di Claudia RENZI
GIAN LORENZO BERNINI, BUSTI E RITRATTI DI GREGORIO XV
Quando nel febbraio 1621 Alessandro Ludovisi divenne papa con il nome di Gregorio XV conosceva già da tempo Gian Lorenzo Bernini, e non solo di fama: secondo le fonti infatti, in un momento imprecisato ma successivo alla carica di Arcivescovo di Bologna (1612), quando il maestro era ancora ragazzo ma già accreditato ritrattista, aveva da lui ricevuto un ritratto:
“La sua età era allora presso a quella di diecinove anni, quando operava tali cose. Crebbe perciò a lui una stima così grande appresso tutti che, dalla stima nascendo il rispetto, era da tutti riverito con dimostrazioni particolari di trattamento. Monsignor Alessandro Lodovisio, che fu poi innalzato al Pontificato doppo la morte di Paolo Quinto, in tal concetto l’haveva & era tanto di lui parziale che convenendogli far partenza da Roma per l’Arcivescovado di Bologna rinunziatogli allora dal Cardinal Borghese, oltre a che volle prima dalle mani di lui il suo Ritratto, mantenne poi tutto il tempo che risiedé in Bologna, e coll’occasione ancora di sua Nunziatura nella Lombardia e Piemonte […], una continua comunicazione di lettere con lui, e nel ritorno in Roma già Cardinale[1] tanto fu vago della sua virtuosa conversazione che di continuo ne veniva in casa unitamente col Cardinal [Maffeo] Barberino suo antico compagno non senza stupore grande di quelli che considerarono quanto spesso si ritrovasse in casa il Bernino, nel medesimo tempo, due soggetti che furono in termine di poco più di due anni[2] tutti e due successivamente innalzati al Pontificato con chiaro principio della sua futura fortuna”[3]
sebbene ad oggi di questo primo ritratto effigiante l’ancora cardinale Alessandro Ludovisi non si ha traccia[4].
Secondo Domenico Bernini, figlio di Gian Lorenzo, alla morte di papa Paolo V, avvenuta il 28 gennaio 1621, al
“Conclave ripieno di cinquanta due Cardinali talmente non hebbe [Sua Eminenza Ludovisi] competitore alcuno [tanto] che nel secondo giorno venne da essi concordemente approvato per Pontefice”[5].
In realtà pare che a giocarsi l’elezione in tale occasione fossero almeno in tre[6]: Alessandro Ludovisi sostenuto da Pietro Aldobrandini, Pietro Campori sostenuto da Scipione Borghese[7] e Ludovico d’Aquino che però morì riducendo il numero dei papabili ad appena due ma, ad ogni modo, fu un’elezione lampo: il conclave indetto l’8 febbraio vide già il giorno dopo, il 9, il nuovo papa. Alessandro Ludovisi fu incoronato il 14, assumendo il nome di Gregorio XV.
Al momento dell’elezione papa Ludovisi aveva sessantasette anni e, alle spalle, una brillante carriera ecclesiastica: nell’aprile 1612 era divenuto Arcivescovo di Bologna; nell’agosto 1616 era stato nominato Nunzio apostolico presso il Duca di Savoia; nel settembre 1616 Paolo V lo aveva creato cardinale ma soltanto il 20 novembre 1618 aveva “preso cappello”, e gli era stato assegnato il titolo di Santa Maria in Traspontina a Roma.
Di salute cagionevole, sin da subito Gregorio XV delegò gli impegni più gravosi al cardinal nipote Ludovico (creato tale il 15 febbraio 1621, all’indomani dell’incoronazione dello zio, e Camerlengo il 18) figlio del fratello che aveva chiamato a Roma assieme alla moglie e agli altri due figli, Niccolò, futuro principe, e Ippolita:
“Fu homo di piccola statura, di bona e santa intentione, ma così male affetto che non poteva attendere alli negotii onde si soleva dire che egli diceva alli suoi Parenti ‘Governeme, et fe’ vu’”[8].
