di Dominique Lora
“Regard d’un collectionneur. Caillebotte, Vallotton, Lempicka, Valadon, Picasso, Renoir, Manet…” è la mostra che ha riscosso grande successo e che chiude oggi al Musée Caumont, Centre d’Art di Aix en Provence.


Continuando una tradizione ormai affermata e riconosciuta di esposizioni uniche che pensano l’arte al di fuori dei percorsi scientifici ed estetici tradizionali, il museo presenta un progetto espositivo che dimostra come il gusto e lo sguardo del collezionista, a partire dalla prima metà del Novecento, rappresenti, rifletta e rimetta in questione gli equilibri storico artistici contemporanei, in questo caso situati tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Uno sguardo e un rapporto inediti dunque tra opere d’arte che legano e in questo caso presentano movimenti e stili riassociandoli e riassemblandoli e avvicinando artisti fino ad oggi pensati “separatamente”.
Il n’y a pas de tableaux, il n’y a que des décorations!
Jan Verkade


Una rosa di artisti ma soprattutto una selezione di capolavori che, esposti secondo un ordine e un’organizzazione visiva inedita e sorprendente, (di)mostrano come il gusto, lo sguardo sull’epoca e sull’umanità contemporanea possa variare a seconda di chi la osserva e la percepisce.
L’espressione chiave è lo “sguardo del collezionista”, non il mercato, non l’artista, ma chi osserva e decide di collezionare, incidendo sullo zeitgeist, sull’interpretazione culturale e sociale e, naturalmente, sul mercato dell’arte locale e internazionale.


“Regard d’un collectionneur” è un progetto espositivo ricco e variegato che, offre uno sguardo fresco e inedito nei confronti di maestri come Van Dongen, Marie Laurencin, Gustave Caillebotte (di cui ricordiamo la magnifica retrospettiva al Musée d’Orsay nel 2004), Paul Sérusier, Henri Manguin, Suzanne Valadon e Jeanne Hébuterne, per citarne alcuni.

Una selezione di artisti che includono, a sorpresa, molte donne, la cui modernità è palesata nella scelta dei soggetti presi in prestito dalla vita contemporanea francese nella Parigi e dintorni dell’epoca, anticipando di quasi mezzo secolo una rilettura di stampo femminista della storia dell’arte.
Le opere rivelano ritratti intimi(ssimi) e paesaggi (alternativamente) industriali, bucolici o di periferie urbane, dalle inquadrature audaci e dai punti di vista insoliti e che costituiscono l’originalità di questi grandi maestri.

Oltre a fornire una narrazione eloquente e alternativa sul periodo delle “années folles” parigine, la mostra pone l’accento sull’importanza e sull’influenza delle arti decorative (al tempo ancora considerate come arti minori) sulla scultura contemporanea e la pittura da cavalletto. Una connivenza di stili caratterizzata dal ritorno a un classicismo stilizzato che include figure di bagnanti, nudi in interni, gruppi di ninfe danzanti, tutti declinati ad un gusto per l’esotico dalle influenze egizie, africane ed asiatiche. Una revisione storico artistica che di recente occupa spazi sempre più ampi nella curatela di mostre dedicate alla stretta relazione tra arti minori e/o radicali e di nicchia e ciò che comunemente viene considerata la “grande arte”. Si pensi alla splendida mostra al musée de l’Orangerie del 2022:
“Le décor impressioniste” che esplorava il lato nascosto della decorazione di interni di molti impressionnisti, spesso considerata a torto come secondaria, ma che portò Monet a dipingere le sue grandi decorazioni di ninfee. Inoltre, la selezione di opere sottolinea la presenza di maestri, spesso trascurati, facenti parte di minoranze in termini di genere, religione e cittadinanza come immigrati ebrei (Moïse Kisling e Nathalie Kraemer) e donne artiste (Suzanne Valadon, Jeanne Hébuterne, Berthe Morisot, Marevna e Tamara de Lempicka).
Infine, non mancano le rappresentazioni popolari di circhi, clown, fachiri e luna park che in quegli anni animavano le piazze popolari, proponendo un divertimento alternativo e accessibile al popolo minuto.
La selezione di opere offre uno sguardo eloquente sul periodo delle “années folles”, associando il radicalismo di movimenti come i Fauves, Pointillistes e post impressionisti, le cui pennellate rapide e frammentate dipinsero la luce e le genti coeve attraverso paesaggi urbani trasformati in luoghi di festa, imponendo un’estetica “art deco” basata sulla geometrizzazione, il lusso e la modernità, sulla scia di una riflessione contemporanea ispirata dalle ricerche e dal lavoro di William Morris e del movimento inglese delle “Arts and Crafts”. In tale contesto, oltre a Edouard Vuillard e Maurice Denis, l’arte “decorativa di Paul Sérusier (1864-1927) e Van der Velde precede e dialoga con la rappresentazione delle “années folles” di Marie Laurencin (1883-1956), Moïse Kisling (1891-1953), Jeanne Hébuterne (1898-1920), Kees Van Dongen (1877-1968) e, a suo modo, Pablo Picasso (1881-1973).


Durante gli anni cinquanta del secolo scorso, Oscar Ghez inizia a costituire una collezione che si distingue per le scelte decisamente controcorrente rispetto al gusto dei suoi contemporanei. Si interessa infatti a forme artistiche secondarie e trascurate dalla cultura predominante del tempo. Ghez, di religione ebraica, nasce nel 1905 da madre italiana e padre tunisino. Trasferitosi a Roma dove collabora all’azienda familiare che si occupa di lavorazione della gomma, ben presto è costretto alla fuga in seguito all’applicazione delle leggi razziali del 1939 e approda negli Stati Uniti. Di ritorno in Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale, da inizio alla sua collezione d’arte e, sul campo, conosce molti degli artisti a lui contemporanei dai quali acquista opere accessibili e meno quotate sul mercato dell’epoca.
Considerato oggi come un visionario, il suo gusto indipendente e strettamente personale, è ispirato ed illuminato da un’intuizione unica e fuori dalle convenzioni. Nel 1968 fonda il Petit Palais a Ginevra con una collezione composta da circa 8000 lavori raccolti nella Modern Art Foundation e di cui un terzo è oggi esposto in maniera permanente all’interno del museo svizzero, “documentando oltre 60 anni di vita artistica parigina tra il 1870 e il 1930. La Fondazione museo organizza infatti varie retrospettive per meglio valorizzare gli artisti meno noti e il suo motto si riassume a: “L’art au service de la paix” e intende presentare
“ogni opera d’arte come un ambasciatore del paese da cui proviene in grado di parlare facilmente al cuore degli uomini” sostenendo non soltanto la cultura ma anche la pace”.[1]
Negli ultimi venti anni, le opere della collezione Ghez sono state esposte in molti musei internazionali tra i quali ricordiamo la mostra italiana intitolata “Tra Monet e Picasso. 100 capolavori dal Petit Palais di Ginevra” a Palazzo Bricherasio nel 2001.
Dominique LORA Roma 22 Marzo 2026
NOTA

