“Il Ratto di Orythia”, capolavoro di Francesco Solimena dalla collezione del cardinale Fabrizio Spada.

di M.Lucrezia VICINI

                                               FRANCESCO SOLIMENA

Il ratto di Orythia o/t  cm.110 X 137,7 INV.: N° 95 Collocazione: TERZA SALA

PROVENIENZA: COLLEZIONE DEL CARDINALE FABRIZIO SPADA

Esposizioni:

Metamorfosi e Mito. Pittura barocca tra Napoli Genova e Venezia. Salerno 19 luglio-19 ottobre 2003; Luci sul Settecento. Gaspare Traversi e l’arte del suo tempo in Emilia. Parma, 4 aprile-4 luglio 2004

Il dipinto fu commissionato dal Cardinale Fabrizio Spada (1643-1717) direttamente al Solimena sullo scorcio del 1600. Il 24 settembre 1699, l’ebanista Alessandro Sciomer ricevette da lui complessivamente 16 scudi per l’esecuzione di tre cornici, di cui una riferita al dipinto in esame, le due altre ai quadri di Giuseppe Chiari con Latona che trasforma in rane i pastori della Licia  e con Mercurio che affida Bacco fanciullo alle ninfe, pagati al pittore il 24 dicembre 1699, e oggi esposti nella prima sala del Museo(1).

Giuseppe Bartolomeo Chiari-39-Latona trasforma in rane i pastori della Licia – Galleria Spada, Roma

Nell’inventario dei beni ereditari del Cardinale del 1717 è citato nella Galleria piccola contigua alla libreria, attigua al suo appartamento, nel Piano Nobile del Palazzo e come

Altro quadro in tela fuor di misura con cornice indorata rappresentante il tempo, che porta via la Bellezza, opera di Solimano (2).

In questo stesso ambiente figura nell’elenco dei beni mobili della famiglia Spada del 1759, e descritto come

Altro in tela d’Imperatore per traverso, cornice liscia dorata rappresentante il Ratto della Bellezza arricchito di  figure, opera di Francesco Solimeni, scudi 250 (3).

Sempre con il corretto riferimento al Solimena, ma spostato nella seconda sala del Museo, è riportato nell’Appendice al Fidecommesso del 1862, nella ricognizione inventariale effettuata nel 1925 dall’avvocato Pietro Poncini, amministratore della famiglia Spada e nella coeva stima di Hermanin che  valuta L.5000 (4). In terza Sala, dove attualmente si trova, fu trasferito nel 1951 da Federico Zeri, in occasione del riassetto del Museo per la sua riapertura ufficiale al pubblico.

L’attribuzione al Solimena è rimasta pressoché invariata nel corso del tempo (5). De Dominici (6) nota che il pittore nel suo soggiorno romano di circa un mese, nel 1701, eseguì con grandi lodi il quadro con Borea che rapisce Orythia per il Cardinale Spada. Porcella (7) ritiene che sia una copia dall’originale del Solimena nella Galleria di Vienna. Per Zeri (8) si tratta di uno splendido esempio dell’arte del Solimena che replicò più tardi con qualche variante. Secondo lo studioso, una di queste versioni era agli inizi di novecento nella Collezione Rauchfuss di Leningrado, un’altra presso la Gemaeldegalerie del Kunsthistorishes  Museum di Vienna dove ancora si trova.

L’episodio raffigurato è tratto dalle Metamorfosi  di Ovidio (VI,705-710): Borea, gelido e violento vento del Nord, dalle sembianze di rude uomo alato, era originario della Tracia, la regione che vide il proprio re Tereo protagonista di atti di violenza nei confronti di Progne e Filomena che alcune tradizioni vogliono sorelle del re ateniese Eretteo, altre, nipoti.

L’opposizione sia da parte di Tereo, che dei Traci, impedì a Borea di avere pacificamente in sposa la figlia di Eretteo, Orythia, nonostante le ripetute dolci preghiere con cui gli si era dichiarato e contravvenendo alla sua stessa natura di vento impetuoso. Pentito di essere stato dolce nelle richieste, Borea decise quindi di usare la forza che più gli si addiceva e, trascinandosi dietro una coltre di polvere, scese sulla terra e rapì la giovane donna tremante dallo spavento. Mentre volava per la Tracia, “coperto di caligine nera, s’accese più forte la fiamma d’amore”.

La composizione rappresenta il momento in cui la Borea, dopo aver preso dal suolo la tremante Orythia, la stringe impetuosamente a sé per riprendere il volo, mentre una delle ancelle afferra inutilmente un lembo della sua veste nel tentativo di impedire il rapimento. Le altre cercarono di fuggire, spaventate e distolte da quel clima festoso che doveva esistere tra loro fino all’istante prima, come lascia immaginare la presenza della tamburella nella mano dell’ancella, a sinistra. Dietro di lei, sulla loggia in alto, alcune donne assistono incredule alla scena. Il paesaggio dalle architetture classiche che volge al tramonto e che allude forse ad Atene, la patria di Orythia, è per il resto nascosto dal masso di polvere suscitato da Borea nella sua discesa e su di esso si adagiano i due amorini; degli amorini in movimento, uno è sul punto di colpire con la freccia d’amore Orythia, l’altro si allontana portando con sé la fiaccola dell’amore. In primo piano è posto un bacile di metallo, cui fanno da cornice due rose.