Nonostante le precauzioni, il suo pontificato fu breve: ebbe fine nell’arco di poco più di due anni, morendo il papa l’8 luglio 1623; tuttavia fu caratterizzato da importanti provvedimenti tra i quali la riforma del regolamento dell’elezione papale con l’intento di arginare il fenomeno dell’ingerenza degli Stati cattolici nell’elezione del pontefice emanando il 15 novembre 1621 la costituzione apostolica Aeterni Patris Filius seguita, il 12 marzo 1622, dalla bolla Decet Romanum Pontificem, precisando norme per lo scrutinio e segretezza del voto[9]; la fondazione della Congregazione de Propaganda Fide con la bolla Inscrutabili Divinae Providentiae del 22 giugno 1622; la concessione, in alcuni gravi e particolari casi, della violazione del segreto confessionale con la bolla Universi Dominici Gregis del 30 agosto 1622; la canonizzazione, nel marzo 1622, di Isidoro Agricola, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Teresa d’Avila e Filippo Neri.
All’indomani dell’elezione Gregorio XV volle che Gian Lorenzo Bernini lo ritraesse di nuovo, stavolta come papa, in marmo:
“Non andò molto che [Gregorio XV], che la virtù del Bernino apprezzava sopra quella d’ogni altro Artefice del suo tempo, lo volle avere a sé acciò gli facesse il proprio ritratto il quale egli condusse non una ma fino a tre volte, tra di marmo e di metallo”[10];
Domenico Bernini puntualizza che il papa
“volle che il suo Ritratto ancora facesse in marmo & in metallo, de’ quali tre presentemente se ne veggono nella Casa Lodovisia”[11]:
la specifica di Domenico “ancora” conferma che quello in marmo non fu il primo ritratto che il padre Gian Lorenzo aveva licenziato per l’allora neo papa, ma veniva a seguire il perduto da cardinale.
Se il busto di papa Paolo V oggi (Los Angeles, J. P. Getty Museum) va considerato, per quanto ho argomentato qui[12], eseguito con alta probabilità stante papa Borghese in vita, la commissione di Gregorio rappresenta la seconda volta che il giovane Bernini riceveva una commissione papale per un ritratto ufficiale.
Le fonti citano tre busti “tra di marmo, e di metallo”[13] e “in marmo & in metallo”[14] ritraenti Gregorio XV, senza ulteriori specifiche.
Nel 1900 Fraschetti propose che Gregorio XV fosse stato ritratto da Gian Lorenzo due volte in marmo e una in bronzo[15] e che, compiaciuto del risultato, gli avesse conferito il Cavalierato di Cristo, come risulta da un documento conservato nell’Archivio di Stato di Firenze da lui pubblicato:
“A di 18 Novembre 1622. In questo dì a me Francesco di Zanobi Bernini Scrivano della Cappella della Casa Ser.ma mi è venuto da Roma una lettera di Piero di Lorenzo Bernini mio cugino, la quale contiene che Gio: Lorenzo suo figliuolo, per ordine del Cardinale Lodovico, Nipote del Papa Gregorio XV, avendo scolpito tre volte tra di marmo e metallo il ritratto del d.o Pontefice, d.o Cardinale gl’ha ottenuto la Croce del Cavalierato di Cristo, e quella di proprie mani il d.o Pontefice le ne ha posta in petto con ricca catena d’ oro al collo, e provvisto di più pensioni ecc; avendomi secondo il suo solito rimesso de’ denari per mio sollievo, stante la famiglia, e a Gabbriello di Bernardo Bernini mio zio, che non ha nessuno, gli ha mandato un Crocifisso di bronzo dorato in articulo mortis ecc. Che però per sempre più mantener la memoria di simile decorazione, che la famiglia dal d.o Pontefice ricevè, il di là detto Francesco di Zanobi Bernini inserì nello stemma gentilizio la Croce predetta”[16];
Fraschetti aggiunge che l’allora attuale Principe di Piombino, discendente di papa Ludovisi, non aveva notizia di questi tre busti, essendo forse andati dispersi in seguito alla vendita d’oggetti d’arte in casa Ludovisi del 1669.
