di Nica FIORI
In via del Colosseo, a due passi dai complessi archeologici più importanti di Roma, non sfuggono certo alla vista le impalcature che da alcuni anni nascondono la facciata del cinquecentesco Palazzo Silvestri Rivaldi, sopravvissuto, contrariamente al suo giardino che per metà è stato distrutto nel corso della realizzazione di via dell’Impero (poi dei Fori Imperiali), ad alcune trasformazioni d’uso e a un lungo periodo di abbandono.

Finalmente l’edificio sarà visitabile, a partire dall’8 gennaio 2026, secondo la formula del “cantiere aperto” (visite guidate gratuite ogni giovedì su prenotazione con eventbrite); inoltre, come strenna natalizia, il giardino sarà aperto a tutti dal 15 dicembre 2025 al 6 gennaio 2026, per poter ammirare il belvedere che si affaccia sulla Basilica di Massenzio, sul Tempio di Venere e Roma e sul Colosseo.
L’annuncio dell’apertura è stato dato lo scorso 9 dicembre dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, dal presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e dall’assessore alla Cultura della Regione Lazio, Simona Baldassarre, nel corso della presentazione delle prime aree in fase di restauro e del progetto di rinascita del complesso cinquecentesco, il cui meraviglioso apparato pittorico è rimasto sconosciuto per secoli e ora riemerge grazie all’opera dell’Istituto Centrale per il Restauro.

A seguito di un accordo di valorizzazione, siglato nel 2021, il Ministero della Cultura si è impegnato a eseguire il restauro conservativo e il recupero funzionale di Villa Silvestri Rivaldi, con un finanziamento complessivo di oltre 35 milioni di euro, garantiti dalle risorse del Piano Strategico Grandi Progetti Beni Culturali. La Regione Lazio si è impegnata ad acquistare la villa dall’Istituto Santa Maria in Aquiro (ISMA), con procedimento completato un anno fa per 25 milioni di euro tramite il Fondo Sviluppo e Coesione 2021-2027.
“I nostri cittadini e il mondo intero conoscono poco, o per niente, la meraviglia di Palazzo Silvestri Rivaldi. Un complesso rinascimentale di inestimabile valore che rischiava un abbandono perenne. Oggi, finalmente, grazie all’acquisizione da parte della Regione Lazio e con il sostegno del Ministero della Cultura, con la Soprintendenza di Roma e l’Istituto Centrale del Restauro, questo luogo di bellezza assoluta e incanto rinascerà”,
ha dichiarato Francesco Rocca.
Il ministro Giuli, da parte sua, ha aggiunto:
“Oggi assistiamo a uno sforzo corale al servizio del bene comune che riafferma la forza e la bellezza dell’identità di Roma. … Tale è la ricchezza espressiva, artistica, storica e culturale, del luogo che noi tutti dobbiamo sentirci responsabilizzati nel valorizzarlo nel migliore dei modi, con il concorso delle forze e delle intelligenze più ispirate. Noi siamo di passaggio, ma dobbiamo lasciare tracce che siano belle, che siano durature, che siano sempre a disposizione del bene pubblico”.

Nel corso della presentazione è stato distribuito ai partecipanti un libretto, con testi a cura di Giulio Fratini, Carla Giovannone, Gianni Pittiglio e introduzione di Francesco Scoppola. Il titolo della pubblicazione, Villa Silvestri Rivaldi. Una meraviglia farnesiana, vuole evidenziare il fatto che l’origine della villa risale a monsignor Eurialo Silvestri da Cingoli, cameriere d’onore di Paolo III Farnese (1534-49), che era stato allevato col duca Pier Luigi Farnese, figlio naturale del papa. Il Silvestri, che ambiva a diventare cardinale (cosa che non avvenne), acquistò una casupola (domuncula) con un orto e un’annessa vigna presso la Torre dei Conti e il Templum Pacis (all’epoca identificato con la basilica di Massenzio) e vi fece costruire un ricco palazzo (1542-49), probabilmente sotto la direzione di Antonio da Sangallo il Giovane, con decorazione pittorica della bottega di Perin del Vaga, allievo del Ghirlandaio e collaboratore a Roma di Raffaello. Tra i nomi di pittori che vi misero mano dovrebbero figurare Prospero Fontana, Francesco Salviati e lo spagnolo Gaspar Becerra. La decorazione suscitò parole di ammirazione da parte del celebre naturalista Ulisse Aldrovandi che, dopo aver visitato la villa nel 1549-1550, scrisse:
“Son questa sala e camere così vagamente dipinte e adorne, che pare in una fiorita e vaga primavera s’entri e ben dimostrano il gentile spirito del loro Signore”.

