Sant’Urbano alla Caffarella, già tempio pagano di età imperiale, riapre dopo un importante restauro

di Nica FIORI

Una grande folla di visitatori si è riversata lo scorso 13 giugno davanti alla chiesa di Sant’Urbano alla Caffarella, in occasione della sua apertura straordinaria, con visite guidate gratuite tenute da archeologi della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

Dopo anni di chiusura al pubblico, è stato finalmente riaperto, dopo un importante intervento conservativo, un gioiello architettonico che fa parte del parco romano della Caffarella, compreso tra le vie Appia Antica e Latina subito dopo le mura Aureliane. I lavori di restauro e valorizzazione del monumento, un tempio romano di età imperiale trasformato in chiesa in epoca medievale, sono stati avviati alla fine del 2024 dalla Sovrintendenza Capitolina con fondi PNRR, nell’ambito del progetto Caput mundi. Il restauro si è concentrato sul ripristino della fruibilità dell’edificio attraverso interventi conservativi sia sulle murature sia sugli elementi lapidei, marmi, decorazioni in cotto, sia sugli affreschi dell’XI secolo che ne ornano l’interno. Altri interventi hanno riguardato l’illuminazione, la realizzazione di un apparato di sicurezza antifulmine, il ripristino del tetto e la sistemazione delle aree circostanti.

Visitatori davanti a Sant’Urbano alla Caffarella

Ricordiamo che il parco della Caffarella, tra i più affascinanti e vasti del suburbio romano, deve il suo nome a un bel casale cinquecentesco costruito dalla famiglia Caffarelli (detto popolarmente la “Vaccareccia”) ed è molto amato dai suoi frequentatori per il suo aspetto ancora in gran parte incontaminato. Dal punto di vista topografico corrisponde alla valle del fiume Almone, che veniva utilizzata dai Romani fin dall’età arcaica per adunanze militari, come la parata della cavalleria in onore dei Dioscuri, che si svolgeva il 15 luglio per ricordare l’aiuto da loro dato in occasione della battaglia del lago Regillo, vinta dai Romani contro i Latini. Ma ancora più suggestivo è il ricordo della ninfa Egeria (la misteriosa consigliera del re Numa Pompilio), che rivive nei lecci del suo bosco sacro e nella celebre Grotta di Egeria, una suggestiva architettura rustica del II secolo d.C. realizzata in corrispondenza di una sorgente, pure interessata da un intervento di manutenzione straordinaria con i fondi PNRR.

Nel II secolo d.C. il senatore Erode Attico (101-177) possedeva qui una tenuta chiamata Pago Triopio, che riprendeva il nome del santuario di Demetra a Cnido, il Triopeion. Oltre a un villaggio agricolo, con vigne, oliveti, campi di grano, il fondo comprendeva una lussuosa villa residenziale che doveva sorgere all’incirca dove oggi si vedono i resti della Villa di Massenzio.

Erode Attico, di origine greca, era un letterato, filosofo, uomo politico, amico dell’imperatore Antonino Pio e precettore dei suoi figli adottivi Marco Aurelio e Lucio Vero. Le fonti antiche dicono che nel Pago Triopio aveva eretto un tempio intitolato a Cerere, la dea delle messi corrispondente alla greca Demetra, e a Faustina maggiore, la moglie prematuramente morta e divinizzata di Antonino Pio.

2 Il tempio trasformato in chiesa di Sant’Urbano

L’ipotesi tradizionale vede nella chiesa di Sant’Urbano proprio quel tempio, che si sarebbe salvato dalle spoliazioni che hanno interessato la zona (chiamata nel Medioevo “La Marmorea” per l’abbondanza di marmi), perché trasformato in luogo di culto cristiano presumibilmente nel IX-X secolo; a quest’epoca, in effetti, risale l’affresco della sua cripta, raffigurante la Madonna col Bambino, tra i santi Urbano e Giovanni Evangelista. L’edificio fu intitolato a Sant’Urbano, ma chi fosse esattamente l’Urbano venerato nella chiesa non si sa, perché potrebbe essere Urbano I (papa dal 222 al 230) o un Urbano vescovo e confessore, menzionato nelle lettere di Cipriano e venerato tradizionalmente nelle gallerie catacombali del cimitero di Pretestato, all’interno del Pago Triopio.

La vita di papa Urbano sembrerebbe legata alla vita di santa Cecilia, sepolta nelle catacombe di Callisto, prima del suo trasferimento nella chiesa di Trastevere, perché negli Atti di Santa Cecilia (redatti intorno al V secolo) viene riferito che il vecchio Urbano battezzò il marito e il cognato della santa. Si tratta, però, di un resoconto privo di valore storico; lo stesso si può dire degli Atti del (presunto) martirio di Urbano stesso, che sono ancora più tardi di quelli leggendari di santa Cecilia.

