La Biennale di Venezia 2026, Florenskij e ‘Sofia Azzurra’; dialogo tra Ada Lombardi (Accademia di Belle Arti, Roma) e Marcello Aitiani, pittore e musicista.

di Marcello AITIANI e Ada LOMBARDI

                                          Il dialogo tra Ada Lombardi e Marcello Aitiani

1 M. Aitiani, Sorgente oscura di onde musicali, 2017
(foto di Bruno Bruchi)

La Biennale di Venezia 2026, Florenskij e Sofia Azzurra

[Ada Lombardi] Pietrangelo Buttafuoco, Presidente della Fondazione La Biennale di Venezia, scrive in una recente lettera (13 marzo 2026) al quotidiano “il Foglio” che l’imminente Biennale dedica uno spazio ai dissidenti con due cantieri: uno per ricordare il Cinquantenario della Biennale del Dissenso di Carlo Ripa di Meana, per poi aggiungere «l’altro cantiere che ci sta tanto a cuore […] è La colonna e il fondamento di Verità, cinque serate di e su Pavel Florenskij […] un faro assoluto del sentimento cristiano, massimo tra i filosofi e gli scienziati».

Lo studioso chiamato da  Buttafuoco a selezionare alcuni testi di questo “faro” del pensiero contemporaneo è Silvano Tagliagambe, filosofo, fisico, epistemologo e tra i massimi esperti della poliedrica figura di Florenskij. I testi da lui scelti saranno teatralizzati in cinque serate in occasione dell’inaugurazione della Biennale della parola, progetto speciale dell’Archivio Storico della Biennale di Venezia.

Inoltre, sempre su invito e sollecitazione di Buttafuoco, Tagliagambe ha scritto il libro La sorgente e la foce. Il flusso delle idee di Pavel Florenskij, edito da Mimesis nella Collana: “Eredità di Pavel A. Florenskij”, che verrà presentato prossimamente alla Biennale. 

Ti sei interessato di Florenskij, anche come artista e non da ora. Cosa pensi di questa iniziativa che pone al centro una tale figura?

[Marcello Aitiani] Accendere l’attenzione sulle sue idee, sulle ricerche, sulla sua alta spiritualità, ritengo sia una scelta importante tanto più in un tempo come il nostro, caotico e tragico nella sfera del pensiero e delle azioni umane, che si riflettono ampiamente in quelle della biosfera e della geosfera.

Sulla base di ciò che posso al momento intravedere, credo che questo potrebbe essere un evento significativo della Biennale.

[A. L.] Il sistema dell’arte contemporanea nelle sue varie componenti o – per riprendere i tuoi termini – le varie sfere del mondo artistico si agitano tra ombre e luci.

[M. A.] Si agitano, e forse più ancora si cullano inerti, in stato di ipnosi.

Come nei testi di Samuel Beckett, molto di ciò che passa sotto l’etichetta di contemporary art da tempo non è che la reiterata comunicazione che in questa società non c’è più niente da comunicare. Non mancano delle eccezioni, ma da un secolo le arti, e i canali che ne parlano, vivono in un simile deserto di senso, nella vacuità di un gioco fine a se stesso. Lo hanno detto anche studiosi e artisti di certo non regressivi né tradizionalisti. Penso ad esempio a Enrico Baj, che con Virilio, era giunto a pensare che ormai l’arte ha orrore di se stessa perché non si occupa più dell’umano ed è diventata inutile [1].

[A. L.] Una storia lunga…

[M. A.] Osservo solo che a partire dai primi decenni del secolo scorso, vari “artisti” considerati spesso i più profondi e consapevoli hanno impiegato il loro tempo “giocando a scacchi”. Scrivere e assemblare varie macchine poetiche e iconiche con la loro logica di narcisismo celibe – come ha scritto Michel de Certeau – è stato il passatempo serio, e non privo di una tragica genialità, di scrittori e “artisti” come Jarry, Duchamp, o Raymond Roussel. In questo modo hanno messo a nudo il gioco tragicomico di una scrittura e di un’arte chiuse del tutto in se stesse, nel loro specialismo linguistico, distaccandosi da quell’avvicinamento alla vita che pure era stato cercato, come recentemente sottolinea José Jimenéz [2].

De Certeau aveva scritto dell’infecondità della Mariée mise à nu par ses célibataires, même (La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche), più nota come Il grande vetro (1912 – 1923), di Marcel Duchamp. Una sposa che «non si congiunge mai con una realtà o un senso» [3].

