di Gaetano BONGIOVANNI
La biografia dello storico dell’arte Emilio Lavagnino (fig. 1), nato a Roma nel 1898 e morto a Ginevra nel 1963, caratterizzata da un’attività importante totalmente espletata nell’ambito delle belle arti statali, e formatosi all’università di Roma sotto la guida di Adolfo Venturi, rivela anche un’attenzione per le opere d’arte collezionate nella sua lunga carriera.

Carriera iniziata per un breve periodo a Palermo, alla sovrintendenza ai monumenti della città, poi a Napoli per alcuni anni e infine a Roma, dove per altro diresse la Galleria Nazionale d’arte antica con annesso Gabinetto di disegni e stampe.

Durante gli anni napoletani conobbe lo storico dell’architettura Roberto Pane (Taranto, 1897 – Sorrento, 1987), che era pure pittore e per Lavagnino dipinse il ritratto della moglie (fig. 2), Angela Lattanzi, datato al 1927 e molto probabilmente frutto di un rapporto di amicizia e stima con entrambi i coniugi. Questo ritratto svela l’immagine della Lattanzi colta in un naturalistico profilo la figura ha un atteggiamento austero e risente già del clima culturale del Novecento italiano che ha riscosso un notevole successo non solo negli ambienti culturali di Milano e Torino, ma in tutta la penisola. L’imposto compositivo del soggetto, inoltre, emerge da un fondo molto scuro che connota il dipinto e le ombre sul vestito e il colletto. Il dipinto fu poi trasferito a Palermo dove risiedeva la Lattanzi, che è giusto ricordare come bibliotecaria e soprattutto pioniera inarrivabile dello studio della miniatura meridionale siciliana delle fasi medievali e del rinascimento. Roberto Pane, dopo essere stato vicino a Vincenzo Gemito, dove si occupò di grafica e, con minore impegno, di scultura, fu autore di acqueforti e disegni dove, per lo più, rappresentava volti, paesaggi e architetture[1].

Verosimilmente a Napoli Lavagnino acquisì un piccolo dipinto raffigurante Le tre Marie al sepolcro (fig. 3) del pittore Federico Maldarelli (Napoli, 1826 – 1893), artista presente a quasi tutte le esposizioni borboniche fino all’ultima del 1859. Poco dopo la frequenza a Roma del Pensionato artistico, Maldarelli eseguì numerose commissioni di temi religiosi da parte della casa reale e del clero partenopeo, tra queste si segnalano Cristo nell’orto di Getsemani e il Riposo durante la fuga in Egitto, quest’ultimo per la cappella del Palazzo Reale di Napoli[2].
Il piccolo dipinto di Lavagnino presenta il gruppo coeso delle tre Marie nel medesimo spazio pittorico, con una gestualità parecchio eloquente, pur mantenendo ogni singola figura una particolare autonomia, le immagini si stagliano contro un cielo intensamente azzurro. Probabilmente si tratta di un bozzetto parziale per una composizione pittorica di più ampio respiro.
Il “richiamo all’ordine” programmaticamente perseguito dagli artisti del gruppo “Novecento italiano” che allarga dal 1926 la compagine dei “Sette pittori di Novecento” quali Sironi, Dudreville, Funi, Oppi, Marussig, Malerba e Bucci costituisce anche per il romano Antonio Donghi (Roma, 1897 – 1963) una costante presente nelle sue opere dagli inizi degli anni ’20 fino a poco prima del 1950.
Poi sia nei ritratti che nelle composizioni più articolate, come l’Autostrada del Sole (1961) della collezione del Banco di Roma, Donghi lascia evidenziare una pittura che si rifiuta di suggerire profondità e senso di movimento. Invece nelle opere degli anni ’20 e dei due decenni successivi, il pittore romano pur senza quel carattere di intellettualismo riconosciuto invece dalla critica a Oppi, Funi e Casorati mostra una certa “ingenuità” che non raramente il giudizio critico ha posto come elemento interpretativo e travisante del suo linguaggio di pittore.
Il segno tangibile del non isolamento di Donghi – termine a volte insistentemente e negativamente indicato dalla storiografia – è dato dalle affinità con il linguaggio meditativo e quasi purista di altri pittori coevi, attivi in quel periodo a Roma, da Virgilio Guidi a Carlo Socrate, fino a Francesco Trombadori e Riccardo Francalancia.
“Il riordino alle scompaginate carte dell’avanguardia“, secondo l’accattivante interpretazione che Antonello Trombadori dà di quel linguaggio artistico concernente al “richiamo all’ordine“, si ritrova in un raro piccolo quadro inedito, 50,5 x 40 cm, firmato e datato “Antonio Donghi 29”.

