Arte, Cinema e Crime: un dialogo tra studiosi sui significati collettivi e condivisi. Sergio Rossi incontra Luigi Amato

di Sergio ROSSI

Sergio Rossi e Luigi Amato dialogano su arte, cinema e crime

Rossi: Nel libro Arte criminale. Vite spericolate tra genio, eros e follia, da me scritto insieme a Vania Colasanti e pubblicato di recente dalla Baldini+Castoldi, che tu hai presentato recentemente a Palermo Presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo in un’Aula Magna gremitissima per l’occasione, uno dei capitoli è dedicato naturalmente a Caravaggio, autore come sai a me particolarmente caro e sul quale proprio su About Art ho dedicato un articolo dal titolo Caravaggio e Mr. Ripley ( Cfr. https://www.aboutartonline.com/caravaggio-e-mr-ripley-dove-si-dimostra-che-larte-e-la-stessa-personalita-del-merisi-siano-talmente-complesse-e-ricche-di-sfaccettature-da-prestarsi-a-diversi-tipi-di-lettura/  ) Qui ricordavo che agli Emmy Awards del 2024 aveva giustamente trionfato, con numerosi premi, la miniserie Ripley, tratta da uno dei romanzi più famosi e celebrati di Patricia HighsmithIl talento di mr. Ripley, la cui trama la serie riprende fedelmente nelle linee essenziali, con una geniale innovazione: quella di introdurre un personaggio che naturalmente nel romanzo della Highsmith che è del 1955 non poteva ancora esserci, cioè Caravaggio. E non poteva esserci perché la vera riscoperta del grande pittore lombardo era avvenuta solo pochissimo tempo prima con la mostra Caravaggio e i caravaggeschi, curata da Roberto Longhi e tenutasi al Palazzo Reale di Milano nella primavera del 1951 ed era ancora circoscritta agli addetti ai lavori. Invece nella nostra serie Ripley quasi si identifica con il Merisi, assassino e fuggitivo come lui, seguendolo nei pellegrinaggi da Napoli a Roma alla Sicilia: un Caravaggio che anche in bianco e nero mostra tutta la forza evocatrice della sua luce e del suo magnetismo. Ed è proprio partendo da qui che voglio discutere con te, che sei un poliedrico docente di estetica, storia siciliana e storia del cinema, di alcuni temi che riguardano proprio tutti e tre questi aspetti. E inizierei dal rapporto tra arte e crimine analizzato in Arte criminale: proprio a Palermo una studentessa ci aveva fatto una domanda molto interessante, e cioè se e in che misura l’arte ha potuto a volte fare come da sublimazione agli impulsi distruttivi o autodistruttivi degli artisti, e penso a Caravaggio, Artemisia, Van Gogh, Munch o ne è stata piuttosto un semplice specchio e riflesso. Banalizzando: se è evidente che la Gentileschi ha trasferito sulle tele il suo desiderio di vendetta verso Agostino Tassi trasformandosi da vittima in eroina, Giuditta su tutte, con un gesto assolutamente rivoluzionario per l’epoca, non sempre sottolineato dalla critica, quando invece Van Gogh consegna il proprio orecchio mutilato alla povera prostituta Rachel lo fa solo perché in preda ad un accesso di follia o perché già, anche inconsciamente, pensa di utilizzare questa mutilazione nei suoi dipinti, in una sorta di action painting ante litteram? E lo stesso potrebbe dirsi di Caravaggio o di Munch.

