di Cinzia VIRNO
Al Tefaf di Maastricht di quest’anno, tra capolavori di tutto il mondo, compare un’eccezionale versione del Filosofo di Vincenzo Gemito dell’ultima fase del grande scultore napoletano (Fig. 1).

L’opera, presso lo stand di Antonacci Lapiccirella Fine Art, è in bronzo, innestata su una base di granito rosa, a sua volta inserita su un pilastro di legno ebanizzato e finemente intagliato realizzato dallo stesso artista ( Figg. 2-4 ).


Diversamente dalle altre versioni del soggetto prive di un alto supporto, quella in esame si presenta come una sorta di erma classica, confermando il fortissimo interesse per l’antico che Gemito dimostra in tutto il suo percorso, particolarmente nella fase finale.

Firmata sul retro della spalla Gemito e con quattro timbri di fonderia, l’opera reca vicino al nome la data “1920”. La precisione dei particolari, la raffinatezza del cesello e l’eccezionale patina ne fanno un’opera che non teme il confronto con quelle del primo periodo. Peraltro, come riportato più avanti, lo stesso Gemito scrive di aver migliorato le fattezze del Filosofo nella fase più tarda.

Questa versione, già in asta da Pandolfini nel 2024, risulta acquistata nel 1920 – 21 da Bianca e Giuseppe Falchi di Napoli che ne furono probabilmente i committenti. L’imprenditore Giuseppe Falchi – che Gemito rappresenta in un disegno a china e matita su carta del 1921 (Fig. 5) – era peraltro il cognato di Nera Ponsiglione Cigada modella dello scultore.
Del filosofo esistono molte versioni – naturalmente si intendono quelle originali e coeve – poiché tra opere non autografe o postume il numero è purtroppo molto alto. La maggior parte di quelle “acclarate” si trovano nei musei ma anche presso importanti galleristi e collezionisti. Tra queste ultime ricordiamo quella già in collezione Gargiulo, in Chines Collection e quella realizzata per Bollardi (di cui presenta il marchio) oggi presso “Scultura italiana” di Dario Mottola a Milano.
Il primo esemplare in assoluto del soggetto, realizzato nel 1883, è quello appartenuto a De Mesnil, l’unico vero “mecenate” di Gemito. Lo scultore e il Barone belga Oscar de Mesnil de Volkrange si erano conosciuti nel 1875 a Napoli quando Gemito era appena ventitreenne. Si incontrarono poi a Parigi nel 1879 e nuovamente a Napoli. Il belga, costruttore di mestiere con il fratello Herman, si trovava nel capoluogo campano già dagli anni Sessanta. Nel 1864 ai due fratelli erano stati affidati i lavori di sistemazione del Lungomare e della spiaggia di Chiaia.
Ammiratore dell’opera di Gemito che aveva già precocemente mostrato eccezionali abilità tecniche, il barone, nel 1883, finanziò al giovane scultore la costruzione di una rudimentale fonderia. La nota “Fonderia Gemito” in via Mergellina 200, che l’artista utilizzò appieno solo per qualche anno.
La prima versione del Filosofo, fu quindi quella realizzata proprio per De Mesnil nella sua fonderia personale. A proposito di questo soggetto, nel 1905 Di Giacomo scrive:
Il “Filosofo” – 1883 – Fuso nell’officina de Mesnil, il bronzo originale è presso la signora Baronessa de Mesnil a Spa. Una copia ( bronzo ) è nella Collezione Minozzi – parecchie riproduzioni ( S. Di Giacomo 1988, ed. or. 1905, p. 158 ).
La versione del barone è verosimilmente quella che si intravede in primo piano poggiata al suolo in una foto della Fonderia, proprio davanti a Gemito, sulla destra ( Fig. 6).

Dell’opera non si sono avute più notizie fino all’asta londinese di Sotheby’s del 28 giugno 2007, dove “riemerge” la collezione De Mesnil e con essa il primo Filosofo ( Fig. 7).

Per questo soggetto Gemito si è ispirato al patrigno, secondo marito della madre adottiva Giuseppina Baratta, tal Francesco Jadiccicco (o Jadiciccio), noto come “masto Ciccio” che aveva la bella testa di una figura antica.


