Il Bosco Parrasio, o Teatro degli Arcadi: un focus sulla mostra dedicata ai Sobieski, ospitata nei Musei Capitolini

di Nica FIORI

“Solitario bosco ombroso, / a te viene afflitto cor, / per trovar qualche riposo / fra i silenzi in quest’orror (…).”

Il bosco, cui si sarebbe ispirato per questa canzonetta il poeta arcade Paolo Rolli (1687-1765), è il Bosco Parrasio, un luogo romano che, nonostante oggi sia quasi sconosciuto al grande pubblico, ebbe in passato grandissima fama. A dire il vero, più che di un bosco si tratta di un piccolo edificio neoclassico dalla facciata concava e del suo singolarissimo giardino, situato in posizione appartata sulle pendici del Gianicolo, a metà circa di via Garibaldi.

Nella mostra “Una regina polacca in Campidoglio. Maria Casimira e la famiglia Sobieski a Roma”, in corso nei Musei Capitolini fino al 21 settembre (v. https://www.aboutartonline.com/la-regina-polacca-maria-casimira-e-i-sobieski-a-roma-storia-arte-e-cultura-nella-grande-mostra-a-palazzo-caffarelli-fino-al-21-settembre/), sono esposti tre acquerelli (matita e acquerello su cartoncino), provenienti dal Museo di Roma, che raffigurano il Bosco Parrasio, realizzati nel 1900 dal pittore bergamasco Stefano Donadoni (1844-1911). Sono opere che appartengono a un gruppo di circa 400 acquerelli eseguiti dall’artista tra il 1891 e il 1911

“per fissare la memoria di una Roma che stava rapidamente cambiando il suo aspetto originario, in seguito all’attuazione delle opere di urbanizzazione previste dai Piani regolatori del 1873 e del 1883 e, per questo motivo, di grande valore storico e documentario”,

come scrive Angela Maria D’Amelio nel catalogo della mostra (ed. L’Erma di Bretschneider).

In questo caso il pittore ha raffigurato nel primo acquerello l’ingresso al Bosco Parrasio (un movimentato portale composto da due elementi curvi, ognuno scandito da due pilastri, con l’iscrizione Accademia degli Arcadi), nel secondo il Casino con il Teatro e nel terzo il particolare della porta del Casino, anch’essa sovrastata da un’iscrizione.

1 Stefano Donadoni, Casino e Teatro del Bosco Parrasio, Museo di Roma
2 Stefano Donadoni. Bosco Parrasio, ingresso, 1900, Museo di Roma
3 Stefano Donadoni, Casino del Bosco Parrasio, 1900, Museo di Roma

Il Bosco Parrasio, o Teatro degli Arcadi, evoca i ricordi scolastici legati a Cristina di Svezia (1626-1689), la regina che preferì Roma e le belle lettere al trono svedese, e all’Accademia d’Arcadia, sorta nel ricordo dell’ex sovrana, poco dopo la sua morte, come libera associazione di dotti e letterati che avevano fatto parte dell’Accademia Reale da lei fondata. Il Bosco, in effetti, è stato concepito per fare da sfondo alle prestazioni di quei letterati che, contrapponendosi al “cattivo gusto” della loro epoca, idearono un nuovo stile espressivo che voleva rifarsi alla “semplicità pastorale” dell’antica Grecia e della Roma arcaica.

In armonia con questo desiderio di rifarsi all’antichità, gli Arcadi adottarono pseudonimi ispirati all’onomastica della tradizione pastorale e un modo di vestire e parlare di tipo bucolico. Ripristinarono inoltre, grazie agli studi di due astronomi, il calendario greco basato sulle Olimpiadi e scelsero come insegna la siringa di Pan (flauto a sette canne), tra un ramoscello di alloro e uno di pino, simboli di gloria e di immortalità.

4 Insegna degli Arcadi

La scelta del nome Arcadia, che ricorda l’omonimo poema di Jacopo Sannazaro (pubblicato nel 1504), sembra essere legata a una frase che l’abate Agostino Maria Taja, durante una riunione poetica di quelli che erano stati amici e soci della regina Cristina, dopo la declamazione di alcuni componimenti di stile pastorale esclamò: “Mi sembra che noi abbiamo oggi rinnovata l’Arcadia”, alludendo alla regione della Grecia anticamente popolata solo da pastori. La fondazione ufficiale dell’Accademia avvenne il 5 ottobre 1690 nel giardino dei Padri Riformati a San Pietro in Montorio.

Una personalità di spicco tra i 14 fondatori fu il canonico marchigiano Giovan Mario Crescimbeni, che rivestì l’incarico di Custode generale per i primi 38 anni, mentre la defunta regina di Svezia ebbe il titolo di Basilissa. Proprio perché “pastori”, il luogo d’incontro degli Arcadi doveva essere necessariamente un “bosco”, che prese il nome dalla Parrasia, la regione dell’Arcadia percorsa dal fiume Alfeo, che già nei poeti bucolici indicava l’Arcadia stessa.

