di Lelio Antonio DEGANUTTI
“Il marmo è un carattere, non un materiale”
Intervista a Filippo Tincolini. Esclusiva di Lelio Antonio Deganutti
Filippo Tincolini è uno scultore che considera il marmo non un semplice materiale, ma un carattere con cui instaurare un dialogo. In un’epoca accelerata e digitale, sceglie deliberatamente la pietra più lenta del mondo per ricordare che il tempo può ancora essere ascoltato. Le sue opere nascono dalla tensione tra la precisione della robotica e il rischio della mano: la tecnologia, dice, non lo sostituisce ma lo estende, mentre l’atto umano affiora nel momento in cui la macchina si ferma.

Il suo linguaggio plastico esplora costantemente il limite: corpi avvolti, trattenuti o liberati raccontano l’istante in cui l’essere umano decide da che parte spezzare il guscio. E la natura, forza inevitabile che “non ha mai chiesto il nostro permesso”, invade le sue forme come presenza sovrana.
Per Tincolini la scultura contemporanea deve continuare ad andare “verso ciò che disturba”: l’artista, afferma con lucidità, non è chiamato a rassicurare, ma a graffiare la superficie delle certezze. Il resto è semplice arredamento.
Il marmo di Carrara è una materia viva e simbolica nella sua opera. Come nasce il suo dialogo con questa pietra e cosa rappresenta per lei oggi scolpire il marmo nel XXI secolo?
R: Il marmo non è un materiale, è un carattere. Ci sono persone che cercano la bellezza: io la immagino dentro un blocco di pietra. Il dialogo con il marmo nasce quando capisci che non devi vincerlo: devi convincerlo. Scolpire marmo nel XXI secolo è un atto quasi insolente: in un’epoca dove tutto è veloce, liquido, aggiornabile, io scelgo la materia più lenta del mondo. È un modo per ricordare che il tempo non ha mai battuto l’uomo, quando l’uomo sa ancora fermarsi.

Le sue sculture uniscono tradizione e tecnologia. In che modo la robotica e il digitale trasformano — o amplificano — il gesto dell’artista?
R: La tecnologia non mi sostituisce, mi estende. È un prolungamento dell’immaginazione, non un alibi per produrre più in fretta. La robotica offre precisione, la mano offre il coraggio. L’errore è pensare che una escluda l’altra: la parte più umana nasce proprio quando la macchina smette di lavorare. Il robot scava; io rischio.
Molte sue opere evocano il corpo avvolto, costretto o protetto. Che relazione c’è tra forma, limite e libertà nel suo linguaggio plastico?
R: Il limite è il mio materiale preferito: senza limite non c’è tensione. Avvolgere un corpo significa misurare ciò che lo trattiene e ciò che lo libera. Non rappresento restrizioni, rappresento il momento in cui l’essere umano decide se accettarle o spezzarle. La libertà non è la forma finale, è l’istante in cui decidi da che parte rompere il guscio.

La natura, spesso presente come forza che invade o riconquista, sembra avere un ruolo potente nelle sue creazioni. È un richiamo poetico, ecologico o spirituale?
R: La natura non è poetica, ecologica o spirituale: è inevitabile. È l’unica forza che non ha mai chiesto il nostro permesso. Nelle mie opere entra così: come qualcosa che supera l’uomo e allo stesso tempo lo contiene. La natura non torna. È sempre stata lì. Siamo noi che eravamo distratti.


Lei ha attraversato diversi linguaggi e materiali. Dove vede evolvere la scultura contemporanea e quale pensa sia oggi la responsabilità dell’artista?
R: La scultura contemporanea continua ad andare dove è sempre andata: verso ciò che disturba. L’artista oggi non deve rassicurare nessuno. Non deve decorare salotti né addolcire la realtà. Deve graffiare la superficie delle certezze e mostrare cosa c’è sotto. La vera responsabilità dell’artista è una sola: non farsi addomesticare. Il resto è arredamento.

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Filippo Tincolini è uno scultore che vive e lavora tra Toscana e Carrara. La sua produzione unisce la tradizione della lavorazione del marmo alla sperimentazione tecnologica attraverso robotica e strumenti digitali. Le sue opere esplorano il limite, il corpo e la relazione tra natura e forma.
Lelio Antonio DEGANUTTI Roma 23 Novembre 2025