Secondo Orazio Avicenna (in Memorie della città di Cingoli, Iesi, 1644), Eurialo Silvestri, oltre ai dipinti, aveva riempito la casa e il giardino di “nobili e antiche statue”, precisando
“molte delle più belle statue che sono nelle gallerie e ne’ giardini di Roma, e particolarmente nella villa estense di Tivoli, sono state prima in quel luogo”.
Gli ampi giardini della villa erano in comunicazione con i terreni acquistati dai Farnese al di là della Basilica di Massenzio, dove sarebbero sorti gli Orti Farnesiani, costituendo insieme un complesso di accesso ai resti di Roma antica e alle residenze papali sul Campidoglio (la scomparsa Torre di Paolo III) e sul Quirinale.
Morto il Silvestri nel 1567, gli eredi cedettero la villa al cardinale Alessandro de’ Medici (futuro papa Leone XI), che nel 1591 la diede in affitto a Marzio Colonna duca di Zagarolo. In seguito la proprietà appartenne al cardinale Lanfranco Margotti, cui si deve la costruzione di numerose fontane, ammirate tra gli altri da Paolo V nel 1610. Dopo altri passaggi di proprietà la villa fu acquistata nel 1626 dal cardinale Carlo Emanuele Pio di Savoia, che fece costruire il Casino Nuovo di fronte al Colosseo, oggi non più esistente; suo nipote Carlo Pio fu l’ultimo a usare il complesso come residenza cardinalizia.
Nel 1660 la villa giunse a monsignor Ascanio Rivaldi, che cambiò la sua destinazione d’uso, trasformandola nel Conservatorio delle Zitelle Mendicanti, ovvero un ricovero conventuale per l’accoglienza di fanciulle povere, con annessa una fabbrica tessile, così da impegnare le donne ospitate nella lavorazione della lana. Risale all’epoca la copertura degli affreschi rinascimentali nelle tre sale principali della nobile residenza, i cui temi vennero ritenuti non idonei per la vita conventuale.
In seguito, dopo l’Unità d’Italia, il complesso venne riadattato come scuola femminile, col nome di Pio Istituto Rivaldi. Al 1909 risale l’aggiunta dell’ultimo corpo di fabbrica, quando fu realizzato l’edificio che chiude la corte minore sul lato di via del Colosseo. Nel 1933 venne distrutta parte dei suoi rinomati giardini, il cui ricordo resta soltanto in due dipinti di Odoardo Ferretti, ora al Museo di Roma. L’imponente sbancamento della Velia che venne operato per far posto alla via dell’Impero ha letteralmente costretto entro un alto muraglione quello che resta del parco, facendogli perdere la continuità con la Basilica di Massenzio.

Dopo aver rischiato di essere ulteriormente distrutto per costruirvi il Palazzo Littorio e un grande centro commerciale con il “belvedere delle automobili,” il complesso venne dichiarato nel 1949 d’interesse storico artistico dal Ministero della Pubblica Istruzione. Nel 1975, un anno dopo il passaggio di proprietà all’Istituto Santa Maria in Aquiro, si trasforma per una decina d’anni nel cosiddetto “Convento occupato”, un centro sociale e culturale in cui si faceva politica, arte e musica.
Nel 2001-2006 Filippo Coarelli dirige uno scavo archeologico che porta alla scoperta di tracce di edifici contigui al Foro della Pace. Inoltre l’ICR effettua saggi sotto gli scialbi dell’età conventuale e vengono scoperti gli affreschi originari.
Il percorso di visita conduce dal portale bugnato che si apre sulla severa facciata di via del Colosseo, attraverso l’androne, la Portaria, il Fondaco delle Mendicanti e l’ala di servizio, fino allo scalone in peperino che porta al piano nobile e alla torre medicea. Le ali del palazzo poggiano su strutture romane di età imperiale, con fondazioni profonde e ambienti voltati che testimoniano la continuità di vita e la trasformazione del sito dal mondo antico al Rinascimento.
Il recupero dei giardini, progettati nel Cinquecento da Giacomo Del Duca e ampliati nel Seicento dal Vasanzio, ha riportato alla luce i terrazzamenti e i viali che collegavano la Basilica di Massenzio al Colosseo, restituendo parte del collegamento paesaggistico e culturale che un tempo univa la villa agli Orti Farnesiani, come si vede nella pianta di Roma di Giovan Battista Falda del 1676, che attesta anche la presenza di piccoli edifici, oltre a quello principale.
Gli ambienti del piano nobile, per il cui restauro occorreranno molti anni, sono di grande valore artistico. Ricordiamo in particolare la spettacolare sala di rappresentanza detta delle Divinità, con lo stemma Silvestri al centro del soffitto cassettonato e affreschi cinquecenteschi sulle pareti, che riproducono in un grande fregio perimetrale quattro storie dipinte come quadri: una Battaglia tra Centauri e Lapiti, il Ratto delle Sabine, la Battaglia di Ponte Milvio – copia ridotta dell’affresco di Giulio Romano nella Sala di Costantino nel Vaticano – e una battaglia navale, probabilmente da identificare con il Ratto di Elena da parte dei Troiani. Questi riquadri affrescati sono retti da figure della Roma triumphans su prigioni e allegorie della Fama, con in basso festoni di fiori e frutta, simili a quelli realizzati da Giovanni da Udine nella villa Farnesina alla Lungara.

