“Palazzo Bosconegro”, una saga famigliare nell’Italia di metà ‘900; l’autore Marco Debenedetti ne parla ad About Art

di Rita RANDOLFI

Intervista a Marco Debenedetti sul suo romanzo Palazzo Bosconegro.

Un romanzo avvincente, ricco di suspense e colpi di scena Palazzo Bosconegro di Marco Debenedetti, edito da Manni editore. La storia si svolge intorno ad un palazzo nobiliare, sottratto con l’inganno e per motivi finanziari all’antica famiglia che da secoli lo abitava, rendendolo una dimora accogliente ed esteticamente curata, per ospitare Paolo Dosso, un uomo intelligente, ma arrivista, profondamente calcolatore e schiavo del denaro, che ne procurerà inevitabilmente la decadenza. Ma intorno al palazzo si svolge la vicenda di un’intera comunità, metafora della storia dell’Italia tra gli anni Cinquanta e Ottanta del Novecento, con le sue rivoluzioni ed evoluzioni, la politica corrotta e corruttibile e la rivincita della cultura e della bellezza.

Mi ha colpito molto il fatto che tu abbia voluto ambientare questo racconto, che potremmo anche definire un po’ noir, in Umbria, una regione che nell’immaginario collettivo suscita una sensazione di serenità, basti pensare ai dipinti di Raffaello e Perugino, e di santità, poiché legata a figure come san Francesco, santa Chiara, santa Rita. Mi sono chiesta se il periodo in cui hai insegnato presso l’Università per Stranieri di Perugia abbia favorito una conoscenza più approfondita di questa regione e di Perugia stessa, che citi spesso nel romanzo, e se Santa Caterina corrisponda ad un luogo realmente esistente.

R: Ho insegnato presso l’Università per Stranieri di Perugia per alcuni mesi, nel 2005, e lo ricordo come il periodo professionalmente più divertente della mia vita. Mi piaceva moltissimo avere a che fare con gli studenti, che venivano da tutte le parti del mondo, tanto che con alcuni di loro sono ancora in contatto. È stata anche l’occasione di conoscere un po’ meglio Perugia, e la cosa che mi ha colpito di più è stato il contrasto, che avvertivo molto forte, tra i ritmi di una città di provincia, per certi versi anche un po’ chiusa, e la ventata di follia (chiamiamola così) portata dagli studenti stranieri. Poi, certo, in tutta l’Umbria credo si respiri un sostrato religioso, francescano, molto forte: si sente anche in un poeta come Sandro Penna, che era nato a Perugia e che io amo molto.

Marco ed Elisa Debenedetti

Quanto a Santa Caterina, la definisco in più occasioni la seconda città dell’Umbria, quindi non credo sia difficile identificarla. Però il modello è stato molto trasfigurato nella narrazione: Santa Caterina diventa un po’ il simbolo di tutte le città dell’Italia mediana, tra la Toscana e le Marche.

Dalle descrizioni di Palazzo Bosconegro, ma anche delle chiese e del paese emerge chiaramente una certa sensibilità nei confronti dell’arte. Vengono citati pittori non proprio noti al grande pubblico come Girolamo Genga o Marcello Leopardi. Quanto devi tutto questo a tua mamma, la celebre storica dell’arte Elisa Debenedetti?

R: Rispondere a questa domanda non è facile, perché mia madre Elisa se n’è andata appena pochi mesi fa, il 3 dicembre: è stata una perdita in qualche modo “naturale” (mia madre aveva 91 anni), tra l’altro avvenuta in maniera molto civile, senza infermità o dolore fisico, ma comunque per me e la mia famiglia infinitamente triste. Tutte le informazioni specialistiche di storia dell’arte vengono da lei: quando avevo dei dubbi alzavo il telefono e lei me li risolveva. La vicinanza intellettuale, oltre che affettiva, che avevamo è stata un grande privilegio, un motivo di profonda felicità che purtroppo è finito e non tornerà più.

Palazzo Bosconegro, con tutto il suo arredo, corrisponde ad un edificio nobiliare vero? Magari quello fotografato nella copertina del libro ...

R: Devo dire che quella della copertina non è una fotografia, bensì una realizzazione di Giancarlo Greco, il bravissimo grafico della casa editrice Manni. C’è anche un minuscolo contributo mio, cioè lo stemma dei Bosconegro, che io avevo disegnato mentre cominciavo a scrivere e che abbiamo pensato alla fine di inserire, in basso a sinistra, sotto la statua che domina la copertina.