3 Madonna col Bambino tra i santi Urbano e Giovanni, affresco della cripta

Per confondere maggiormente le idee, nelle catacombe di San Callisto, dove sono sepolti i papi morti nel III secolo, è stato ritrovato da Giovan Battista De Rossi un frammento di iscrizione in greco del coperchio di un sarcofago relativo a Ourbanos epískopos, ma potrebbe anche trattarsi di un vescovo straniero. Comunque il culto cristiano all’interno della chiesa potrebbe essere messo in relazione con la traslazione delle reliquie (dalle catacombe di Pretestato oppure da quelle di Callisto), che potrebbe risalire ad alcuni pontefici del IX secolo. Ma il culto potrebbe essere anche precedente, per la presenza di graffiti sulle colonne del pronao, databili al VII secolo, lasciati da pellegrini che probabilmente visitavano questo luogo, così come le vicine catacombe.

Il tempio romano, costruito in laterizio, ha le quattro colonne della facciata in marmo proconnesio e l’architrave in marmo cipollino. Molto ricca è la decorazione architettonica superiore in mattoni con cornici, mensole e motivi geometrici considerati tipici del II secolo d.C.

4 Particolare della facciata

Le colonne, di stile corinzio, appaiono inglobate in possenti murature, risalenti al restauro del 1634, voluto dal cardinale Francesco Barberini (nipote di Urbano VIII), che aggiunse anche i contrafforti laterali per dare stabilità all’edificio e fece ripulire la cripta della terra che l’aveva colmata.

Sopra la porta di accesso che dal pronao introduce alla cella è collocato lo stemma di Urbano VIII, che presumibilmente era particolarmente devoto al santo del quale portava il nome. Sempre nel pronao, trasformato con la sua chiusura in sacrestia, era stato ricavato un soppalco, rimosso negli anni Trenta del Novecento dal noto architetto e archeologo Antonio Muñoz.

5 Stemma di Urbano VIII

L’edificio pagano doveva sorgere all’interno di un’area porticata su tre lati e poggiava probabilmente su un podio preceduto da una scala di sette gradini oggi interrati. Indagini effettuate dalla Sovrintendenza Capitolina hanno evidenziato la presenza solo di alcuni rivestimenti dei gradini in laterizi bipedali. Il tempio dedicato a Cerere e Faustina era stato eretto da Erode Attico per ricordare la moglie Annia Regilla, il cui cenotafio (noto un tempo come “tempio del dio Redicolo”, da Redicolus, dio del ritorno) sorge nello stesso parco della Caffarella. Annia Regilla era stata uccisa da un liberto nel 160 d.C., mentre era incinta del suo quinto figlio, e i suoi parenti avevano accusato il marito come mandante dell’uxoricidio; la realizzazione del tempio in onore della moglie, dopo un processo che si era concluso con la sua assoluzione, poteva essere, quindi, un modo per mettere a tacere i sospetti su di lui.

La decorazione in stucco al centro della volta cassettonata potrebbe far pensare, in effetti, all’eroizzazione della donna dopo la sua morte. In realtà il significato della raffigurazione non è così chiaro: vi si vede sulla destra un personaggio probabilmente maschile, del quale si conserva solo la parte inferiore, che porge un volatile (forse una colomba) con la mano destra protesa, e una figura femminile a sinistra, che regge nella mano destra una coppia di anatre.

6 Interno della chiesa- tempio

C’è chi ritiene si tratti di Antonino Pio e della moglie Faustina in atto di sacrificare alle divinità, oppure di Erode Attico con Annia Regilla, mentre altri vedono nella figura femminile la personificazione dell’Inverno, data l’analogia con una raffigurazione presente nella “Danza dei Geni delle Stagioni” di Ravenna (V-VI secolo).

7 Lacunare centrale della volta

L’identificazione di Sant’Urbano alla Caffarella col tempio romano voluto da Erode Attico è stata recentemente messa in discussione dall’archeologo Alessandro Blanco. In base alle sue ricerche egli sostiene che la struttura templare fu realizzata con materiali di recupero all’inizio del IV secolo d.C. per volere dell’imperatore Massenzio, inserendosi nel grande progetto del vicino complesso imperiale, comprendente la villa, il circo di Massenzio e il mausoleo del figlio Romolo. Tra le prove più evidenti ci sarebbero le anfore Dressel 23, inserite nella muratura della volta per alleggerirne il peso, che sono tipiche dell’età massenziana, e un bollo laterizio di età tetrarchica che si vede all’interno dell’edificio. Altri nel passato avevano ipotizzato che l’edificio potesse aver avuto due fasi architettoniche, la seconda delle quali sarebbe effettivamente dell’età di Massenzio.