Amato: La domanda posta dalla studentessa a Palermo, se non ricordo male l’ottima Rossella Moscato peraltro promettente artista, coglie il nucleo più profondo del saggio. Nel definire il confine tra l’arte come sublimazione degli impulsi distruttivi o come mero specchio emotivo, la risposta non può essere univoca: varia profondamente a seconda della consapevolezza formale dell’artista. Prendiamo ad esempio Artemisia Gentileschi ed Edvard Munch. Primo concetto, ovvero la Sublimazione Catartica. In Artemisia la pittura è una vendetta sublimata e controllata tramite una tecnica rigorosa. Non c’è un mero sfogo emotivo; c’è la fredda volontà di riscrittura iconografica. Trasformandosi da vittima in eroina giudiziaria e artistica, la Gentileschi attua una catarsi intellettuale. Lo stesso vale per Munch: l’angoscia, la malattia e la follia che lo circondano non lo travolgono sulla tela, ma vengono geometrizzate e ritmate. L’arte, in questi casi, è un argine che impedisce all’impulso distruttivo di tracimare nella realtà, canalizzandolo in un valore estetico universale. Prendiamo poi Vincent van Gogh e Caravaggio come precursori dell’Azione Totale Ante Litteram. La tua intuizione su Van Gogh è straordinariamente acuta e va oltre la vulgata della pura “follia”. Il gesto di consegnare l’orecchio reciso a Rachel non è solo il frutto di un accesso psicotico, ma si lega intimamente a una ritualità che l’artista ha interiorizzato. Van Gogh concepisce la propria intera esistenza come un corpo sacrificale da offrire all’arte. Quando dipinge i suoi celebri autoritratti con l’orecchio bendato, egli sta già mettendo in scena la propria carne modificata: la mutilazione diventa parte integrante della sua performance estetica, rendendolo a tutti gli effetti un precursore dell’action painting e della Body Art. Caravaggio opera in modo analogo, ma sul versante opposto: la sua violenza di strada e il trauma dell’omicidio di Ranuccio Tomassoni non vengono semplicemente “rispecchiati” nelle tele. Il Merisi utilizza il proprio senso di colpa e il terrore della decapitazione per rivoluzionare l’uso della luce. La pittura diventa l’unico spazio in cui egli può inscenare la propria esecuzione (pensa al Davide con la testa di Golia), offrendo la sua stessa testa come espiazione estetica del crimine reale.

Rossi: Tornando invece alla serie Ripley molto spesso le città assurgono a protagoniste come o più degli esseri umani. Napoli, Roma, Palermo, ma la Sicilia tutta, Venezia. E inizierei proprio dal cinema e dalla Sicilia, perché i film e le serie televisive dedicate alla nostra isola (essendo noi entrambi siciliani) specie se abbinate a storie di mafia, sono innumerevoli ma di autentici capolavori dove la Sicilia assurge a protagonista a me ne vengono in mente pochissimi e molto datati: La terra trema (1948) di Luchino Visconti, L’avventura (1960) di Michelangelo Antonioni, Il Gattopardo sempre di Visconti del 1963, A ciascuno il suo (1967) di Elio Petri. Sono io troppo severo o a te vengono in mente altri esempi.

Amato: Non sei affatto troppo severo; la tua selezione tocca vette storiche assolute. Tuttavia, se vogliamo estendere lo sguardo oltre i pilastri di Visconti, Antonioni, Petri e De Lampedusa/Visconti, la cinematografia dell’isola offre altri rari ma fulgidi esempi in cui la Sicilia non fa da semplice sfondo folcloristico o “mafioso”, ma assurge a vera forza motrice dello spazio e dello spirito dei personaggi. Ti propongo tre titoli imprescindibili: Salvatore Giuliano (1962) di Francesco Rosi: qui la Sicilia è un corpo geografico e politico implacabile. Le pietre di Montelepre, le montagne brulle e i vicoli bianchi non sono scenografia, ma i co-protagonisti di un’indagine antropologica sul potere. Rosi firma un capolavoro assoluto in cui il paesaggio è l’esatta traduzione visiva dell’omertà e del mistero. Kaos (1984) dei fratelli Taviani: Tratto dalle Novelle per un anno di Pirandello, il film trasforma la campagna di Girgenti, la terra arsa dal sole e le cave di pomice di Lipari in pura estetica mitica e letteraria. La Sicilia dei Taviani diventa uno spazio metafisico, sospeso tra la sofferenza atavica delle classi subalterne e la poesia della natura. Respiro (2002) di Emanuele Crialese: spostandoci a Lampedusa, Crialese compie un miracolo visivo. L’isola, con la sua luce accecante, il mare incontaminato e la roccia nuda, si identifica totalmente con l’anima selvatica, libera e considerata “matta” della protagonista (Valeria Golino). È la Sicilia intesa come isolamento geografico che si fa isolamento mentale, un unicum nel cinema contemporaneo.

Rossi: Passando a Napoli, Roma e Venezia qui ci si può sbizzarrire ma aspetto che questa volta sia tu a fare le prime proposte.

