, aperitivi e cene curate da Rimessa Roscioli, da sempre attenta a coniugare tradizione e innovazione e a creare percorsi gusto-sensoriali ispirati alle singole performance.
– Chi è protagonista della Stagione in corso?

R: «In questa quinta stagione – intitolata “Infrasupra”, fino al 29 luglio – la protagonista è l’artista polacca Alicja Kwade che vive e lavora a Berlino ed è attualmente in residenza a Villa Massimo. La Stagione inaugurata con lei affronta l’utopico equilibrio tra potere e controllo, condizione in cui se i due elementi diventano sinonimo possono divenatare pericolosi, ma se si mantengono nella dialettica sono invece spunto di riflessioni importanti e necessarie. La scultura che rappresenta una donna velata in bronzo verde, come fantasma, è proprio un autoritratto dell’artista, mentre le sue sfere, come pianeti, indagano lo spazio-tempo, anzi uno spazio senza tempo.
– Dopo cinque Stagioni è il momento del bilancio…
R: «Un bilancio entusiasmante, positivo. Al quale guardare con coraggio e umilità, come diceva mia Nonna Adele. Il tutto attraverso una “società benefit” ispirata al concetto di corporate social responsibility che coniuga interesse privato e beneficio comune, guadagno e restituzione, istituzionalizzando l’idea di impresa che in Italia fu di Adriano Olivetti nel secondo dopoguerra. La sua idea di impresa, sviluppata a Ivrea tra gli anni ’40 e ’50, concepiva la fabbrica non solo come luogo di produzione e profitto, ma come un fulcro di sviluppo culturale, sociale e civile. Basata sul modello della “comunità”, la sua filosofia integrava l’innovazione tecnologica con l’estetica, il benessere dei lavoratori e la responsabilità sociale, sintetizzata nella visione di “una fabbrica per l’uomo”. La società benefit – che non è fondazione, galleria d’arte, né museo – mostra quindi un’opportunità storica che va colta per diffondere tale modello innovativo. Operando in questo solco, la società benefit, per sua struttura e per sue regole, reinveste tutto il guadagno in scopi e obiettivi che hanno un fine sociale.
– A livello pratico, come si traduce e come si alimenta questo vostro modello?
R: «FOROF propone un format di Esperienze pensate per le diverse esigenze dei visitatori italiani e stranieri che possono scegliere tra una versione costruita su un percorso predefinito (Pret-à-porter) e una versione tagliata su misura (Haute Couture), che va ad aggiungersi al piccolo ma importante contributo di quanti partecipano agli eventi (Episodi e CCC), e ha già creato una vera e propria community. E questo per me è molto importante, perché non si tratta di un mecenatismo classico o di qualsiasi altra forma di investimento economico nell’arte, ma di un gesto di partecipazione diretta che mi trasmette molta forza, fiducia e voglia di proseguire. Anzi, come dico spesso: Avanti tutta! Insieme a un team di giovani professionisti che si prendono cura dei singoli visitatori.
– Nella scelta di FOROF, quella di puntare su artisti mid career?
R: «Sì, perché non sono grandi maestri, non sono nemmeno emergenti, ma, appunto, nel pieno della sperimentazione e della loro attività, selezionati soprattutto in base alla capacità di relazionarsi con il luogo in cui vanno ad esporre e di creare un dialogo con esso. FOROF entra nel mezzo del cammin della loro vita».
– E la prossima Stagione che si inaugura a ottobre 2026 cosa prevede?
R: «Continuerà nel solco delle donne. Senza spoilerare troppo, posso anticipare che ci saranno una maestra e un’allieva: un’artista iraniana e una dell’Arabia Saudita. Una vera sfida. E questo sempre portando avanti la passione per l’arte internazionale e per Roma che è profondamente radicata nella mia storia familiare. Una città che è fonte d’ispirazione continua, che attiva e stimola potenti energie creative, in un cortocircuito tra passato e presente. Una città eterna che appartiene all’umanità. Rispettarla è fondamentale, averne cura è responsabilità di tutti».
Vania COLASANTI Roma 10 Maggio 2026