Così, circondata da “scapoli” resta, in termini aristotelici, soltanto una dynamis, una potenzialità che mai si realizza.

Questa arte della fine dell’arte aveva il merito di rendere palese l’inessenzialità del mondo contemporaneo e aveva forse la capacità di generare uno shock, che avrebbe potuto farci aprire gli occhi su come stavano andando le cose, sul fatto che l’opera d’arte, cioè quella che Aristotele chiama ἐνέργεια (energheia) l’energia realizzata nella forma, nell’opera in atto è scomparsa. Al posto dell’opera resta l’artista… potenziale.

Oggi le esangui repliche di simili provocazioni non sono più il frutto del pensiero creativo di un soggetto cosciente, ma un noioso backup di prototipi dell’avanguardia e delle neoavanguardie, propagato dall’anonimo apparato artistico-tecnocratico-finanziario regnante.

Osserva Giorgio Agamben in una recente sua lezione che

«una congrega, purtroppo tuttora attiva, di abili speculatori e di gonzi, ha trasformato il ready-made in opera d’arte, che si vende, che ha un valore commerciale […] La macchina artistica gira ormai a vuoto» [4].

Ad ogni modo non merita dilungarsi, perché i vari studi critici che negli anni sono stati fatti «per i direttori del sistema dell’arte – scrivono ancora Baj e Virilio è come se non esistessero»; formalmente la libertà di parola esiste, «ma si tratta di uno spazio puramente virtuale dal momento che è solo verbale e non può avere accesso al controllo dei fondi, degli sponsor e di tutta l’ideologia dell’arte ufficiale»[5]. 

[A. L.] Rispetto a tutto questo, perché ti sembra importante dedicare la Biennale della parola a Florenskij?

[M. A.] Perché nella vastità dei suoi orizzonti ha esaminato, in modo tanto specialistico quanto olistico, molteplici aspetti basilari del nostro tempo. Credo che per vari motivi il suo pensiero sia illuminante per affrontare le tante sfide di oggi e del prossimo futuro, anche nell’ambito dell’arte. Ne richiamo solo alcuni.

Prima di tutto può fornire antidoti per superare i limiti di saperi chiusi e frammentati in vista di una visione e d’un sentire complessi, cogliendo la natura polifonica del reale.

Ho usato il termine polifonico per mettere in rilievo che in Florenskij le antinomie, le coppie oppositive non spariscono fondendosi in una sintesi, mantengono invece la loro singolarità. Come tra terra e cielo una linea d’orizzonte le divide e insieme le pone in relazione.

All’interno del sentire olistico che ho richiamato, è infatti sempre presente in Florenskij non la con-fusione ma il dialogo tra scienza e arte, spiritualità e vita.

In secondo luogo, la sua visione guarda all’essenza umana e cosmica non come mera astrazione della mente ma nella sua interezza vivente. In questo senso anche la dimensione metafisica diviene “concreta”, cogliendone la natura antinomica.

Un altro tema che ritengo di grande rilevanza soprattutto oggi è quello della tecnica, che il nostro autore pure approfondisce ritenendola un’estensione dell’essere umano, da non demonizzare purché se ne colgano le possibili negatività e non si trascuri la responsabilità etica del suo utilizzo…

[A. L.] … e quindi rispetto all’arte? Hai accennato al fatto che la ricchezza di un simile pensiero è illuminante e potrebbe favorire il superamento di quella ripetitività e inutilità che hai richiamato con Baj e Virilio…

[M. A.] Possiamo tornare alla realtà della vita e rompere anche artisticamente il recinto di un gioco sterile, se diventiamo coscienti che la realtà non è un oggetto bell’e pronto come un ready-made; esiste fiorendo dinamicamente nella relazione.

Penso che questa complessità sia l’obiettivo, e insieme il punto di partenza, che anche l’espressione artistica, se vuole, può perseguire, coltivare, realizzare a partire dalla propria interiorità, dischiusa e non isolata. Qui l’io fiorisce, insieme al sentimento di ciò che l’oltrepassa: gli altri, le cose e oltre le cose.

È nel silenzio dell’interiorità che l’arte può custodire la possibilità di un oltre molto diverso dal deserto di senso dei narcisisti celibi. Un raccoglimento e una ricerca che si può sperimentare ci ricorda il poeta e saggista Antonio Prete nel chiuso di una stanza come nella vastità del deserto; qui «dinanzi allo sconfinato, e nel ritmo di un nuovo tempo comincia l’esercizio di una spoliazione di sé», ma questa perdita spesso assai dolorosa è anche una «apertura di sé al dominio dell’immenso» [6].