Il ritratto in marmo
“Talmente corrispose all’aspettazione di quel pontefice che a gran segno ne guadagnò l’amore. Dipoi avendo Ludovico Cardinal Nepote ben avvisato che nel Bernino andavano di pari con l’eccellenza nell’arte sua gran nobiltà di pensieri, e non poca erudizione, volle per ordinario che ne’ giorni festivi egli si trovasse attorno alla sua tavola per trattenersi con esso in virtuosi discorsi. Ottennegli la Croce del Cavalierato di Cristo e di ricche pensioni il provvide”[17]; a conferma Baglione annotò che “il Cavalier Gio. Lorenzo Bernino da Principi stimato; il quale per haver in marmo ben ritratto dal naturale Papa Gregorio XV hebbe la Croce”[18] e anzi “Questa prima dimostrazione del Papa verso di lui, e l’honorevole grado al quale fu innalzato, recò al Cavaliere Bernino riputazione appresso le genti, e stimolo a lui più acre per il proseguimento de’ suoi Studii”[19].
Dato che il Breve di nomina a “milite della milizia di Cristo sotto il titolo di Sant’Agostino” a favore di Bernini fu emesso il 30 giugno 1621[20], questa costituisce una data ante quem per il busto in marmo, che dunque fu licenziato tra il febbraio 1621, mese di elezione al soglio pontificio di Gregorio, e il giugno successivo.
Infine, un documento noto da Wood attesta che nel luglio 1627 il cardinale Ludovico Ludovisi donò a Bernini una collana d’oro per aver realizzato, di nuovo in marmo, un busto effigiante la “santa memoria di papa Gregorio XV per mandare a Zagarolo” da destinare alla residenza del feudo laziale[21]: dato il modesto compenso e la destinazione periferica, è probabile che di questo marmo postumo il maestro abbia realizzato soltanto il viso, sulla scorta di quello del 1621, e abbia delegato il resto alla bottega.
A oggi risultano pervenuti, ritraenti Gregorio XV, un busto in marmo e almeno quattro busti in bronzo.

Il marmo oggi a Toronto (Art Gallery of Ontario, fig. 1) mostra il pontefice a capo scoperto, con indosso l’amitto, l’alba e il piviale recante le immagini stiacciate dei Santi Pietro e Paolo. Di straordinario effetto sono le vene sulle tempie, la resa della barba, dei baffi, e della peluria che interessa la mascella; altrettanto accurata è la realizzazione della tonsura e della ricrescita dei capelli, indagati ciocca per ciocca, così come delle rughe sulla fronte e quelle periorbitarie che tracciano una impalpabile ragnatela attorno agli occhi gentili; si rileva che le pupille, scavate a goccia, sono interessate da tracce di carboncino nero come altre statue coeve del maestro (es. Apollo e Dafne, 1621-3, Roma, Galleria Borghese); le labbra schiuse sono anticipatrici dei celebri “ritratti parlanti” che faranno furore qualche anno dopo; la lieve inclinazione del capo spezza l’altrimenti paludata rigidezza del busto (fig. 2).

Quello di Gregorio XV è un ritratto solenne ma al tempo stesso confidenziale, capace di infondere fiducia nella figura rassicurante del pontefice senza difettare in nessun punto in magnificenza. Soltanto il piviale – impreziosito da una spilla con taglio baguette – sembra gravare sulle spalle di Gregorio come la malattia che lo minava, e manca dunque qui il senso del movimento delle braccia che comparirà deciso nei busti successivi. È stilisticamente vicino ai busti di Paolo V (1620-1, Los Angeles, J. P. Getty Museum), e di Maffeo Barberini/Urbano VIII (1622, Roma, in San Lorenzo in Fonte) e del cardinale François Escoubleau de Sourdis (1622, Bordeaux, Musée d’Aquitaine – fig. 3)[22]:


non è forse un caso che, come nel Paolo V, Gregorio XV ha il capo scoperto; ancora il capo scoperto avrà Maffeo/Urbano VIII oggi in San Lorenzo in Fonte eseguito poco dopo (mentre in tutti i ritratti successivi effigianti Urbano VIII, persino quello dipinto oggi nelle Gallerie Nazionali d’arte Antica Palazzo Barberini, Bernini ritrarrà papa Barberini col camauro o con la tiara); infine, in origine il busto oggi a Toronto presentava, come il Maffeo/Urbano VIII in San Lorenzo in Fonte, un peduccio in marmo mischio tondeggiante come risulta dal catalogo Christie’s del 1990 (cfr. fig. 1), oggi sostituito da un peduccio squadrato bianco.