Un’opera ingegnosa che fonde molteplici esperienze dell’artista nel pieno delle capacità espressive: la luce che s’impone sulla superficie evidenziandone la raffinatezza pittorica, testimonia una ripresa di valori illuministici del Giordano che il Solimena aveva abbandonato per un maggiore partecipazione agli effetti chiaroscurali delle opere napoletane del Lanfranco e soprattutto di Mattia Preti, come mostrano glia affreschi con gli episodi della  vita delle sante Tecla, Archelaa e Susanna della chiesa di San Giorgio a Salerno, del 1680. Anche lo schema composito è di matrice giordanesca nella resa prospettica e spaziale dell’impianto, e si veda ad esempio il dipinto del Louvre raffigurante  La caccia di Diana con la morte di Adone, eseguito dal Giordano intorno al 1690.

Luca Giordano La Caccia di Diana Parigi, Museo del Louvre

Il dipinto di Spada semmai appare pervaso da un certo controllo formale visibile nell’attenzione mostrata per il solido modellato, nella nitidezza dell’immagine, nella carica emotiva dei personaggi. Il tono sottilmente bilanciato e mai prepotentemente barocco come alcune precedenti interpretazioni del Solimena, manifesta la sua apertura agli ideali classicistici della cultura romana coeva, verso cui propendeva anche il committente, stimolato dalle soluzioni del Maratta, dal contatto con i pittori classicistici francesi presso l’Accademia di Francia e sostenuto dal movimento accademico dell’Arcadia. Tendenze culturali che andranno sempre più maturando, specie nella ritrattistica, riflettendosi sulla formazione di alcuni giovani pittori napoletani suoi seguaci, come Gaspare Traversi e Giuseppe Bonito.

Una copia del dipinto, giudicata dal Bologna opera della cerchia del Maratta, tra Conca e Onofrio Avellino è presso la Walters  Art Gallery di Baltimora.  Ma in occasione della Mostra  A Taste for Angels: Neapolitan Painting in North America(1690-1750), è stata inserita da G.Hersey (9) nel catalogo del pittore come replica autografa, sia pure tarda, dell’originale Spada. La replica della Kunsthistorisches di Vienna, si diversifica dal dipinto Spada per il taglio verticale e per una maggiore animazione delle figure.

La figura centrale della donna che fugge, di entrambe le versioni va messa in relazione con la Dafne del dipinto su tavola (cm. 33 X 63) della Galleria d’Arte di Ragusa a Dubrovnik (Gamulin,1972,p.198). la figura in basso a sinistra presenta uno studio preparatorio nell’Asmolean Museum di Oxford.

M. Lucrezia VICINI   Roma 26 Aprile 2026

NOTE

1)Vicini M.L. Il Collezionismo del Cardinale Fabrizio Spada, Roma 2006,, pp. 82-86 pp. 160-161; Cannatà R., Il Collezionismo del Cardinale Fabrizio Spada, in Cannatà R., Vicini M.L.,La Galleria di Palazzo Spada. Genesi e storia di una Collezione, Roma,s.d.ma 1992,pp.126,141;
 2)Cannatà R., op.cit.,in Cannatà,Vicini,1992, p.149;
3)Zeri F., La Galleria Spada in Roma,Firenze,1954,pp.124,166,n.739; Cannatà R., Vicini,M.L., La Galleria di Palazzo Spada. Genesi e storia di una Collezione.Roma,s.d., ma 1992,p.174,n.739
4)Cannatà R., Vicini M.L., op.cit., 1992,pp.193,197,199
5)Roisecco, N., Roma Antica e Moderna. O sia Nuova Descrizione di tutti gli Edifizi Antichi e Moderni Sagri e profani della Città di Roma, Roma, 1765,Vol.I. p.628.Barbier De Montault, X., Les Musèes et Les Galeries de Roma, Roma, 1870, p.443;Hermanin, F., Inventario di stima per l’acquisto della Galleria Spada da parte dello Stato Italiano, 12 settembre 1925, in Cannatà, Vicini, La Galleria di Palazzo Spada. Genesi e storia di una collezione, Roma, s.d. ma 1992, pp.196-199; Lavagnino E., La Galleria Spada in Roma, Roma,1933,pp.5 e 13
6)De Dominici B., Vite de’ Pittori, Scultori et Architetti Napoletani. Napoli,1745,Vol.III,p.588;
7)Porcella A. Le Pitture della Galleria Spada, Roma, 1931, p. 138
8)Zeri F., op.cit.1954,p.12
9)Hersey,G., in A Taste for Angels: Neapolitan Painting on North America 1690-1750, New Haven, 1987,pp.194-196
Bologna F., Francesco Solimena, Napoli,1957,p.85.
Gamulin, G., Contributi ai napoletani, in Commentari, Roma, 1972,fasc.3 p . 298.
Pavone M.A., in La civiltà del Seicento a Napoli, Napoli, 1984,pp. 459-460.
Spinosa  N., Pittura Napoletana del ‘700, Napoli, 1987,p.108.
Cannatà R., Galleria di Palazzo Spada, Roma, 1995, p.92.
Vicini  M.L., Guida alla Galleria Spada, Roma, 1998, p.67.
Vicini M.L. in Metamorfosi del Mito. Pittura barocca tra Napoli, Genova e Venezia, a cura di Mario Alberto Pavone, Catalogo della Mostra,  Milano, 2003, p.127; Vicini,M.L.,in Luci sul Settecento. Gaspare Traversi e l’arte del suo tempo in Emilia, a cura di Lucia Fornari Stanchi e Nicola Spinosa, Catalogo della Mostra, Napoli,2004,p.144
Scricchia Santoro, F., sub voce. Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 93, 2018