Deserti contemporanei, anche dell’arte e nell’arte, della scrittura e nella scrittura, talvolta sofferti, tratteggiati da poeti come Edmond Jabès (Il libro della sovversione non sospetta).

Esistenziali solitudini, ma aperte al mondo, vissute e descritte da uomini come Pavel Florenskij, appunto.

2 M. Aitiani, Sofia azzurra, 2016 (metri 8 x 1,80) (foto di Bruno Bruchi)

[A. L.] Nelle complesse atmosfere artistico-scientifico-umanistiche che hai accennato è nata Sofia azzurra, pittura presentata in prima assoluta in concomitanza col Convegno Internazionale Il pensiero polifonico di Pavel A. Florenskij: una risposta alle sfide del presente, a cura di Silvano Tagliagambe, Massimiliano Spano e Andrea Oppo. Il convegno è stato organizzato il 25 e 26 ottobre 2017 per gli 80 anni dalla morte. 

Promosso dall’Università di Cagliari e dalla Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna, ha visto la partecipazione di alcuni tra i massimi studiosi del pensiero di Florenskij [7].

[M. A.] Tagliagambe si è in seguito occupato di quest’opera anche in Pluriversi, libro catalogo dedicato al mio intervento urbano in Prato, comprensivo dell’esposizione personale omonima. La pubblicazione è inserita nella collana di “Filosofia della scienza” diretta da Tagliagambe [8]. Ha parlato di Sofia azzurra anche in conferenze, tra le quali La scienza e la duplice natura del confine, tenuta nel Palazzo delle Esposizioni in Roma (8 marzo 2018) in occasione della mostra “Human +. Il futuro della nostra specie” [9].

3 Roma, Palazzo delle Esposizioni. Un momento della conferenza di Silvano Tagliagambe nella quale tra l’altro indica Sofia azzurra quale esempio recente di rapporto tra arte e scienza
4. Roma, Palazzo delle Esposizioni

https://www.youtube.com/watch?v=NH651DJEZkg)

[A. L.] Nel suo saggio in Pluriversi, sull’intervento in Prato, Tagliagambe così introduce Sofia azzurra

«[…] La mostra di Marcello Aitiani aveva come suo pezzo forte, per dimensioni e importanza, la suggestiva opera Sofia Azzurra. Sintonie con Pavel Florenskij, 8 metri di lunghezza per un’altezza di un metro e 80 centimetri: una meditazione pittorica, caratterizzata da un colore azzurro di fondo, una forma del pensare visivo che s’ispira, come evidenziato nel titolo, al pensiero del teologo, filosofo, matematico, storico e critico d’arte russo Pavel Florenskij, nato nel 1882 e fucilato in un bosco nei pressi di Leningrado l’8 dicembre 1937, dopo una lunga prigionia nelle isole Solovki nel Mar Bianco, distanti 160 km dal Circolo polare artico [… ]» [10].

Una pittura davvero non ordinaria, anche per le sue dimensioni e per lo “stiramento spaziale” del formato, quasi fosse un “pentagramma visivo” dalle risonanze temporali-musicali; che, insieme, richiama un’immagine cosmica, totalizzante. Infatti Sofia azzurra è anche, scrive ancora Tagliagambe,

«una chiave di nodi cruciale della ricerca scientifica più avanzata, come sottolinea Filippo Martelli [11], al quale appare “come un buco nero circondato dal disco di accrescimento, ovvero dal vortice di materia attratta dalla straordinaria gravità del buco nero che, comprimendosi, si riscalda ed emette radiazione, in contrasto con il disco scuro che rappresenta il buco nero, nero perché nemmeno la luce riesce a sfuggire alla sua gravità”. Non è sorprendente più di tanto, se si pensa quanto Florenskij si sia impegnato ad avvicinare e a far dialogare in modo concreto scienza e arte» [12].

5 M. Aitiani, Sofia azzurra (foto di Bruno Bruchi, particolare)

Com’è nata quest’opera?

[M. A.] È nata dall’incontro col pensiero di Florenskij con cui mi sono imbattuto nei primi anni Ottanta. La lettura dei suoi scritti è continuata fino ad oggi, in modo irregolare ma continuo.