Il busto di Gregorio XV sembra essere stato originariamente destinato alla Sala della Fama affrescata da Guercino nel Casino della villa Ludovisi, dove lo segnala l’Inventario del 1623[23], dunque nelle immediate adiacenze del gabinetto alchemico dipinto nel 1597 da Caravaggio per il cardinale Francesco Maria del Monte, precedente proprietario del Casino oggi detto appunto Ludovisi nonché unico edificio superstite del complesso della villa.
Del ritratto di Gregorio XV sono note almeno quattro versioni bronzee, i “metalli” citati da Baldinucci e Domenico Bernini, tutti databili tra 1621 e 1622.

Fraschetti vide in casa Doria[24], a Roma, un busto in bronzo ritraente papa Ludovisi (fig. 4) ma ne svalutò subito una possibile autografia data la “fattura grossolana e rigida”, attribuendolo piuttosto a un mediocre aiutante; nel 1911 Muñoz, concorde con Fraschetti nel ritenere il bronzo Doria comunque una copia dal marmo di Gian Lorenzo, individuò due varianti presso i mercanti d’arte Sangiorgi e Simonetti a Roma[25], e in seguito una più piccola nel “Palazzo Massimi”[26]; una nel Museo Civico di Bologna e infine una in collezione Stroganoff a Roma, che poi divenne collezione dello stesso Muñoz, ora a Pittsburgh[27].
La versione Doria, dal 2014 a Genova, Villa dei Principi, coll. Doria Pamphilj, è in effetti la più debole delle quattro versioni bronzee, caratterizzata da un piviale eccezionalmente voluminoso che ne accentua il senso di pesantezza.
Il busto oggi a Bologna (Museo Civico Medievale – fig. 5) è probabile fosse destinato a una residenza Ludovisi, ma poiché di questa versione, che condivide con il marmo di Toronto l’accuratezza dei dettagli, non esiste allo stato attuale nessuna documentazione antecedente al 1860, momento nel quale entrò nelle Collezioni Universitarie peraltro senza attribuzione[28], non è possibile stabilirne la provenienza e dunque ricostruirne la storia.


Nel 1911 Mũnoz pubblicò il busto oggi a Pittsburgh (Carnegie Museum of Art – fig. 6), allora in collezione Stroganoff, definendolo un capolavoro se paragonato alle due altre versioni allora presenti a Roma (collez. Doria) e a Bologna. Faldi sostenne, senza tuttavia indicare la propria fonte, che provenisse da una “nobile famiglia bolognese imparentata coi Ludovisi”[29] ritenendo erroneamente che fosse perciò quello fuso da Sebastiani per Scipione Borghese a pendant di quello di Paolo V per la villa Pinciana (quello fuso da Sebastiani è il bronzo attualmente a Parigi, cfr. sotto).
Grazie agli Inventari è ora noto che dal 1623, fino almeno al 1665, in effetti un busto in bronzo di Gregorio XV (senza indicazioni di paternità) si trovasse nel Palazzo Grande della Villa Ludovisi, nella sala del piano nobile dove era esposto il Ratto di Proserpina di Bernini, in coppia con un altro busto in bronzo di analoghe dimensioni (tre palmi e mezzo, cioè circa 78 cm includendo anche il peduccio) effigiante il padre del papa, il già defunto Pompeo Ludovisi[30].