L’opera (fig. 4), conservata dal 1956 presso una collezione privata palermitana, per lungo tempo ha fatto parte della raccolta personale di Lavagnino a Roma. Donghi e Lavagnino legati da un’amicizia durata tutta una vita condividevano numerose affinità ma soprattutto il forte interesse per la pittura che crea immagini che si danno a percepire nel loro legame con linguaggi sia del presente che di vari segmenti della storia dell’arte. È lecito supporre quindi che il quadro raffigurante Case scaturisse proprio dall’amicizia fra due coetanei radicati nella vita e nella cultura artistica di Roma.
Nel nostro quadro Donghi rivela una fin troppo facile e obiettiva evidenza nell’articolazione volumetrica di alcune case verosimilmente prospicienti su un cortile in cui palesa la tipica pittura diligente, metodica, nutrita di precisione realistica e di attenzione
“quasi ossessiva alla resa della luce, una luce calma, priva di ombre, che accarezza dolcemente le superfici, evidenziando attraverso colori smaltati la qualità della materia”.
Inoltre, la rappresentazione dello spazio non è ancorata ad una visione prospettica quattrocentesca con un unico punto di fuga; tuttavia, lo spazio viene suggerito dall’articolazione dei volumi segnati da una diversa cromia delle superfici secondo una differenziata intensità della luce. Semmai si può qui leggere l’influsso delle architetture dipinte negli affreschi di Piero della Francesca, architetture sottolineate da una diversa configurazione cromatica. Peraltro, sappiamo che Donghi aveva compiuto il rituale pellegrinaggio ad Arezzo per vedere il ciclo della Storia della Vera Croce come testualmente riporta in una lettera del 24 agosto 1925 indirizzata all’amico critico d’arte Ugo Ojetti:
“Piero della Francesca oltre a piacermi moltissimo, mi ha impressionato il fatto di notare in un pittore di quell’epoca un realismo così forte”.

Le nostre Case sono quasi sovrapponibili con quelle dell’opera Il cortile firmato “Donghi A.”, opera forse del 1921, cm. 61 x 40,5, già in collezione privata romana e ora nella raccolta d’arte della Banca d’Italia a Roma (fig. 5), sebbene nel quadro palermitano i volumi siano definiti da un geometrismo accurato mentre nel Cortile permangono sostanziali tracce di un realismo di tradizione tardo-ottocentesca, che si riscontra anche in un dipinto del ’19 con la Fontana di Trevi (Roma, coll. privata). Il cortile viene talvolta intitolato Via del Lavatore che raffigura il luogo dove si trovava il primo studio di Donghi, nei pressi di Fontana di Trevi. Sempre Via del Lavatore si intitola una tela del 1924, cm. 50 x 50, della Galleria Comunale d’Arte Moderna di Roma, che condivide la medesima articolazione di volumi sebbene in quest’ultimo dipinto le architetture siano inestricabilmente legate insieme dal contesto urbano. Altre opere raffrontabili sia nel soggetto che nell’impianto formale al nostro dipinto sono Convento del 1928 circa (Milano, Fondazione Cariplo), Paesaggio romano del 1927 (Roma, coll. priv.) e un altro Paesaggio del 1923 (coll. priv.).
Credo che proprio a questi quadri abbia pensato Roberto Longhi quando li definisce “lucidi paesaggi“. Statici paesaggi di città o più spesso ancora ambienti urbani e per dirla con le parole di Dino Buzzati
“dove ogni pietra, ogni finestra, ogni bottega significano un ricordo, un sentimento, un’ora potente della vita!”.
Ad ulteriore conferma dell’amicizia tra Lavagnino e Donghi si colloca un piccolo bozzetto, tecnica mista su carta (acquarello, pastello e matita, 18×27 cm.) con la Fontana di Sisto V (fig. 6), lavoro preparatorio di Donghi per il quadro del 1948, formato cartolina, richiestogli da Cesare Zavattini per la famosa “Collezione Roma“, serie successivamente acquisita dalla Banca Nazionale del Lavoro di Roma.