Sulla parete d’ingresso, la figura di Giove è in gran parte perduta a causa di un altare aggiunto in epoca conventuale, ma il dio è riconoscibile per la presenza del simbolico fulmine. La sua posa è la stessa del Cristo Giudice di Michelangelo nella Cappella Sistina. Ai lati di Giove sono raffigurate alcune sue amanti (Callisto, Europa, Antiope, Latona). Sulla parete di fronte vi sono Cerere, Venere, Minerva, figure che vennero in parte censurate, come è ben visibile nella Minerva, con le tipiche “braghe” adottate anche per i nudi michelangioleschi della Cappella Sistina: un intervento che a Palazzo Silvestri deve essere stato eseguito al tempo del cardinale Alessandro de’ Medici.


Seguono le due sale degli Imperatori e delle Virtù, che oggi sono riunite in un grande salone, mentre ai tempi del Silvestri erano separate da una parete, poi sostituita da due colonne in cipollino, forse aggiunte da Carlo Emanuele Pio di Savoia. Le impalcature non consentono di ammirare gli affreschi che celebrano la storia imperiale di Roma e i suoi valori, ma tra gli imperatori appare molto ben conservata la figura che si riteneva riproducesse Costantino, mentre ora è stato individuato il nome di Tito.


L’intera decorazione è inquadrata all’interno di un’architettura dipinta con soluzioni ornamentali del tutto simili a quelle presenti negli studi preparatori di Perin del Vaga per altri noti palazzi romani, tra cui palazzo Capodiferro (poi Spada) realizzati negli stessi anni per il cardinale Girolamo Capodiferro, legatissimo al cardinale Alessandro Farnese (divenuto poi Paolo III), tanto che si riteneva che potesse essere un suo figlio naturale (voce che girava anche per Eurialo Silvestri). Tra le Virtù è stata riportata alla luce la sola Fortezza, una donna con un leone al suo fianco, che appare ricavata dallo stesso cartone usato da Perin del Vaga nella Sala Paolina di Castel Sant’Angelo.

Anche la Sala di Amore e Psiche, che racconta la favola riportata nelle Metamorfosi di Apuleio, appare come un omaggio ai Farnese, perché riprende le scene, affrescate sempre da Perin del Vaga, nella camera da letto di Paolo III a Castel Sant’Angelo.
L’Ala medicea, comprendente la torre a sud-est che chiudeva il palazzo su via del Colosseo, ospita una cappella privata, la cui volta riproduce i simboli della Passione di Cristo, e uno studiolo decorato con le quattro Virtù cardinali (la Temperanza con morso e briglie, la Giustizia con spada e bilancia, la Fortezza con una colonna, la Prudenza con lo specchio). In questi ambienti, dipinti soprattutto con una tecnica di pittura a secco, campeggia lo stemma del cardinale Alessandro con le palle dei Medici e il motto Sic florui.


Rientra pure nella visita il primo cortile, a sinistra dell’ingresso, con un pozzo e il Ninfeo degli Uccelli, realizzato all’epoca del cardinale Margotti (chiamato “loggia coperta” dall’Aldrovandi), che conserva un’esedra semicircolare decorata in mosaico rustico, con conchiglie, pomici e concrezioni calcaree.

Originariamente era ricco di giochi d’acqua e di statue, tanto che aveva l’appellativo di “Fontana degli Uccelli” per via di congegni idraulici che riproducevano il canto degli uccelli.
Nica FIORI Roma 14 Dicembre 2025