Non è chiaro perché il cardinale Scipione Borghese abbia commissionato a Bernini un bronzo del busto di Gregorio XV[31] (per sé) e abbia voluto al contempo donare al cardinale Ludovico Ludovisi il Ratto di Proserpina accompagnato da un busto o bustino in bronzo (attualmente disperso) ritraente suo zio Paolo V[32], ma nel 1969 D’Onofrio pubblicò il manoscritto di Fioravante Martinelli Roma ornata…, fonte coeva che ricorda i due busti di padre e figlio e, soprattutto, il loro autore:
“Nella terza stanza a mano dritta il gruppo di marmo con Plutone che rapisce Proserpina è del Cav. Bernino. Li busti di metallo di Gregorio XV e del suo padre sono modello del detto Cavaliere e getto di Gregorio de Rossi”[33].
Secondo alcuni il bronzo effigiante papa Ludovisi segnalato da Martinelli sarebbe quello attualmente a Pittsburgh[34], mentre del bronzo raffigurante il conte Pompeo Ludovisi non si ha contezza: è attualmente disperso così come il marmo (o quantomeno il modellone in creta) da cui fu presumibilmente tratto[35]. Il bronzo a Pittsburgh è l’unico a presentare un peduccio tondeggiante simile a quello che supportava il marmo di Toronto.
Infine, una stima delle statue del Palazzo Ludovisi ante 1644 cita, oltre ai bronzi di Gregorio XV e del padre Pompeo Ludovisi nella sala del Ratto di Proserpina[36], un altro bronzo effigiante Gregorio XV sito nella “galleria”[37], di ignoto, del quale pure non si ha notizia.

Il bronzo effigiante Gregorio XV oggi a Parigi (Musée Jacquemart-André – fig. 7) è l’unico documentato, proveniente dalla collezione Borghese.
Faldi pubblicò alcuni documenti dell’Archivio Borghese attestanti che il 25 settembre 1621 e il 20 novembre successivo il fonditore Sebastiano Sebastiani veniva pagato da Sua Eminenza Scipione Borghese “con ordine del Cavalier Bernini scultore” per la fusione in bronzo del ritratto in marmo di Gregorio XV di Gian Lorenzo Bernini e per la fusione in bronzo del busto ritratto in marmo eseguito sempre da Gian Lorenzo nel 1620 – 21 effigiante lo zio Paolo V[38]: queste due fusioni erano probabilmente state concepite come un pendant, da porre nella sua collezione, una come “opportuno omaggio al pontefice regnante”[39], l’altra per onorare la memoria di papa Borghese, suo zio e predecessore di Gregorio XV. La provenienza del busto parigino da casa Borghese è attestata dal catalogo per l’asta organizzata da Christie’s per conto dell’antiquario fiorentino Stefano Bardini nel 1899 a Londra acquistato da M.me Nélie Jacquemart-André.
Martinelli individuò per primo[40] nel bronzo parigino quello fuso da Sebastiani per Scipione Borghese come pendant al bronzo di Paolo V ora a Copenaghen (Ny Carlsberg Glyptotek – fig. 8) riscontrando sostanziale consenso della critica a seguire[41]: l’ipotesi è rafforzata infine anche dalla presenza, in entrambi, nella decorazione del peduccio, di una cornice quadrata dietro lo stemma rispettivamente Ludovisi e Borghese, cornice che risulta assente nelle altre versioni bronzee note del ritratto di Gregorio[42].

Infine, Sebastiani, in data 9 novembre 1621 ricevette 40 scudi
“A bon conto del busto e testa di bronzo di Nostro Signore Papa Gregorio XV che fa per messere illustrissimo Acquaviva”[43],
ma non è noto se Sebastiani abbia effettivamente realizzato la fusione per il cardinale Giuseppe Acquaviva, dato che il compenso di 40 scudi appare esiguo e, soprattutto, non si hanno altre notizie in merito a questo bronzo. Si tratterebbe di un altro bronzo da rintracciare, tratto evidentemente dal marmo di Bernini datato 1621.
Si auspica che prima o poi i quattro bronzi noti e il marmo di Toronto, che secondo alcuni non sarebbe il ritratto del 1621 bensì quello postumo del 1627 destinato al feudo di Zagarolo[44], possano essere esposti assieme, così da poterli comparare direttamente e fare tutte le valutazioni del caso.
