di Nica FIORI
Maria Barosso. Alla Centrale Montemartini la mostra sulla pittrice-archeologa dei primi decenni del Novecento
La Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ha avviato da diversi anni la valorizzazione di opere di artiste presenti nelle sue collezioni, alcune note e altre dimenticate, presentate in alcune memorabili mostre, che hanno permesso di riscoprire il talento di diverse donne che si sono dedicate con passione e con una professionalità faticosamente conquistata alla pittura, alla scultura, alla fotografia, alle arti applicate.
Una singolare figura di artista, che si è affermata a Roma nel campo dell’archeologia, è quella di Maria Barosso (Torino 1879 – Roma 1960): l’unica donna ad aver documentato con disegni e acquerelli le demolizioni di alcune aree urbane e importanti cantieri di scavo nei primi decenni del XX secolo.

A lei è dedicata per la prima volta una mostra monografica, ospitata nella Centrale Montemartini (Musei Capitolini) fino al 22 febbraio 2026, che la fa conoscere al grande pubblico, anche se il suo nome, sconosciuto ai più, era già tornato alla ribalta in un’esposizione tenutasi nei Mercati di Traiano nel 2022, intitolata “1932 – L’elefante e il colle perduto”, grazie ad alcuni suoi acquerelli che illustravano lo sbancamento della collina della Velia per creare via dell’Impero (poi via dei Fori Imperiali). Ed è forse nata allora l’idea di esporre le sue opere, a partire da quelle del Museo di Roma di Palazzo Braschi.
Maria Barosso, dopo aver studiato a Torino nella Regia Accademia Albertina, giunse a Roma nel 1905 per lavorare con Giacomo Boni, allora direttore degli scavi del Foro Romano. Due anni dopo fu assunta come funzionaria (prima donna con questo ruolo) presso la Direzione Generale Antichità e Belle Arti di Roma, dove ebbe incarichi di crescente responsabilità sia come studiosa, sia come disegnatrice, specializzandosi nell’esecuzione di copie in scala 1:1 di dipinti murali. Si ricorda, tra le altre cose, che la sua bravura colpì Francis W. Kelsey, noto latinista dell’Università del Michigan, che nel 1924 le commissionò le monumentali riproduzioni delle pitture della Villa dei Misteri a Pompei, che furono esposte nel 1926 alla Galleria Borghese.
Il suo percorso professionale la portò a essere testimone delle grandi trasformazioni urbanistiche della Capitale, che documentò con precisione filologica e sensibilità estetica, ed è proprio questo aspetto che si è voluto evidenziare nel titolo della mostra: “Maria Barosso, artista e archeologa nella Roma in trasformazione”, curata da Angela Maria D’Amelio, Maurizio Ficari, Manuela Gianandrea, Ilaria Miarelli Mariani, Domenico Palombi, con la collaborazione di Andrea Grazian ed Eleonora Tosti. L’esposizione è promossa dalla Sovrintendenza Capitolina e prodotta in collaborazione con Sapienza Università di Roma: l’organizzazione è di Zètema Progetto Cultura e il catalogo è di De Luca Editori d’Arte.
Ben 137 sono le opere esposte (100 sono di Maria Barosso, tra rilievi, disegni, acquerelli, pitture e incisioni), provenienti, oltre che da Palazzo Braschi, dai depositi comunali, da collezioni private e prestigiose istituzioni.
Il percorso espositivo è articolato in sezioni corrispondenti ai luoghi della Roma in trasformazione, con le raffigurazioni della Barosso poste in dialogo con fotografie, documenti e manufatti storici: vengono così ricostruite storicamente le vicende che dal primo Novecento e per tutto il Ventennio fascista cambiarono per sempre il volto della Capitale con demolizioni radicali, scoperte clamorose, interventi scenografici voluti dal regime.
Una sezione riguarda l’Area Sacra di largo di Torre Argentina, venuta alla luce in seguito alle demolizioni iniziate nell’area nel 1926 con l’intento di costruirvi nuovi edifici. Nel corso degli scavi vennero individuati quattro templi, denominati A, B, C e D, tutti di età repubblicana. Il tempio B, di forma circolare, è dedicato alla dea Fortuna con l’appellativo di Huiusce Diei (letteralmente ‘del giorno presente’), attribuzione avvalorata dalla scoperta degli impressionanti frammenti della colossale statua di culto della dea, oggi esposti proprio nella Centrale Montemartini. Pure importante è stato il rinvenimento di un muro, riconosciuto come il fondo dell’aula della Curia di Pompeo, dove Giulio Cesare venne ucciso alle Idi di marzo del 44 a.C.
Anche se la “nuova” Area Sacra venne inaugurata il 21 aprile del 1929, alla presenza di Benito Mussolini, i lavori di scavo e documentazione proseguirono negli anni seguenti sotto la direzione di Giuseppe Marchetti Longhi e, a partire dal 1932, videro impegnata anche Maria Barosso, che eseguì rilievi e disegni dei templi e delle pavimentazioni antistanti, nonché dei resti dell’altare di Aulo Postumio Albino.