Sia l’opera su carta, già proprietà Lavagnino, oggi in collezione privata svizzera, sia il dipinto della BNL, rivelano soprattutto un carattere grafico con l’architettura del fontanone che sovrasta un lussureggiante paesaggio.
La pittura di Donghi mostra secondo l’interpretazione del poeta lucano Leonardo Sinisgalli un’adesione lenta e continua nei confronti di ciò che ci circonda – figure, paesaggi, oggetti –
“egli non si accontenta di finire un quadro in un’ora, o in un giorno, e neppure in una settimana … ha bisogno che il modello posi per ore intere, fermo su un piede solo e col cappello a cilindro sulla punta della stecca che stringe fra i denti … ma senza questa mania il pittore non muoverebbe un dito, non sporcherebbe una tela. I suoi quadri, le sue figure sono lì a un passo dalla cartolina, come certa bella poesia che solo di pochi numeri si stacca dal disco, dalla canzonetta. Ma chi nega ormai la grazia lunatica, l’ironia del pittore Antonio Donghi. Egli vive, aristocratico e assente, fuori dalla mischia, alla periferia della città, coltivando questa curiosa serra … “[3].
Piazza del Popolo (fig. 7) è stato eseguito da Francesco Trombadori (Siracura, 1886 – Roma, 1961) come regalo di nozze alla figlia dell’amico Lavagnino, Alessandra, che si sposò nel 1956.

Nei paesaggi degli anni Cinquanta, e non solo di soggetto romano, la pittura di Trombadori mostra un purismo accorto che lascia definire spesso l’opera in modi levigati caratterizzati da una luce bloccata che ferma l’immagine con esiti prossimi alla fotografia. Questo linguaggio si nota anche in un dipinto siracusano: La Fonte Aretusa del 1956 della collezione di Donatella Trombadori a Roma. Ma anche i paesaggi e gli ambienti urbani romani sono ripresi da Trombadori con una cifra assai affine e certamente diversa dalla sua pittura paesistica degli anni Venti in cui si ritrova una pennellata se non grumosa più mossa.
Una significativa omogeneità con il dipinto Lavagnino si evince da alcuni quadri romani esposti a Palazzo Braschi nel 1979 nella mostra Trombadori: paesaggi di Roma, come Porta del Popolo del 1959, Piazza del Popolo del 1960 e Santa Maria del Popolo del 1956. Queste opere possono essere commentate attraverso le parole di Giuliano Briganti:
“Infatti, nonostante l’atmosfera di metafisica astrazione che emana da quegli scenari deserti, immobili nella luce pomeridiana, senza il minimo fremito né di aria né di foglie, è un ritratto di Roma per via di verosimiglianza che vien fuori da queste “vedute”. Un ritratto che ritrova nella memoria l’immagine e la sensazione di un tempo esistito e la restituisce semplificata nel ricordo: più con nostalgia che con affetto. Poiché l’artista spesso quell’immagine la ricavava tutta dal ricordo ripetendola per tutti gli ultimi vent’anni della sua vita, anche quando, nella realtà si era dileguata. Ed è un’immagine di Roma diversa dalle altre che erano nate, negli anni tra il venti e il trenta e poco dopo, nell’ambito della scuola romana”[4].
Il legame intenso fra Trombadori e Roma senza mai dimenticare la sua terra di origine – la Sicilia e Siracusa – per Roberto Tassi
“lo dimostrano quei quindici anni di lavoro dal secondo dopoguerra in poi, da lui dedicati a dipingere la città. Ne uscì un’altra sequenza straordinaria di opere, che si disperdono nei mille rivoli in cui scorre la beltà di Roma. La melanconia, anzi la tristezza ormai, di Trombadori ha steso un velo sottilissimo sulla città, cosicchè la luce meridiana si è venata di violetto, soffusa di grigio, imbrunita appena”[5].
Gaetano BONGIOVANNI Palermo 22 Marzo 2026
NOTE