Appare ad ogni modo degno di nota come, nella volontà di Gregorio XV di far ritrarre sé stesso e il suo defunto padre Pompeo in busti a grandezza naturale da parte di Bernini sia riscontrabile
“la prima importante eco dell’idea di Maffeo Barberini di affidare a Bernini una galleria di ritratti dei propri ascendenti”[45]:
data la brevità del suo pontificato Gregorio non poté tuttavia sviluppare oltre l’iniziativa che l’allora cardinale Maffeo Barberini, poi suo successore, aveva già intrapreso commissionando al giovane genio i busti dei propri genitori, Camilla Barbadori Barberini (1619, Copenaghen, Statens Museum for Kunst) e Antonio Barberini (attualmente disperso) e che avrebbe poi, una volta divenuto a sua volta papa, portato avanti facendo realizzare a Gian Lorenzo Bernini diversi altri busti celebrativi di familiari a perenne memoria e celebrazione della sua famiglia creando una straordinaria “galleria” oggi purtroppo dispersa e, in parte, perduta oggetto della mostra Bernini e i Barberini attualmente in essere a Palazzo Barberini, Gallerie Nazionali di Arte Antica a Roma.
©Claudia RENZI, Roma, 15 Febbraio 2026
NOTE
[1] Alessandro Ludovisi fu creato cardinale il 19 settembre 1616, ma ricevette il cappello cardinalizio soltanto nel Concistoro del 20 novembre 1618.
[2] I “due anni” contati da Domenico Bernini sono da calcolarsi tra il 1621, elezione di Gregorio XV, e 1623, elezione di Urbano VIII.
[3] Domenico Bernini, Vita del Cavalier Gio. Lorenzo Bernini, Roma, 1713, pp. 20-21.
[4] Tomaso Montanari Gian Lorenzo Bernini, busto di Gregorio XV Ludovisi (scheda), in Due collezionisti alla scoperta dell’Italia. Dipinti e sculture dal Museo Jacquemart-André di Parigi, catalogo della mostra, Milano, 2002, pp. 116-119, p. 116, pensa che questo ritratto da cardinale fosse un disegno.
[5] Bernini 1713, p. 21.
[6] Alexander Koller, Gregorio XV, in Enciclopedia dei papi, Roma, 2000, III, pp. 292-297, p. 293.
[7] Koller 2000, pp. 297; 293.
[8] Giacinto Gigli, Diario di Roma, Roma, 1994, p. 120.
[9] Quanto stabilito dalle due Bolle gregoriane, confermate dalla costituzione Ad Romani Pontificis del 28 gennaio 1626 da Urbano VIII, rimase invariato sino al conclave (1903) che vide eletto Pio X.
[10] Filippo Baldinucci, Vita del Cavaliere Gio. Lorenzo Bernini, Firenze, 1682, p. 10.
[11] Bernini 1713, p. 22.
[12] Claudia Renzi, Renzi, Caravaggio e Bernini: per Paolo V Borghese. Un percorso condiviso? https://www.aboutartonline.com/caravaggio-e-bernini-per-paolo-v-borghese-un-percorso-condiviso-il-connubio-tra-natura-invenzione-tra-il-lombardo-e-il-maestro-del-barocco/ su «About Art online» del 17.09.2023.
[13] Baldinucci 1962, p. 10.
[14] Bernini 1713, p. 23.
[15] Stanislao Fraschetti, Il Bernini. La sua vita, la sua opera, il suo tempo, Milano, 1900, p. 32.
[16] Fraschetti 1900, p. 32, nota 1.
[17] Baldinucci 1682, p. 10.
[18] Giovanni Baglione, Le vite de’ pittori, scultori et architetti dal pontificato di Gregorio XIII del 1572 in fin ai tempi di papa Urbano VIII nel 1642, Roma 1642, p. 306 (Vita di Pietro Bernini scultore).
[19] Bernini 1713, p. 22.