L’attrazione per il mondo bucolico non era affatto una novità: già nel 1539 in Toscana era sorta l’Accademia dell’Addiaccio, i cui soci dividevano anch’essi gli anni per Olimpiadi e assumevano nomi di pastori, e nel 1644 a Norimberga era stata costituita la Società dei Pastori con regole assai simili a quelle dell’Arcadia. Anche nelle arti erano frequenti i soggetti pastorali: basti pensare ai “Pastori d’Arcadia” di Guercino e di Poussin, come pure a certi componimenti musicali ispirati alle quattro stagioni.

L’Arcadia romana ebbe, però, un notevole significato storico: fu infatti la prima accademia italiana a carattere nazionale, grazie anche all’istituzione di sedi al di fuori di Roma, che classicamente vennero chiamate “colonie”, e dominò praticamente il gusto poetico del secolo XVIII.

Dell’Arcadia romana fecero parte anche due personaggi della famiglia Sobieski: la regina Maria Casimira de la Grange d’Arquien (1641-1716), moglie del re Giovanni III di Polonia, che dopo la morte del marito si stabilì a Roma per quasi quindici anni, e il loro secondogenito Alessandro Benedetto Stanislao (1677-1714).

Ritratto di Maria Casimira Sobieska, Firenze, Educandato SS. Annunziata

La prima ricevette la sua acclamazione in Arcadia con il nome di Amirisca Telea durante un’adunanza tenutasi nel giardino del duca Salviati il 16 settembre 1699, pochi mesi dopo il suo arrivo a Roma, come riportato nella meticolosa cronaca del Crescimbeni, il quale precisò:

“Terminata poi l’Adunanza, non può agevolmente esprimersi con quale affabilità, e gentilezza ringraziò la Regina ad uno tutti i Pastori, che in essa avevano operato; e ciò fece con espressioni di molta stima, e gradimento”.

Alcuni poeti improvvisarono dei sonetti in onore della regina, che vennero poi pubblicati nelle Rime degli Arcadi nel 1722. Maria Casimira era certamente attratta dalla poesia e in particolare dal dramma in musica, tanto che, dopo aver fatto realizzare il suo teatro privato a Palazzo Zuccari, commissionò diverse opere liriche.

6 Giuseppe Costantini, Palazzo Zuccari , acquerello XIX sec. Museo di Roma

Come maestro di cappella della sua corte assunse il giovane compositore arcade Domenico Scarlatti (1685-1757) e come primo librettista Carlo Sigismondo Capece (1652-1628), un poeta arcade dalla cui penna uscirono libretti sia pastorali, come Il figlio delle selve (1709) e Silvia (1710), sia mitologici come Tetide in Sciro (1712), Ifigenia in Aulide (1713), Ifigenia in Tauride (1713), e altri ancora, per un totale di otto libretti. Di questi, sette vennero musicati da Domenico Scarlatti, mentre per la prima opera messa in scena nel teatro di Maria Casimira (Il figlio delle selve) si è fatto il nome del più celebre Alessandro Scarlatti (padre di Domenico).

Il principe Alessandro Sobieski entrò nell’Arcadia alcuni anni dopo la madre, nel 1709, con il nome di Armonte Calidio. Oltre a scrivere e declamare diverse poesie in latino, egli finanziò un volume di scritti del Crescimbeni. Inoltre partecipò attivamente agli spettacoli musicali allestiti a Palazzo Zuccari.

Dopo essere stato una presenza assidua della vita culturale romana, pochi anni prima di morire il principe polacco decise di farsi monaco cappuccino ed è per questo che la sua tomba si trova nella cripta della Chiesa di Santa Maria della Concezione (in via Veneto). Fu proprio la presenza del sepolcro di questo illustre personaggio a scongiurare la distruzione della chiesa, prevista alla fine dell’Ottocento dal piano di ristrutturazione dell’intera zona.

Il Bosco Parrasio nella sua attuale sistemazione, così come lo ha suggestivamente dipinto Stefano Donadoni, al tempo dei Sobieski ancora non c’era. In effetti gli Arcadi inizialmente peregrinarono da un orto all’altro (tra gli altri si ricordano gli Orti Farnesiani sul Palatino e il Giardino Ginnasi all’Aventino), ospiti di vari nobili romani fino al 1726, anno in cui fu inaugurato il Bosco gianicolense, tuttora di proprietà dell’Accademia. Ciò fu possibile grazie alla generosità del re Giovanni V di Portogallo, che da vero mecenate donò all’istituzione 4000 scudi, con i quali venne acquistato l’orto (di proprietà dei Livi), dove fu edificato il Bosco su progetto dell’architetto Antonio Canevari (1681-1764), il quale non si fece pagare per le sue prestazioni, in quanto arcade egli stesso col nome di Elbasco Agroterico.