In questo libro si respira un’atmosfera che dà l’idea di essere stata vissuta in parte realmente. Quanto di te c’è in questo romanzo?

R:La prima cosa che mi viene da dire è che, quando si scrive un romanzo, anche senza accorgersene si finisce col riversarci dentro un po’ tutta la propria esperienza. Penso però, ora che il libro è terminato, che molto in esso sia derivato dalla figura di mia nonna Renata. Mia nonna era effettivamente una nobildonna, ma grazie alla propria curiosità e intelligenza aveva poi fatto una vita completamente diversa: aveva sposato mio nonno Giacomo, aveva compiuto l’incredibile miracolo di scoprire e pubblicare i quaderni di lezioni universitarie, a cominciare da Il romanzo del Novecento, uscito nel 1971; suo è poi un gioiello come il Diario del Cegliolo, scritto durante gli anni della guerra, di cui sta uscendo in questi mesi la traduzione in inglese. Enrichetta Bosconegro, che quasi non dà peso al fatto di essere stata rovinata da Paolo Dosso e solo vive della propria bellezza interiore, è in fondo modellata su di lei: sul suo idealismo, sulle cose che lei mi ha insegnato.

Perché hai scelto di essere un autore onnisciente, che ogni tanto si rivolge direttamente al lettore?

R: Questa è una cosa che è stata notata da molti recensori: da Tommaso De Luca a Renato Minore, tutti l’hanno definito un romanzo classico, ottocentesco. In realtà, fin dalle prime pagine che scrivevo ho capito che questa vicenda doveva prendere un passo lento, sinuoso, quello dei grandi classici del romanzo europeo che ho tanto amato. Una persona intelligente, peraltro, mi ha detto che in realtà in Palazzo Bosconegro ha trovato molto realismo magico: penso che in definitiva avesse ragione.

Leggendo il libro si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un autore molto erudito che conosce a fondo la storia, la musica, la letteratura, l’arte, la religione, l’economia, la psicologia e persino la moda. Sono queste le tue passioni reali? Ti sei confrontato con qualche esperto di questi settori o hai effettuato un’accurata indagine storica? Insomma quanto hai studiato prima di scrivere questo romanzo?

R: Tutta la parte di storia dell’arte, l’ho già detto, viene da mia madre. Per il resto, alcune cose già le conoscevo, per altre mi sono documentato. Sulla nazionalizzazione dell’energia elettrica, ad esempio, che è stato uno dei grandi avvenimenti della storia dell’economia italiana degli anni Sessanta, ho letto molto; e poi, ad un certo punto ho capito che alcuni dialoghi di questo romanzo si dovevano svolgere in dialetto, e di conseguenza dovevano restare qua e là delle frasi nel vernacolo di Santa Caterina. Effettivamente, ho dovuto documentarmi per elaborare quello che poteva essere il dialetto di una città del sud dell’Umbria…

Le caratteristiche di Paolo Dosso mi hanno ricordato un po’ il contadino arricchito Mazzarò della novella La Roba di Verga o ancora meglio il principe Fabrizio Salina de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Quali sono le differenze e le affinità tra questi personaggi?

R: Io amo molto Verga, ma ho una vera e propria passione per il Il Gattopardo, romanzo che ho scoperto in adolescenza e che penso di conoscere quasi a memoria. Più che Fabrizio Salina, Paolo Dosso richiama semmai Don Calogero Sedara, il suo deuteragonista, uomo intelligente che cerca di riscattare le proprie umili origine tramite una feroce accumulazione di denaro. Poi, su questi modelli tratti dalla letteratura si sono innestati altri personaggi, che ho avuto la ventura di osservare dal vero.

Con l’eccezione di Enrichetta Bosconegro e di Lodovica Dosso, che però è quasi un fantasma, le donne del racconto, in particolare Virginia e Ginevra, non sono dotate di caratteri forti. Entrambe soccombono alla volontà di questo marito e padre-padrone Paolo, al quale non riescono a ribellarsi. Questo atteggiamento così “atavico”, secondo te, può essere la causa di tanti drammi nella società attuale?