Amato: Accetto volentieri il testimone e ti offro le mie prime visioni su queste tre capitali dell’immaginario artistico e criminale, dove lo spazio urbano si fa complice del delitto. In primis Napoli: Le mani sulla città (1963) di Francesco Rosi o Gomorra (2008) di Matteo Garrone. Se Rosi usa una Napoli di cemento speculativo come un thriller politico a cielo aperto, Garrone compie un’operazione quasi caravaggesca con le Vele di Scampia. La materia urbana napoletana, degradata e labirintica, divora i corpi dei protagonisti. Non c’è spazio per il pittoresco: la città è una macchina criminale claustrofobica. Per quanto riguarda Roma ovviamente Accattone (1961) di Pier Paolo Pasolini o Suburra (2015) di Stefano Sollima. Roma è per eccellenza la città del contrasto tra il sacro della pietra imperiale/papale e il profano del sangue. Pasolini dipinge una Roma periferica (il Pigneto, la Marranella che è anche uno dei luoghi di Alberto Sordi/Nando Meniconi in Un americano a Roma) che traghetta la tragedia greca nel fango delle borgate. Sollima, al contrario, sfrutta una Roma bagnata da una pioggia perenne e monumentale, specchio di un potere corrotto che consuma i suoi crimini all’ombra dei palazzi istituzionali. Per finire Venezia con un sottovalutato A Venezia… un dicembre rosso shocking (1973) di Nicolas Roeg. Venezia, con la sua eccezionale conformazione acquatica, si presta al crime psicologico come nessun’altra città. Nel film di Roeg, i canali invernali, i vicoli deserti e i palazzi in decadenza diventano un labirinto mentale e funereo. La laguna cessa di essere la metafora del romanticismo per trasformarsi nell’estetica della putrefazione e della perdita, anticipando le atmosfere della stessa miniserie Ripley.

Rossi: Ed ecco le mie suggestioni. Per Napoli, visto che hai citato Rosi, il suo film di esordio del 1958 La sfida, che ha fatto da autentico apripista a tanti successivi film sulla camorra ma ha mantenuto nel suo splendido bianco e nero gli echi della nostra migliore stagione neorealista; e Nostalgia di Mario Martone del 2022, con una delle migliori interpretazioni di Pierfrancesco Favino e Francesco Di Leva e un Rione Sanità insieme tragico e struggente. Per Roma naturalmente le proposte potrebbero essere infinite ma visto che hai citato Pasolini, Mamma Roma del 1962 con una delle scene finali rimaste nella storia del cinema, quella del giovane protagonista morto in carcere in un letto di contenzione invocando la madre, a proposito della quale lo stesso Pasolini aveva scritto, rivolgendosi al suo maestro Roberto Longhi: « Ah, Longhi, intervenga lei, spieghi lei, come non basta mettere una figura di scorcio e guardarla con le piante dei piedi in primo piano per parlare di influenza mantegnesca! Ma non hanno occhi questi critici? Non vedono che bianco e nero così essenziali e fortemente chiaroscurati della cella grigia dove Ettore (canottiera bianca e faccia scura) è disteso sul letto di contenzione, richiama pittori vissuti e operanti molti decenni prima del Mantegna? O che se mai, si potrebbe parlare di un’assurda e squisita mistione tra Masaccio e Caravaggio?» (Vie Nuove, 4 ottobre 1962). Andando in tempi più recenti La terra dell’abbastanza del 2018, folgorante esordio alla regia dei fratelli D’Innocenzo dove (Diego Testa su “Onde Cinema”) «La periferia di Roma sembra ancora una volta un non-luogo, uno spazio edificato e lasciato in mano allo scorrere del tempo, degradato eppure così bucolico nei suoi anfratti cementizi, nelle sue strade di collegamento e nei suoi piazzali vuoti riempiti dal sole torrido e dalla spazzatura in terra» e dove si srotola l’inarrestabile discesa agli inferi dei due giovani protagonisti. Infine, per Venezia, ancora Visconti, ma più che Morte a Venezia (1971) che non considero uno dei suoi film più riusciti, Senso (1951) in cui ogni inquadratura è un’autentica opera d’arte a sé stante e meriterebbe di riempire l’intera Biennale veneziana.