Preciso tuttavia che i miei lavori, se fanno riferimento a un “testo” (musicale, poetico, filosofico…), non sono mai la sua illustrazione. Essi vanno anche oltre il d’après in uso nell’arte. Si tratta piuttosto di opere autonome, entrate in risonanza con altri mondi creativi, per poi distaccarsene, rientrarvi e magari ampliarsi ulteriormente.

Di Florenskij mi ha sempre attratto la sua tensione intellettuale e sensibile verso un’unità nella diversità; non rinunciando certo allo specialismo e alla forza stringente della ragione, ma ponendoli in dialogo. Una coesistenza di opposti che è essenziale, se non vogliamo vivere in un mondo frantimato, “ridotto” e astratto, senz’aria come diceva Heisenberg dove la vita non è possibile.

Il pensiero contemporaneo più acuto è cosciente dell’importanza di un paradigma dell’antinomia, che Florenskij aveva già esplicitato, di una filosofia del tra [13], di una visione complessa presente in importanti studiosi di differenti discipline: Ignacio Matte Blanco, Gregory Bateson, Ilya Prigogine, Edgar Morin, Mauro Ceruti, Silvano Tagliagambe, Giorgio Parisi…

6 Raggio di luce sul Vortice di Sofia azzurra, Ghetto di Cagliari 2017

[A. L.] Da dove viene il titolo Sofia azzurra?

[M. A.] Dal simbolo di cui parla Florenskij in Segni celesti. Riflessioni sulla simbologia dei colori, scritto nell’ottobre del 1919, dove assegna a Sofia il colore azzurro che nella sua teoria del colore, e del simbolismo ad esso collegato, rimanda al cielo e alla presenza divina nel mondo, rivelata nelle sue opere e nella sua energia. L’azzurro esprime infatti, anche in pittura, una forza centripeta, di massima purezza, «un nulla eccitante – scrive Florenskij – […] una contraddizione composta di eccitazione e di pace».

Ho sviluppato Sofia azzurra nel corso di circa 30 anni, nutrita da concordanze e libere analogie che avverto fra sentimento artistico e altri territori del pensiero, anche scientifico-tecnologico.

7 M. Aitiani, Sofia azzurra, dal basso, Il Ghetto di Cagliari 2017
8 M. Aitiani, Sofia azzurra, dal l’alto, Il Ghetto di Cagliari 2017

[A. L.] La tensione tra opposti, pur nella differenza specifica di ognuno, accomuna alcuni dei più significativi artisti del ‘900, come Klee o Malevich, per esempio. 

[M. A.] Vale anche per la musica. Schönberg, per dire, è alla ricerca del “grido originario” (Urschrei), d’un infinito che paradossalmente traluce attraverso il finito della rigorosa forma-struttura dodecafonico-numerica. Analogamente, anche se con differenze, in Stravinskij.

Non dico che la visione di artisti come questi siano in perfetta sintonia col pensiero di Florenskij, ma vi si approssimano.

[A. L.] Puoi specificare meglio quanto hai detto della struttura, del rigore, del numero…

[M. A.] Ciò che penso e sento è soprattutto nelle opere, sarebbe meglio interrogare loro.

Solo un esempio: l’occhio centrale del vortice di Sofia azzurra in cui, come hai ricordato con le parole di Silvano, Filippo Martelli ha riconosciuto fenomeni dei corpi celesti che studia (buchi neri e onde gravitazionali), è dipinto nel punto esatto della sezione aurea, un preciso rapporto matematico tra due lunghezze disuguali, come hanno evidenziato la storica dell’arte della Soprintendenza di Cagliari Maria Francesca Porcella e l’ingegnere Carlo Crespellani.

9 Sofia azzurra. Sezione aurea

Sofia azzurra nasce al confine tra cognizioni e sentimenti, tra emozioni e rifrazioni simboliche che coesistono con razionali ponderazioni, visioni che lascienza mi suggerisce, interferenze con immaginari della matematica contemporanea, di Florenskij ma non solo.

Penso che queste antinomie rendano viva l’arte.

[A. L.] A proposito del numero, della razionalità, vorrei tornare al tema – che prima hai nominato – della tecnica, della crescente potenza tecnologica.