[20] Sebastian Schütze, Busto di Gregorio XV (scheda), in Gian Lorenzo Bernini regista del Barocco, catalogo della mostra (Roma 1999) a cura di Maria Grazia Bernardini, Maurizio Fagiolo Dell’Arco, Milano, 1999, p. 236; Montanari 2002, p. 116.
[21] Carolyn H. Wood, The Indian summer of Bolognese painting: Gregory XV (1621-23) and Ludovisi art patronage in Rome, Ann Arbor, 1988, p. 154.
[22] Per i busti di Maffeo Barberini/Urbano VIII in San Lorenzo in Fonte a Roma e Sourdis rimando ai miei precedenti contributi: C. Renzi, Da Caravaggio a Bernini: ritratto e busto di Maffeo Barberini, https://www.aboutartonline.com/caravaggio-e-bernini-il-ritratto-e-il-busto-di-maffeo-barberini-tangenze-e-comparazioni/ su «About Art online» del 02.11.2025 e Bernini e la libertà dell’artista nella ritrattistica del potere: il busto di François Escoubleau de Sourdis, https://www.aboutartonline.com/bernini-e-la-liberta-dellartista-nella-ritrattistica-del-potere-il-busto-di-francois-descoubleau-de-sourdis/ su «About Art online» del 07.12.2025.
[23] Wood 1998, p. 152. L’Inventario della Villa Ludovisi del 2 novembre 1623 è pubblicato da Carolyn H. Wood, The Ludovisi collection of Paintings in 1623, in: «The Burlington Magazine», CXXXIV, 1073,1992, pp. 515-523.
[24] Fraschetti 1900, p. 32.
[25] Antonio Muñoz, Un’opera del Bernini ritrovata, in «Vita d’arte», n. 48, IV, VIII, 1911, pp. 183-192, p. 184; per il già Sangiorgi cfr. Fototeca Zeri, scheda 79499.
[26] Antonio Muñoz, Studi sul Bernini, in «L’arte», XIX, 1916, pp. 99-114, p. 104; il busto “Massimi” già collez. Barsanti ora a Roma, Palazzo Venezia, non ha collegamenti con Bernini, come arguisce Rudolf Wittkower, Bernini. Lo scultore del Barocco romano, Milano, 1990, p. 237.
[27] Muñoz 1911, pp. 5-6.
[28] Mark Gregory D’Apuzzo, La collezione dei bronzi del Museo Civico Medievale di Bologna, San Casciano Val di Pesa, 2017, p. 331; 340.
[29] Italo Faldi, Nuove note sul Bernini, in: «Bollettino d’arte», IV, XXXVIII, 1953, pp. 310-316, p. 312.
[30] Beatrice Palma, Museo Nazionale Romano. I. Le sculture. IV. I marmi Ludovisi. Storia della collezione, Roma, 1983, pp. 70, note 163, 164; 96, note 134, 135.
[31] Secondo Montanari 2002, p. 119, l’intento di Scipione Borghese era quello di sottolineare e tenere presente una sorta di continuità tra i due papati, Borghese e Ludovisi; secondo invece Cesare D’Onofrio, Roma vista da Roma, Roma, 1967, p. 288, si trattava di un tentativo di “mitigare il rancore dei Ludovisi” essendo Scipione e Ludovico, per via di passati contrasti, sostanzialmente ai ferri corti. Non è ben chiaro il motivo di tale ruggine: secondo Koller 2000, pp. 296-297, ha giocato un ruolo il fatto che, in conclave, Scipione Borghese si fosse tenacemente opposto all’elezione di Alessandro Ludovisi per favorire il proprio candidato, Campori; altri nel fatto che sebbene Paolo V avesse affidato l’Arcivescovado di Bologna ad Alessandro Ludovisi, di fatto tutti gli emolumenti restarono appannaggio di suo nipote Scipione (che aveva rivestito la carica di Arcivescovo di Bologna nel biennio 1610-1612 senza tuttavia lasciare Roma).