Rossi: E passando invece alle città fuori d’Italia che nei film quasi si identificano col crime tu quali suggeriresti?  Io ti dico subito che la prima che viene in mente è Bruges. Intanto per il famoso romanzo di Georges Rodenbach Bruges La morta del 1892 da cui Alfred Hitchock ha liberamente tratto (in effetti attraverso l’intermediazione del romanzo noir Entre les morts, di Pierre Boileau e Thomas Narcejac) il suo Vertigo, spostando il racconto a san Francisco e perdendo così l’atmosfera gotica e angosciosa del romanzo di Rodenbach. Non ti nascondo che Bruges, quando l’ho vista in un mattino di Pasqua piena di turisti vocianti, mi è parsa tutt’altro che inquietante; ma quando la città si svuota all’imbrunire con gli alti torrioni gotici che incombono minacciosi, l’atmosfera muta decisamente. Anche nella grande piazza rettangolare del Markt e in quella adiacente del Burg, entrambe caratterizzate dai possenti e cupi edifici che le racchiudono e dove è d’obbligo sedersi a prendere almeno un te allo zenzero nei tanti bar che le animano: ecco allora apparirci un’altra città, quella del bellissimo noir del 2008 In Bruges. La coscienza dell’assassino di Martin Mc Donagh (regista anche del pluripremiato Tre manifesti a Ebbing. Missouri), con l’eccezionale interpretazione di Colin Farrell, Brendan Gleeson e Ralph Fiennes, film che pare abbia contribuito ad attirare in città moltissimi turisti. Non nascondo che anche io, seduto a sorseggiare il mio te di fronte all’altissima Torre Campanaria (83 metri) mi aspettavo che da un momento all’altro dalla più alta delle sue bifore qualche assassino potesse precipitare di sotto.

Amato: Su Vertigo per concludere. Nel saggio Vertigine digitale (Digital Vertigo) di Andrew Keen, il capolavoro cinematografico Vertigo (La donna che visse due volte) di Alfred Hitchcock viene rivisitato come metafora centrale per spiegare lo straniamento, il disorientamento psicologico e sociale causato dai media sociali. Il legame tra il film del 1958 e l’analisi e teoria sociologica del saggio si dipana attraverso tre parallelismi fondamentali nel pensiero dell’autore. La perdita dell’identità e il “Doppio Digitalizzato”: Nel film, il protagonista Scottie si ossessiona per Madeleine, una donna che in realtà non esiste se non come finzione creata da Judy. Keen traccia una connessione con gli utenti dei social network: sulle piattaforme digitali creiamo con perseveranza versioni idealizzate, frammentate e fittizie di noi stessi, finendo per perdere di vista la nostra reale identità, aggiungerei io quando esiste, e scambiando la falsificazione per l’originale. L’iper-visibilità e l’esibizionismo: essere spie e spiati, un voyeurismo ossessionato e ossessionante. Infatti Scottie è un detective che pedina e spia Madeleine, intrappolato proprio in questa dinamica. Secondo Keen, il Web 3.0 (Facebook, Instagram, LinkedIn) ci ha trasformati tutti contemporaneamente in voyeur e edonisti esibizionisti. Viviamo spiando le vite altrui e mostrando la nostra, un’esposizione totale che elimina la privacy e genera un profondo senso di ansia e solitudine. La vertigine come disorientamento culturale: nel film, la vertigine fisica paralizza Scottie davanti al vuoto. Per Keen, che qualcosa ne capisce essendo uno dei geniali pionieri della rivoluzione digitale, la “vertigine digitale” è il senso di ripulsa e confusione e smarrimento esistenziale che colpisce l’uomo contemporaneo, attraversato da un flusso continuo di informazioni, connessioni superficiali e sguardi digitali, che disintegrano le relazioni umane anziché favorirne uno sviluppo. Per non dilungarmi oltre chiudo dicendo che, per Keen la spirale di Vertigo simboleggia l’abisso dell’iper-connessione contemporanea, dove la distinzione tra realtà e irrealtà si è definitivamente dissolta. E spesso oltre tutto si creano soluzioni criminogene. La tua evocazione di Bruges è straordinaria e centra perfettamente il punto. Il legame simbiotico tra Bruges-la-Morta di Rodenbach e l’ossessione per il doppio in Vertigo di Hitchcock (attraverso Boileau-Narcejac) dimostra come la topografia gotica belga sia stata la vera matrice dell’angoscia cinematografica moderna, anche quando trasferita tra i saliscendi di San Francisco. E il capolavoro di Martin McDonagh, In Bruges, riesce proprio nella magia di sfruttare quella stessa architettura opprimente (con la Torre e Campanaria medievale che domina il Markt) per trasformare il senso di colpa di Colin Farrell in una punizione divina di sapore quasi dantesco.