[M. A.] Non sono affatto prevenuto nei confronti della tecnologia, anzi la ritengo propria dell’essere umano, se si pensa al linguaggio, la sua più grande tecnologia, il suo maggiore artefatto cognitivo e culturale che probabilmente ha cominciato ad evolversi 100, 200.000 anni fa…

Nessun preconcetto, dicevo, tanto che le mie prime opere d’arte, musica e telematica le ho realizzate a partire dal 1988, diversi anni prima della nascita del web. Tuttavia non posso ignorare che la cosiddetta Intelligenza Artificiale porterà enormi cambiamenti, in noi come singoli e nelle società. Trasformazioni che potranno essere molto utili ma anche molto negative.

Sulla A.I. la domanda principale è non tanto cosa farci ma cosa vogliono farne i detentori. In sostanza, mi chiedo un po’ retoricamente, le Big tech che le sviluppano e gestiscono intendono utilizzarla come strumento di olocrazia, di totale dominio economico-politico-mentale, riducendo i più a sudditi-oggetto? O si porranno domande etiche, operando per favorire libertà e giustizia, in vista di quella che il pensiero greco chiamava εὐδαιμονία (eudaimonia), una fioritura umana, il perseguimento di una vita che per tutti sia dotata di senso?

Problemi grandiosi di cui qui non possiamo discutere; se non per osservare tornando al punto di partenza quanto sia importante che il presidente Buttafuoco si sia concentrato sull’opera di Florenskij, così attuale e innovativa. A parte i suoi studi matematici e ingegneristici, ricordo ad esempio il saggio del 1922, La proiezione degli organi, nel quale aveva scritto che «la tecnica può e deve stimolare la biologia, e la biologia la tecnica». Un’interrelazione circolare che è sempre più attuale se pensiamo agli impianti di protesi bio­ingegneristiche o al “gemello digitale” in campo medico. 

[A. L.] Tornando più specificamente alla pubblicazione su cui si concentra La Biennale della parola, Tagliagambe scrive che lo sforzo costante di Florenskij è stato di cercare la via per superare la “scissione” tra invisibile e visibile tra l’Assoluto e il mondo, aspirando

«a colmare il fossato che li separa. Quanto questo leitmotiv sia presente nella sua riflessone ce lo dice con chiarezza, e al di là di ogni possibilità di equivoco e fraintendimento, la prima delle dodici lettere nelle quali si articola la sua celebre opera del 1914 […] La colonna e il fondamento della Verità» [14].

10 Silvano Tagliagambe e Sofia azzurra, Cagliari, il Ghetto 2017

[M. A.] Credo che l’arte, la filosofia, la tecno-scienza, la stessa visione antropologica per l’epoca nostra e futura non possano avere senso se non in una metafisica concreta, dove il cielo dello spirito non sia rivolto ad astratte trascendenze ma all’abbraccio col reale, senza cadere in una forma di materialismo immanentista. La stessa fisica per Florenskij deve superare l’astrazione dello scientismo moderno; lo scrive alla madre dal lager delle isole Solovki:

«Lo spirito della fisica moderna, la continua astrazione di ogni fenomeno concreto, il fatto di rimpiazzare la forma fisica con formule analitiche mi è del tutto estraneo […]. La fisica del futuro deve intraprendere altre vie, si deve accostare alla forma concreta» [15].

[A. L.] La presenza nel mondo contemporaneo di una metafisica che non sia astratta e prigioniera di un pensiero dogmatico e il desiderio sempre più sentito soprattutto dai giovani di ascoltare e avere concretamente cura dell’altro, sia essere umano o ambiente, sono molto forti. Anche per questo penso che proporre Florenskij in Biennale sia una miccia positiva che viene accesa.

[M. A.] Ci sentiamo immersi in una voragine oscura dove niente è chiaro, nel tempo sospeso del Grande Vuoto dell’arte, delle relazioni, del senso, nel vuoto di pietà per se stessi e per gli altri, del passato e del futuro…

Questo caos vacuo è esistenzialmente pieno di dolore e crudeltà. Appare ancor più disperato e angosciante perché tutto sembra dirci che non c’è niente da fare, se non lottare nella violenza e con la violenza contro gli altri trasformati in nemici. Il Male che circola è «la nostra voglia inesausta di capri espiatori», osserva Mauro Ceruti in dialogo con Giuseppe Fornari, che attribuisce il merito di questa interpretazione a René Girard [16].