[32] Secondo D’Onofrio 1967, p. 296, Scipione regalò il Ratto di Proserpina a Ludovico Ludovisi “per mitigarne l’animosità”; Montanari 2002, p. 119, rileva che almeno “dal 1633 il gruppo era accompagnato da un ‘ornamento’ che consisteva in una porta [detta ‘Porta di Proserpina’, dipinta di nero, alludente all’Ade] sul cui sommo poggiava un bustino di bronzo di Paolo V con il suo peduccio di breccia, ennesimo elemento di corrispondenze ritrattistiche tra le due collezioni e perpetuo richiamo all’origine dell’opera” in sostanza a perenne memoria dei Borghese. Per ulteriore analisi della collocazione del Ratto cfr. Montanari 2013.
[33] Cesare D’Onofrio, Roma nel Seicento, Roma, 1969, p. 317.
[34] Montanari 2002, pp. 118-119, per via di una sua certa maggior qualità rispetto agli altri bronzi, già riscontrata da Wittkower 1990, p. 236.
[35] Allo stato attuale degli studi non sono noti modelloni in creta in scala 1 a 1 di Bernini per nessuno degli oltre sessantacinque busti ritratto che licenziò nella sua vita, ma sappiamo che l’iter creativo passava dal disegno, al modello in creta, al modellone in scala 1 a 1, infine al marmo.
[36] Léon Gabriel Pélissier, Une inventaire inédit des collections Ludovisi à Rome (XVIIe siécle), in «Mémoires de la Société nationale des antiquaires de France», s. VI, III [LIII], 1893, pp. 173-222, p. 193; Klara Garas, The Ludovisi Collection of Pictures in 1633, I, in «The Burlington Magazine», n. 770, CIX, 1967, pp. 287-291, p. 287, nota 3.
[37] Pélissier 1893, p. 199.
[38] Faldi 1953, p. 315, docc. XII-XVI (il documento in cui è esplicitamente citato il busto di Gregorio è datato 20 novembre 1621).
[39] Faldi 1953, p. 38.
[40] Valentino Martinelli, I busti berniniani di Paolo V, Gregorio XV e Clemente X, in «Studi Romani», III, 1955, pp. 647-666, pp. 654; 658-9; e V. Martinelli, I ritratti di pontefici di G. L. Bernini, Roma, Istituto di Studi Romani, 1956, pp. 16; 20-21.
[41] Wittkower 1990, p. 236; Schütze 1999, p. 236; Montanari 2002, ecc.
[42] Martinelli 1955, p. 658, nota 30.
[43] Carla Benocci, Paolo Giordano II Orsini nei ritratti di Bernini, Boselli, Leoni e Kornmann, Roma, 2006, p. 19.
[44] Valentino Martinelli, Gian Lorenzo Bernini e la sua cerchia. Studi e contributi (1950-1990), Perugia, 1994, pp. 129-130; Montanari 2002, p. 118; Andrea Bacchi, “Veramente è vivo e spira”. Bernini e il ritratto, in I marmi vivi. Bernini e la nascita del ritratto Barocco, catalogo della mostra a cura di Andrea Bacchi, Tomaso Montanari, Beatrice Paolozzi Strozzi, Dimitros Zikos, Firenze, 2009, pp. 21-69, p. 44; Anne-Lise Desmas, L’affermazione come ritrattista, in Bernini, catalogo della mostra a cura di Andrea Bacchi, Anna Coliva, Roma, 2017, pp. 93-102, p. 99.
[45] Montanari 2002, p. 119.
BIBLIOGRAFIA
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Alexander Koller, Gregorio XV, in Enciclopedia dei papi, Roma, 2000, III, pp. 292-297
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Alexander Koller, voce Gregorio XV, Dizionario biografico degli Italiani, 2002, vol. 59
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An important sculpture by Bernini, cat. Christie’s, New York, January 10, 1990
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Claudia Renzi, Caravaggio e Bernini: per Paolo V Borghese. Un percorso condiviso? https://www.aboutartonline.com/caravaggio-e-bernini-per-paolo-v-borghese-un-percorso-condiviso-il-connubio-tra-natura-invenzione-tra-il-lombardo-e-il-maestro-del-barocco/ su «About Art online» del 17.09.2023
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