Un rinvenimento archeologico meno noto è quello del Compitum Acilium, i cui resti (parte del podio e della trabeazione marmorea con un’iscrizione del 5 a.C.), provenienti dai magazzini comunali, sono ora esposti per la prima volta al pubblico. Con il termine Compitum s’intende un’edicola dedicata ai Lares Compitales, i numi tutelari delle strade, il cui culto si praticava nei crocicchi: tradizione dalla quale deriva l’uso di collocare edicole sacre, per lo più mariane (dette a Roma “madonnelle”), sulle facciate o sugli spigoli di molti edifici.

La scoperta del Compitum avvenne nel maggio 1932 durante gli sterri per lo sbancamento della Velia, la collina che congiungeva Palatino ed Esquilino. Data la fretta per l’apertura della grandiosa via dell’Impero, che sarebbe stata inaugurata nell’ottobre dello stesso anno per celebrare il decennale della Marcia su Roma, il monumento venne smontato. Maria Barosso ha potuto riprodurre in disegni e acquerelli ciò che rimaneva del Compitum prima che venisse distrutto. Nelle illustrazioni dedicate al piccolo monumento emergono la sensibilità dell’artista e la formazione dell’archeologa, che rileva accuratamente i resti superstiti in una tavola a china, proponendo anche una ricostruzione degli elementi mancanti. Di grande impatto visivo è una veduta ad acquerello che raffigura l’edicola, col suo podio in travertino e una scala rivestita in marmo, avendo alle spalle il tempio di Venere e Roma e il complesso monastico di Santa Francesca Romana.

Certamente più eclatante è stata la scoperta dei resti del Foro di Cesare, a partire dal 1930, quando tutta l’area delle pendici del Campidoglio, a sud-est del Vittoriano e di Santa Maria in Aracoeli, venne investita da imponenti lavori di demolizione, in vista della realizzazione di via dell’Impero. Gli scavi, condotti da Antonio Muñoz e Corrado Ricci, riportarono alla luce la grande piazza porticata voluta da Giulio Cesare, che ospitava un tempio dedicato a Venere Genitrice.
Maria Barosso ha ritratto le demolizioni in diversi acquerelli, come quello dalla prospettiva ampliata, ottenuta adottando un punto di vista dal basso, in cui il Vittoriano svetta sullo sfondo e gli operai sono impegnati nel loro frenetico lavoro. Alla distruzione delle casupole medievali di via Cremona assistono come rassegnati testimoni gli abitanti della zona.

Quando il Governatorato di Roma decise a un certo punto di eliminare la collina della Velia, venne distrutta la maggior parte del parco di Villa Silvestri Rivaldi, la cui costruzione, iniziata negli anni Quaranta del XVI secolo da Eurialo Silvestri, uomo di fiducia di papa Paolo III, era stata completata dall’arcivescovo di Firenze Alessandro de’ Medici. La lussuosa villa comprendeva, oltre al grande edificio residenziale (scampato alle demolizioni), il cosiddetto Casino Nuovo, un criptoportico, cortili arricchiti da ninfei monumentali e manufatti di pregio, tra cui il tondo in terracotta invetriata, esposto in mostra, realizzato da Luca Bartolomeo Della Robbia (1513-1521).
Maria Barosso è testimone della distruzione del contesto, come documenta, ad esempio, l’acquerello che riprende, con toni cromatici di effetto crepuscolare e drammatico, la demolizione di un portale della Villa. Suggestive, inoltre, le vedute del taglio della Velia, in cui sono registrate le scoperte di valore scientifico, come la stratificazione geologica e i resti fossili di un teschio di Elephas antiquus, databili a ca. 200.000 anni fa.