Catturati nel buio della tempesta, concentrati sulla sopravvivenza immediata, è difficile vedere spiragli di luce, non si scorgono vie di fuga, non si notano opportunità e nuove forme che dal Caos possono dischiudersi, così creando un Cosmo, come nella Teogonia di Esiodo o, come nella teoria del caos, facendo evolvere dal disordine del mondo l’ordine di strutture complesse non lineari.

11 Marcello Aitiani, Ordine dal disordine, 2019 (foto di Bruno Bruchi)

Forse ci troviamo in una sorta di vuoto quantistico dello spirito, per niente vuoto ma brulicante di particelle e di energia in continua fluttuazione per potenziali, impensati cambiamenti nutriti dall’Amore che supera la logica sopra richiamata del capro espiatorio.

Un’arte libera e autentica può pre-vederli, perché oltrepassa il dato, come accade anche nelle grandi accensioni della scienza. Scrive Romano Guardini che «ogni autentica opera d’arte è essenzialmente “escatologica” e proietta il mondo al di là, verso qualcosa che verrà» [17].

Non così la potenza funzionale dell’intelligenza artificiale che gestisce e assembla il già dato.

In questo “Nulla quantistico”, nell’abisso del senso e dell’intelletto dell’era nostra, La colonna e il fondamento della Verità potrebbe rivelarsi una di queste scintille, energie per attivare processi di trasformazione in vista di una fioritura inedita dell’umano.

Aver pensato di presentarla nella Biennale della parola, parallelamente alla Biennale Arte 2026, è davvero straordinario. Etimologicamente, fuori dall’ordine (o disordine) costituito.

Marcello AITIANI & Ada Lombardi  Siena / Roma 26 Aprile 2026

NOTE

[1] Cfr. Enrico Baj, Paul Virilio, Discorso sull’orrore dell’arte, Elèuthera, 2002.
[2] José Jimenéz, Critica del mondo immagine, edizione italiana a cura di Alessandra Scappini, prefazione di Bruno Corà, Aesthetica Edizioni, 2025, p. 66.
[3] Michel de Certeau, L’invenzione del quotidiano, Edizioni Lavoro, Roma 2005, p. 216.
[4] Giorgio Agamben, intervento nella Cattedra degli Uffizi, IV Lezione, Auditorium Paolucci, 28.11.2025
[5] Enrico Baj, Paul Virilio, Discorso sull’orrore dell’arte, op. cit., p. 20.
[6] Antonio Prete, Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità, Bollati Boringhieri, Torino 2016, p. 47.
[7] Il pensiero polifonico di Pavel A. Florenskij: una risposta alle sfide del presente, Atti del convegno, a cura di Silvano Tagliagambe, Massimiliano Spano e Andrea Oppo, PFTS University Press Cagliari 2018.
[8] Pluriversi, Rifrazioni e diffrazioni da un’esperienza espositiva, a cura di M. Aitiani e L. Puddu, Collana di “Filosofia della Scienza” diretta da Silvano Tagliagambe, Aracne, Roma 2022.
[9] Cfr. https://www.youtube.com/watch?v=NH651DJEZkg)
[10] Silvano Tagliagambe, La costruzione del mondo inter medio, in Pluriversi, cit., p.118.
[11] Astrofisico, docente all’Università degli Studi di Urbino, è membro della collaborazione internazionale LIGO-Virgo che nel 2016 ha annunciato la prima rivelazione delle onde gravitazionali, scoperta che è valsa l’assegnazione del Premio Nobel per la Fisica 2017. è stato insignito dello Special Breakthrough Prize in Fundamental Physics, un premio equivalente al Nobel per le grandi collaborazioni e del Gruber Cosmology Prize 2016.
[12] Silvano Tagliagambe, La costruzione del mondo intermedio, in Pluriversi, cit., p.134.
[13] Silvano Tagliagambe e Paolo Bartolini, Filosofia del Tra, Mimesis 2020.
[14] Silvano Tagliagambe, La costruzione del mondo intermedio, in Pluriversi, cit., p.119.
[15] “Non dimenticatemi”. Dal gulag staliniano le lettere alla moglie e ai figli del grande matematico, filosofo e sacerdote russo, a cura di N. Valentini e L. Zak, Mondadori, Milano 2000, p.284. Mio il grassetto
[16] Mauro Ceuri e Giuseppe Fornari, Le due paci. Cristianesimo e morte di Dio nel mondo globalizzato, Raffaello Cortina Editore, Milano 2005, p. 178.
[17] Romano Guardini, L’opera d’arte, Editrice Morcelliana, Brescia 2023, p. 49.