Per quanto i richiami diretti alla statuaria classica tanto amata dallo scultore siano evidenti – e in questo senso direi che la massima ispirazione è al Dioniso – Platone del Museo Archeologico di Napoli ( Fig. 8 – 9) è spiazzante la somiglianza del Filosofo con quella del patrigno se confrontata con i tanti disegni in cui Gemito lo ritrae anche nel tardo periodo, quando essendosi fatto crescere barba e capelli in modo analogo risulta ancora più simile alla scultura (Figg. 10 – 11).


La seconda versione, che Di Giacomo chiama un po’ impropriamente “copia” è quella oggi al Museo e Real Bosco di Capodimonte, proveniente, appunto, dalla collezione Minozzi che comunque si annovera tra i primi esemplari. Un’altra versione ritenuta del primo periodo è alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.
La fonderia ebbe vita breve, così come il rapporto con De Mesnil. Nel 1886 Gemito cominciò a dare segni di squilibrio. Fu ricoverato qualche giorno in una casa di cura (Villa Fleurent) da cui poi fuggì, rimanendo chiuso – si dice completamente ignudo – per oltre vent’anni, senza più uscire fino al 1909.
Dopo un lasso di tempo molto ampio, dovuto anche a questa clausura, l’artista ritiene di dover riprendere in mano il tema del Filosofo, a lui molto caro.
Una versione del 1917 donata nel 1919 a Sciuti Russi è accompagnata da una lettera nella quale ci fa comprendere come negli esemplari più tardi di questo soggetto – e certamente anche in quello presente a Maastricht – abbia voluto mettere maggiore impegno che nelle versioni giovanili:
“Caro amico Dottore Russi, con somma soddisfazione v’invio la Ultima testa in bronzo del detto Filosofo, in essa mi sono interessato di fonderci tutta la esperienza che mancava il giorno di quando lo composi: mi sono veramente ispirato al Diogene di Atene perché trattando di Alessandro Grande molto profondamente mi sono per conseguenza sentito avvicinato al Diogene della Testa di mio Padre che in verità non meno, della grande fama dell’antico filosofo…. ( in O. Morisani 1936, p. 140 ) “.
Le versioni del primo periodo e quelle del secondo, sono state indicate come “Filosofo prima versione” e “Filosofo seconda versione” ( J. L. Champion “Dalla scultura al disegno”, 2020, pp. 187 – 189).
A differenza di molti artisti per i quali un periodo della loro attività è ritenuto più interessante degli altri e ha quindi anche un riscontro più positivo sul mercato, Gemito mantiene per tutta la vita un livello molto alto. Ci sono certamente delle differenze di fattura, di stile e anche di scelta di materiali ma si tratta di fasi ugualmente importanti.
Dopo il 1915 e fino alla morte, avvenuta nel 1929, sempre più si ispira all’arte antica, affina le sue qualità quasi di “orafo”, usando anche materiali preziosi ed arricchendo l’uso del cesello che eseguiva in prima persona o affidandosi a cesellatori esperti sotto il suo stretto controllo . E’ in questa fase, particolarmente negli anni venti, che realizza varie opere in argento alcune versioni dell’Atalanta e dei medaglioni co la testa di Alessandro Magno, il prezioso Bustino muliebre della Galleria d’Arte moderna di Roma Capitale, La Sibilla in collezione privata, nonché la famosa Medusa in argento parzialmente dorato oggi al Getty Museum.
A parte i materiali, il “segno” nelle opere tarde si affina, si fa più minuto, e questo è evidente proprio osservando un tema che si ripete nel tempo come il Filosofo .
L’esemplare del 1920 è da riconoscere come un assoluto capolavoro. Quest’opera si differenzia notevolmente dalle altre versioni di Gemito più note. Ha la il nastro che trattiene i capelli non liscio ma lavorato, l’espressione è più corrucciata e ha un diverso andamento dei riccioli della barba. Potrebbe trattarsi, in questo senso, di un pezzo unico.
In sostanza, il Filosofo di Maastricht appare come un ottimo spunto per meglio definire l’ultima fase gemitiana alla quale, a mio avviso, si deve dedicare ancora molta attenzione.
Cinzia VIRNO Roma 22 Marzo 2026