Sempre per far posto a via dell’Impero e ai giardini limitrofi è stato raso al suolo il “quartiere Alessandrino” (cosiddetto perché realizzato alla fine del XVI secolo dal cardinale Michele Bonelli, nativo di Alessandria), che si estendeva nell’area compresa tra il Foro di Nerva e il Foro di Traiano, con al centro il Foro di Augusto. Le distruzioni sono evocate in mostra non solo con diversi acquerelli e disegni della Barosso, come quelli riproducenti Sant’Urbano ai Pantani con il monastero di Sant’Eufemia e la “moritura” chiesina di Santa Maria in Macello Martyrum, ma anche con due lunette marmoree del XVI secolo provenienti da quest’ultima chiesa.


Il percorso si snoda lungo altre sezioni relative a luoghi d’interesse archeologico, tra cui il complesso degli Horrea Agrippiana, i magazzini fatti costruire da Marco Vipsanio Agrippa alle pendici nord-ovest del Palatino, riportati alla luce da Giacomo Boni nei primi anni del Novecento, e gli Horrea Piperataria, i magazzini per lo stoccaggio e la vendita delle spezie, voluti da Domiziano, scoperti nell’area della Basilica di Massenzio nel 1915, e la cui direzione degli scavi Boni affida proprio alla Barosso. I lavori di scavo, condotti a più riprese fino al 1937, riportano alla luce diversi settori di un esteso edificio articolato intorno a due grandi cortili, disposti a quote differenti assecondando il declivio della Velia. Come evidenziato dai curatori, il grande merito della Barosso è stato non solo quello di scoprire e comprendere la trama di edifici precedenti alla grandiosa Basilica di Massenzio, ma anche di inaugurare la moderna stagione di studi sulla stessa Basilica, grazie a una preziosissima serie di piante e sezioni dell’imponente edificio massenziano, che testimonia le capacità tecniche dell’autrice.

Dal periodo classico si arriva al Medioevo con una serie di riproduzioni di affreschi e mosaici collocati in varie chiese romane, oggetto in quegli anni di importanti interventi di restauro. Tra gli affreschi riprodotti dalla Barosso non potevano mancare quelli della chiesa di Santa Maria Antiqua, scoperta alle pendici del Palatino da Giacomo Boni nel 1900 (a distanza di 1000 anni dal terremoto che ne aveva cancellato l’esistenza, ma non la memoria), come pure i dipinti murali riportati alla luce durante i lavori di restauro nelle chiese di San Giorgio al Velabro e di Santa Balbina, che avevano privilegiato proprio il recupero o la restituzione delle fasi medievali, a scapito delle decorazioni successive. Si tratta principalmente di un’attività di documentazione che la Barosso svolge per il Governatorato di Roma o per iniziative del regime fascista, come la grande “Mostra Augustea della Romanità” (1937-1938), per la quale esegue una copia e colora il calco in gesso del pannello in opus sectile con una scena di processione consolare, proveniente dalla cd. Basilica di Giunio Basso, che si trovava sul colle Esquilino e venne trasformata nel V secolo nella chiesa di Sant’Andrea Catabarbara (oggi scomparsa).


Tra le riproduzioni di mosaici medievali, ci colpiscono quelle relative ai resti dell’Oratorio di papa Giovanni VII (705-707), che si trovava nell’antica basilica di San Pietro in Vaticano. Per l’occasione è stato eccezionalmente prestato il grande frammento di mosaico, conservato nella sacrestia di Santa Maria in Cosmedin, dell’Adorazione dei Magi (si vede la Madonna col Bambino e il braccio di uno dei re Magi che porge un libro al Bambino), esposto accanto alla riproduzione del busto della Vergine eseguito dalla Barosso ad acquerello, probabilmente nel 1943.


