di Chiara GRAZIANI
Cosa siete venuti a vedere?
Domenica 4 ottobre, basilica papale di Assisi, 800 anni dalla morte di frate Francesco, rifondatore della Chiesa di Cristo fondata su Pietro, nonché ispiratore della seconda grande rifondazione in corso avviata nel suo nome da papa Bergoglio.

Celebra il cardinale Matteo Zuppi, che si rivolge anche ad una platea di potenti, politici, ecclesiastici ed ai rappresentanti diplomatici in Italia di 23 Paesi, radunati in un omaggio sovranazionale al poverello che abbracciò il Sultano.
E la domanda che risuona in tutta la sua omelia – omelia molto politica se per politica si intende radicata nella realtà e nei tempi – è quella che già aveva posto Cristo alle folle: cosa siete venuti a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento o un uomo in morbide vesti? Gesù parlava di Giovanni, il Battista la cui fama correva ovunque. Zuppi parla, oggi, di Francesco d’Assisi, la cui figura in 800 anni, il potere ha spesso tentato di addomesticare, farne una canna al vento, un cembalo che tintinna, una bandiera, un innocuo santone ecologista tanto affascinante quanto distante; addirittura (è successo) un ispiratore di Mussolini, ossia lo sciagurato pifferaio che portò l’Italia nella castrofe della guerra mondiale direttamente dai miti bugiardi della Nazione.
La sua fama vi ha chiamato qui, dice in sostanza il cardinale. Ma chi, davvero, siete venuti a vedere? Omelia radicalmente politica la sua. Inviato di due papi – prima Bergoglio ed oggi Prevost – per tentare la mediazione nella guerra fra Ucraina e Russia – e fra tutti i contendenti più o meno interessati – Zuppi da Asssisi ricorda a governi, diplomatici e politici che Francesco lotta per uscire dalle “morbide vesti” che via via gli si gettano sulle spalle. La guerra non è un destino ed il predicatore di Assisi non è un poeta mistico ma colui che cammina avanti sull’unica strada – politica in quanto di salvezza collettiva in costruzione – che oggi si presenta ad una umanità in pericolo: disarmare mani, teste, parole, opere ed intenzioni.
Il “grande imbroglione”, Satana, sostiene che solo le armi porteranno la pace. Ma è un “imbroglio” del demonio, avverte Zuppi. Parole chiare dell’inviato papale e del diplomatico accettato e rispettato dalle due parti in guerra.
Laudato Sì, per frate Francesco, ripete allora cinque volte il cardinale. Laudato per Francesco
“immagine viva di Cristo, tuo Figlio e che ci aiuta a vedere la Sua presenza e a fare la Sua volontà: quella che nessuno sia perduto, neppure il nemico, nostro fratello lupo che ha bisogno di pace e di pane.E noi possiamo darglieli e, se diamo, troviamo la pace, per lui e per noi”. (sottolineatura dell’A.)
Potremmo chiamarla l’omelia di Frate Lupo. Anche lui, dice Zuppi, cerca pace e pane e noi possiamo dargliela e riceverne da lui. In prima fila, a rappresentare il governo italiano nel giorno di festa nazionale, non c’è la presidente del Consiglio Meloni, ma il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano, accanto al capo dello Stato Sergio Mattarella. Dunque non sente direttamente l’indicazione di offrire a fratello Lupo la pace ed il pane delle quali ha bisogno come noi (togliete Lupo e dite Putin ma anche Hamas o Iran e il messaggio non potrebbe essere più chiaro e radicale di così).
Presente al 799esimo anniversario di Francesco, l’anno scorso, Meloni ha mancato proprio quello della cifra tonda che però cade in un monento ancora più gravido di corsa al riarmo e guerra pilotata dagli algoritmi e dagli interessi finanziari. E forse anche la sua assenza dimostra quanto Francesco abbia un messaggio politico inequivocabile ed incompatibile con la narrazione dei tempi, quella dei nemici da cancellare per non essere cancellati, della retorica nazionalista che in realtà copre a malapena le vergogne al più grande apparato di interessi economici di tutti i tempi. Un sistema di produzione di profitto per pochissimi privilegiati che si alimenta con le guerre e la produzione sempre più ossessiva di armamenti, oggi anche in grado di uccidere autonomamente con la supervisione dell’itelligenza artificiale.