La chiesa-tempio è costituita dal pronao (chiuso al tempo del pontificato Barberini) e da un ambiente rettangolare con volta a botte decorata a lacunari ottagonali. Le pareti interne presentano tre ordini architettonici, il primo senza decori, il secondo con riquadri affrescati separati da lesene con capitelli corinzi, il terzo con fregi romani in stucco che rappresentano trofei, visibili soprattutto nella parete destra immediatamente sotto la volta. Gli affreschi medievali, che decorano le pareti della cella, vengono tradizionalmente riferiti all’anno 1011, grazie all’iscrizione che compare sotto la raffigurazione della Crocifissione sulla parete di ingresso.

8 Fregi romani con trofei sotto la volta in lacunari

Nel corso del restauro barberiniano, sugli affreschi intervennero i pittori Simone Lagi e Marco Tullio Montagna, che ridipinsero interamente a olio e cera le parti in cattive condizioni. Prima di avviare il restauro, furono eseguite due serie di copie ad acquerello (1630 e 1640), conservate nella Biblioteca Apostolica Vaticana, che rappresentano una preziosa testimonianza dell’iconografia generale e del rapporto dei personaggi nello spazio della scena architettonica o paesaggistica.

Le scene affrescate narrano la vita di Gesù (20 episodi), traendo ispirazione anche dai vangeli apocrifi, quindi il martirio di san Lorenzo e altri santi (4 episodi), la vita di santa Cecilia (6 episodi) e quella di sant’Urbano (4 episodi), che, come abbiamo precedentemente accennato, erano accomunate dagli Acta del V secolo. Le storie si susseguono senza un senso di lettura ordinato, spostandosi dall’alto in basso, o da destra a sinistra. Il racconto della vita di Gesù inizia con l’Annunciazione a metà della parete nord, prosegue poi su quella a sud e si conclude sulla parete d’ingresso.

9 Scene relative alla vita di Gesù

Il martirio di Lorenzo e di altri santi si sviluppa su una parte della parete sud, dove inizia anche la storia di Cecilia che termina in fondo alla parete nord. Infine, sulla parete di fondo opposta all’ingresso ci sono le storie di Urbano, tra le più ricche dal punto di vista compositivo.

10 S. Urbano battezza il suo carceriere

L’affresco sopra l’altare raffigura Cristo benedicente in trono, mentre nella parete d’ingresso domina la scena il Cristo della Crocifissione, inchiodato con i piedi non sovrapposti: ai suoi lati sono le croci dei due ladroni e altri personaggi evangelici; al di sotto, invece, sono due figure che potrebbero essere i committenti degli affreschi.

11 Cristo benedicente
12 Crocifissione

La narrazione del ciclo decorativo, pur molto rimaneggiata, appare più realistica di quella realizzata nelle pitture di epoca precedente. Mentre il paesaggio è nudo, spoglio, con solo qualche albero, i personaggi raffigurati in alcuni episodi esprimono con chiarezza le proprie emozioni. Nelle scene di martirio, in particolare, l’artista indugia sui dettagli più cruenti, come nel caso di san Lorenzo bruciato sulla graticola o nel sangue che schizza dai colli recisi di Valeriano e Tiburzio (marito e cognato di Cecilia).

Come in altri casi di riutilizzo di edifici cultuali antichi, il fascino di questo luogo è legato in gran parte alla coesistenza di elementi cristiani con altri pagani. Tra questi ci incuriosisce particolarmente l’ara con un serpente scolpito a rilievo tutt’intorno e un’iscrizione in greco con dedica a Dioniso da parte dello ierofante Apronianus (seconda metà del II secolo d.C.).

13 Interno della chiesa con ara pagana

Quest’ara, rinvenuta nella cripta nel corso del restauro secentesco, è stata raffigurata da Francesco Piranesi in una sua acquaforte, mentre al più celebre padre Giovan Battista Piranesi si devono altre incisioni relative all’edificio, all’epoca chiamato Tempio di Bacco, e alla vicina Grotta di Egeria.

14 Francesco Piranesi, Ara o mensa di Bacco, 1780, Calcografia nazionale

Nica FIORI  Roma 21 Giugno 2026

Chiesa di Sant’Urbano alla Caffarella. Roma, Vicolo di Sant’Urbano (accessibile da Via Appia Pignatelli)

Ingresso (max. 25 persone per volta) nel corso di aperture straordinarie da parte della Sovrintendenza Capitolina

Tel. 060608