Se devo affiancare a Bruges altre città estere che si identificano totalmente con l’estetica del crime, ti propongo queste tre mete: Los Angeles (La città degli angeli): è la capitale del Neonoir. Penso a film come Chinatown (1974) di Roman Polanski o L.A. Confidential di Curtis Hanson (1997). Su L. A. Confidential, capolavoro mai compreso fino in fondo e uno dei miei cinquanta film preferiti spenderei qualche parola in più. Tratto dal romanzo di James Elroy, re assoluto del genere, necessitava di un rimaneggiamento data la trama estremamente complessa e articolata del romanzo, che era però quello giusto per un film di culto.  Fu questo quello che ben comprese il regista Curtis Hanson. Fra i tanti libri che avevano reso il Re dello “staccato” una vera e propria leggenda, con coraggio e convinzione scelse di puntare sul terzo che componeva la tetralogia di Los Angeles, di certo il più complesso e difficile: L.A. Confidential appunto. Nella Città degli Angeli dell’inizio degli anni cinquanta (è citato infatti il pestaggio da parte della polizia di alcuni messicani, il famoso natale di sangue del 1951, fatto storico), Hanson ha fatto muovere con sapienza personaggi oscuri e tormentati, antieroi duri e distrutti, uomini pericolosi e donne enigmatiche e bellissime. Lo ha fatto rimaneggiando il romanzo originale, a tutti gli effetti estremamente complesso e articolato, impossibile da riportare nella sua integrità sul grande schermo. Hanson però è riuscito a salvarne l’essenza che era quella di un viaggio in un mondo fatto di peccato e crimine, di bugie e violenza. Los Angeles è la città dove il sole accecante della California non illumina la verità, ma nasconde il marciume morale, la corruzione edilizia e i delitti del potere, l’altra faccia del sogno americano, criticata, ma non demonizzata. La sua sterminata rete autostradale e le sue colline sono il labirinto del crimine moderno. In particolare quello con risvolti psicologici.  Non per niente operava in zona la famiglia Manson nume tutelare di ogni serial killer o setta che si rispetti. E Tarantino ne ha trattato alla sua maniera, riscrivendo la Storia, in C’era una volta a Hollywood (2019) tra ex teen idol e stuntman interpretati superbamente da Leonardo Di Caprio e Brad Pitt, personaggi realmente esistiti come Manson e Bruce Lee. Poi penso ad Edimburgo con Il gotico urbano scozzese anche se questa definizione farebbe storcere il naso a qualcuno. Se Bruges rappresenta il gotico fiammingo, Edimburgo incarna il gotico calvinista e tenebroso. Con la sua divisione netta tra la Old Town medievale e labirintica e la New Town georgiana, ha ispirato il mito del doppio (Dottor Jekyll e Mr. Hyde). Nel cinema e nella serialità (penso anche agli adattamenti dei gialli di Ian Rankin), i vicoli sotterranei e la roccia scura del castello creano un’atmosfera opprimente e satura di segreti storici. Infine Tokyo (Il labirinto cibernetico): città-mondo in cui il delitto si consuma sotto il neon di Shinjuku o nei vicoli stretti di Kabukicho. In capolavori come Cane randagio di Akira Kurosawa (1949) o, in chiave contemporanea, nei thriller di Takeshi Kitano (come Sonatine, 1993), Tokyo diventa, suo malgrado, una giungla d’asfalto alienante molto lontana dall’epoca della Scuola della carne di Mishima. La densità umana e architettonica azzera l’individuo, rendendo il crimine, quasi una necessità conseguente, un’espressione inevitabile e comune della solitudine metropolitana. Il suono del silenzio di Simon & Garfunkel con l’eco delle raffiche di mitra.

Rossi: A questa tua appassionata e perfetta ricostruzione aggiungerei solo la Helsinki dei fratelli Kaurimasmaki, i cui film, in oltre trent’anni di attività, sono come un unico racconto che si snoda nel tempo e dove la città è l’assoluta protagonista, nelle sue atmosfere magiche, nella sua luce estiva perenne ma ovattata, nei suoi bui invernali rischiarati dal bianco della neve, nei suoi silenzi, perché ad Helsinki, come ho scritto anni fa, anche gli ubriachi sono silenziosi. E per concludere, Parigi, che in una rassegna del genere non poteva mancare, con un film cult: La haine di Mathieu Kassovitz, altra sorta di discesa agli inferi dantesca o Odissea della perdizione con banlieues in fiamme e viali del centro borghese luccicanti e indifferenti.

Sergio ROSSI & Luigi AMATO  Roma 21 Giugno 2026