Meloni dirà poi in un comunicato che Francesco era “un grande italiano ed un poeta”. Era anche francese da parte di madre, come dice il soprannome familiare con il quale lo abbiamo elevato agli altari (fu battezzato Giovanni) e in francese parlò come sua prima lingua nell’infanzia e nella gioventù, ma son dettagli da setaccio fino per la politica italiana. Il fatto è che Meloni sembrerebbe aver visto più la “canna al vento” evangelica che il seguace di Cristo, l’annunciatore della pace disarmata e disarmante che oggi torna testardamente a proporsi come l’arca di Noè (immagine di papa Leone) per chi crede e per chi non crede. E per tutti i lupi del mondo.
Zuppi lo ricorda continuamente nell’omelia di Frate Lupo. Scegliere la via della pace, guardare negli occhi il nemico “non significa affatto (essere) cedevole, accomodante, irrilevante. Il contrario! Frate Francesco disarma il lupo chiamandolo frate e – essendo per lui frate – negozia con lui, per Gubbio e anche per il lupo, lo restituisce a sé stesso e alla comunità perché si prenda cura di lui. In questa stagione siamo tentati e sedotti dalla cultura della potenza, volgare e invadente, ingannevole, frutto anche di enfasi mal riposte e di sfacciati ed enormi interessi economici, di nazionalismi che rovinano le nazioni, di campagne che creano il nemico invece di cercare quello che unisce”.
In questo passaggio suona anche una parte importante dell’insegnamento di papa Leone riguardo alla dimensione politica e sociale del messaggio di salvezza di Cristo, dimensione inscindibile da quella religiosa e teologica, pena l’irrilevanza. Leone lo disse parlando del miracolo della guarigione del lebbroso. Cristo, in sostanza, non si limita a guarire le piaghe ma restituisce l’immondo alla comunità, alla dimensione sociale alla quale appartiene, in dignità, come ogni uomo e donna. Gesù ri-costruisce la famiglia umana, risanando l’immondo e accogliendo tutti.
E così, avverte lo Zuppi mediatore fra i lupi, devono operare il politico, il diplomatico e la persona di buona volontà in genere: prendersi cura e restituire il lupo alla comunità. E’ la “cultura della potenza, volgare ed invadente” che cerca di imporre la narrazione capovolta dell’”imbroglione”, il Demonio, il grande divisore. Non ci sono vie di mezzo. Questo siete venuti a vedere. L’uomo che chiamò fratello il lupo. Chi viene a fargli festa deve essere disposto a far lo stesso. Altrimenti i nostri deserti sono pieni di canne al vento sulle quali costruire innocue celebrazioni.
L’ondata di caos e paura che attraversa le democrazie in particolare sembra spingerci tutti verso la narrazione del risentimento, della vendetta, della paura: guai a chi non odia il migrante, il diverso, il vicino di frontiera, guai a chi non vive di risentimento.
Ma Francesco, dice Zuppi,
“ci aiuta in questo tempo minaccioso a capire che solo insieme troviamo la risposta e solo se la pace è con tutti è davvero pace. Chiede solo operatori umili e architetti umili di pace che, con coraggio, aiutino a vivere insieme,forti del diritto e non imponendo il diritto della forza”. (sottolineatura dell’A.)
In tempi in cui il presidente degli Stati Uniti, alla guida di una potenza nucleare, decapita i governi non graditi con l’assassinio, il sequestro di persona e l’assedio per fame, tempi in cui il nuovo colonialismo sembra determinato ad assorbire tutte le risorse e gli Stati aboliscono il wellfare nel nome del warfare e del moloch del riarmo, tutto sembrerebbe perduto. La Chiesa, confermandosi per quell’originale ed unico agente diplomatico che parla per l’umanità intera da uno staterello-francobollo, richiama alla speranza. Speranza politica, perchè in costruzione nell’interesse della casa comune. Ottocento anni fa moriva Francesco, avendo rifondato la Chiesa con la sua vita. Otto secoli dopo le dà un nuovo impulso: anche nel suo nome quella di papa Leone (messer Papa, diceva Francesco, baricentro dell’unità) è la diplomazia di Frate Lupo.
Chiara GRAZIANI Roma, 8 Ottobre 2026