Sono dovuti a un’importante commissione privata gli acquerelli e i disegni provenienti dalla Fondazione Caetani. Il duca di Sermoneta Gelasio Caetani, impegnato nella stesura del suo libro Domus Caietana, chiese la collaborazione della Barosso che nel 1921-1923 riprodusse gli affreschi delle chiese di San Biagio, di Santa Maria Maggiore e la Grotta di San Michele Arcangelo a Ninfa, come pure il Castello di Sermoneta e il cd. Palazzo di Bonifacio VIII ad Anagni.

Tra le altre opere in mostra, sono di grande interesse anche i fogli realizzati da Maria Barosso negli anni della collaborazione con Giacomo Boni, oggi conservati nel Parco Archeologico del Colosseo, e, infine, il grande disegno che riproduce gli affreschi della Loggia del Priorato di Rodi, mai esposto prima, proveniente dagli archivi della Sovrintendenza Capitolina.

Un inevitabile cambiamento nella vita professionale della Barosso si ha alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso, quando anche in ambito archeologico e storico-artistico si preferisce servirsi di una documentazione fotografica. La Barosso in quegli anni viene incaricata solo di realizzare grafici tecnici e non più riproduzioni pittoriche di opere. Un ultimo importante acquerello le viene chiesto, però, nel 1950 per la mostra “Bonifacio VIII e il primo Giubileo”. In quell’occasione non solo esegue un’ottima copia della miniatura del XVI secolo che si credeva raffigurasse l’indizione del Giubileo da parte del papa (ispirata all’affresco conservato nella basilica di San Giovanni in Laterano), ma è anche invitata a tenere conferenze nell’ambito dell’esposizione.
Chiude il percorso una sezione, intitolata “Lo sguardo degli artisti su Roma”, con dipinti di artisti contemporanei alla Barosso, che pure seppero rappresentare i mutamenti urbanistici che in pochi anni avrebbero trasformato la secolare immagine di Roma. Il nome più famoso è quello di Mario Mafai, che tra il 1927 e il 1929 abitò con la compagna Antonietta Raphaël in un edificio di via Cavour (da cui deriva il nome di Scuola Romana di via Cavour), che sarebbe stato poi distrutto nel 1930, insieme a tutti quegli edifici e chiese sacrificati per dare risalto ai Fori Imperiali. A Mafai si deve il dipinto a olio su tela del 1936 intitolato Demolizioni di via Giulia. Eva Quajotto affronta lo stesso tema in Demolizioni al Lungotevere Marzio e in Demolizioni intorno all’Augusteo. Un altro dipinto intitolato Demolizioni è di Afro Basaldella. In questo quadro del 1939 è difficile risalire a un luogo preciso, perché le abitazioni sembrano già antiche rovine e i due operai che si intravedono tra le mura diroccate, invece di distruggere, sembrano formare nuove mura di fango, inesorabilmente condannate a una nuova caduta. Altri pittori hanno invece raffiguratomonumenti che sono ancora in piedi, ma in contesti che di lì a poco avrebbero perso il loro assetto originario.

Indubbiamente questa mostra è di grande interesse perché, oltre a farci scoprire l’arte di Maria Barosso, con la sua capacità di trasformare un reperto perduto in memoria viva, ci restituisce la complessità di un periodo di profondi cambiamenti urbani, offrendo al pubblico più vario (sono previste visite guidate anche per persone con disabilità) un percorso di conoscenza e riflessione.
Nica FIORI Roma 26 Ottobre 2025
“Maria Barosso. Artista e archeologa nella Roma in trasformazione”
Musei Capitolini – Centrale Montemartini, Via Ostiense, 106 – Roma
17 ottobre 2025 – 22 febbraio 2026
Orario: tutti i giorni: ore 9 – 19 (ultimo ingresso alle ore 18)
Info: Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.30 – 19.30
www.zetema.it; www. centralemontemartini.it; www.museiincomune.it