7 Antonio Canevari. Bosco Parrasio

Canevari elaborò un progetto che risolveva in maniera brillante la difficoltà dell’inclinazione del terreno: questo venne infatti strutturato in tre ripiani, raccordati da rampe di gradini alternativamente concave e convesse, poste verso i confini laterali dell’area e sostenute da parapetti. Sul ripiano superiore trovò posto il teatro, di forma ovale, le cui dimensioni piuttosto limitate favorivano l’ascolto dei recitanti. Quasi a far da quinta ad esso era un edificio, adibito ad archivio e segreteria (il cosiddetto Serbatoio), la cui forma attuale però è dovuta a Giovanni Azzurri (1792-1858) che lo rifece nel 1838, dotandolo d’una facciata a forma di esedra, ornata da semicolonne scanalate, che dà un certo tono monumentale all’insieme, nonostante le dimensioni modeste.

Sui lati della facciata sono affisse le Tavole delle leggi, dodici secondo la tradizione romana, redatte da Gian Vincenzo Gravina nel 1696. In alto l’iscrizione: Deo nato sacrum ci dice che il bosco era dedicato a Gesù Bambino, perché la prima adorazione al neonato figlio di Dio era stata tributata da pastori. Sempre sulla facciata sono collocate delle iscrizioni volute da Leone XIII, per commemorare la sua partecipazione alle sedute arcadiche. Su un fianco del teatro sono poste le lapidi in onore dei soci defunti; la loro disposizione richiama quella dei colombari nelle necropoli romane.

Sul ripiano intermedio si può ammirare una finta grotta con fontana dal carattere decisamente rustico. Nel ripiano inferiore, invece, il tono diventa più aulico per la presenza di una grande edicola di marmo con un’iscrizione del 1726 che ricorda la donazione del re Giovanni V del Portogallo. Si può notare, incisa nel marmo, l’insegna dell’Accademia con la siringa di Pan, mentre nella decorazione della cornice risalta un bel mascherone.

Tutto l’insieme è arricchito dalla presenza di maestosi lauri, che tanto si addicono ai poeti, da mirti, magnolie, cipressi, pini, ma anche da glicini, oleandri ed edere. La vegetazione è talmente alta che nasconde quasi completamente alla vista quella eccezionale veduta di Roma di cui parlava Vittorio Giovardi nel suo opuscolo illustrativo del Bosco del 1727. Si può comprendere come in un posto simile, interamente costruito per i raffinati piaceri della poesia e del canto, fosse facile sognare e illudersi di aver trasportato a Roma il mondo idealmente idillico dei pastori di virgiliana memoria.

Le adunanze degli Arcadi vi si tenevano all’aperto, da maggio a ottobre, ed erano pubbliche. Celebri erano le gare poetiche degli improvvisatori, tra i quali primeggiò anche Maria Maddalena Morelli, detta Corilla Olimpica, la cui incoronazione come poetessa, avvenuta nel 1775, suscitò non poche polemiche da parte di alcuni soci. La componente femminile nell’Accademia per fortuna era degnamente rappresentata, tant’è vero che un’altra poetessa, Rodilla Amebea, rispose per le rime agli oppositori di Corilla, cantando in sua lode una poesia, nella quale tra le altre cose diceva: “Degli uomini arrossir festi l’orgoglio!”.

Moltissimi sono stati gli uomini illustri che aderirono all’Accademia, anche fra coloro che per rigore di vita e di pensiero sembrerebbero assai lontani dalle frivolezze arcadiche: Vico, Muratori, Vanvitelli, Metastasio, Goldoni, Parini, Monti e, tra gli stranieri, Goethe e Newton. Molti poi furono i soci che, in seguito a contrasti interni, si allontanarono per fondare nuove accademie, a partire dal Gravina già nel 1711.

Dopo il primo periodo di successo incontrastato che durò quasi un secolo, cominciò il declino dell’Arcadia, finché verso la fine del Settecento, come scrisse Antonio Francesco Gasparoni, “si ebbe altra voglia che di poetare” e il Bosco Parrasio fu “miseramente abbandonato e fatto nido di rettili immondi”. Il Bosco fu poi riaperto nel 1839, dopo il restauro e il rifacimento del Serbatoio da parte dell’Azzurri. L’Accademia continuò a vivacchiare per tutto l’Ottocento e nel 1925 fu trasformata in Accademia letteraria italiana. Dal 1940 l’Arcadia ha trovato una nuova e prestigiosa sede presso la Biblioteca Angelica, che ne conserva anche l’Archivio e la Biblioteca, mentre la Quadreria è depositata presso il Museo di Roma. La villa del Bosco Parrasio è stata data in affitto, ma viene permessa la visita del giardino a chi ne fa richiesta scritta all’Accademia in giorni e orari prestabiliti.

Nica FIORI  Roma  31 Agosto 2025