R: Nella mia vita ho avuto modo di incontrare tante donne, alcune molto fragili, altre forti e piene di risorse. Ho dei figli piccoli e la fortuna di avere accanto mia moglie, e ho visto con i miei occhi quanto sia difficile ancora oggi la condizione della donna e quanta fatica debbano fare le donne anche solo semplicemente per tenere il passo con gli uomini. Si tratta di un problema molto serio, anche perché la nostra legislazione non tiene minimamente conto di queste difficoltà. Si tratta di una presa di coscienza che va attuata al più presto, se non vogliamo condannare a una ingiusta infelicità tantissime persone.

Nel romanzo affronti molti argomenti delicati e ancora attuali: la sete di potere, la corruzione, l’inganno, l’amore, il suicidio, il dramma di sentirsi diversi e non accettati, il desiderio di libertà e di realizzazione dei propri sogni, l’importanza dell’impegno, del sacrificio, della ribellione, della cultura. Ci sono chiaramente molti spunti di riflessione. Pensi che la tentazione dell’uomo moderno sia ancora dettata dall’illusione di poter controllare tutto?

R: Assolutamente sì: anzi, si tratta di una tentazione sempre più insidiosa. Lo sviluppo rapidissimo della tecnologia, della medicina, dei trasporti, delle comunicazioni, sta dando alle persone, specie a noi che abbiamo il privilegio di vivere nel cosiddetto Primo Mondo, l’illusione di poter dominare tutto, quasi di essere dei semidei. Poi basta niente, e ci rendiamo conto in un soffio che siamo polvere, sovrastati dalla trascendenza. Quello che è successo ad esempio nel 2020, con 190 mila persone morte all’improvviso per un virus neanche troppo letale, dovrebbe essere un monito per tutti.

Tutti i personaggi sono perfettamente caratterizzati sia nella descrizione fisica che in quella caratteriale, che spesso si desume dai loro atteggiamenti. Quale personaggio hai odiato e quale hai amato di più? Ce n’è uno in particolare in cui ti identifichi o che hai costruito riferendoti a qualche tua conoscenza reale?

R: Nel mio romanzo ci sono evidentemente personaggi positivi e personaggi negativi, figure che incarnano, a seconda dei casi, valori oppure disvalori. Mi vien da pensare una cosa paradossale, e cioè che sui personaggi apparentemente verosimili ho dovuto lavorare di più, su quelli inverosimili meno, perché li ho tratti letteralmente di peso dalla realtà. Comunque, per tutti sono partito dall’osservazione di uomini e donne in carne ed ossa, magari di me stesso.

Luigi Chiappetti rappresenta il riscatto sociale, un giovane partito dal basso che diventa docente universitario. Sei convinto che lo studio, i sacrifici possano garantire un’esistenza migliore ancora oggi?

R: Luigi Chiappetti è un giovane degli anni Cinquanta: appartiene cioè a un tempo molto diverso, quando ancora il cosiddetto ascensore sociale funzionava in modo abbastanza efficiente e una buona laurea, ad esempio, era garanzia di miglioramento. Oggi non è più così, anzi ogni giorno leggiamo di come la cultura non sia molto spesso più considerata un valore. Comunque, credo che lo studio, l’istruzione, siano un qualcosa da perseguire anche solo per amore, per dignità, per rispetto di se stessi: è chiaro che avere una mente nutrita e ben funzionante è meglio che non autoghettizzarsi per pigrizia o superficialità. Poi, uno spazio di crescita sociale la cultura, sia quella generale che quella tecnica, professionale, sono convinto che l’assicurerà sempre.

Qual è il messaggio più importante che vuoi lasciare ai lettori, soprattutto ai giovani?

R: Uno solo, che mi viene proprio da mia madre Elisa: che la bellezza va difesa, specie quella più fragile e appena nascente, rispetto alle molte forze, spesso cieche, che la vogliono distruggere.

A chi hai fatto leggere il libro prima di consegnarlo all’editore?

R: A mia moglie! È lei, che è una studiosa di letteratura e anche una poetessa, la mia prima consigliera.

Raccontaci un poco di te: chi è Marco Debenedetti? Cosa rappresenta per te la scrittura? Quali autori hanno influito maggiormente sulla tua formazione? Quali sono gli insegnamenti più importanti che ti ha lasciato tua madre, i tuoi nonni, tuo zio? Quale libro porteresti sempre con te?

R: Sono tante domande, e sarebbe lungo rispondere. Dirò quello che sono in primo luogo in questo momento, cioè il papà di due bambini, soprattutto interessato alla loro felicità. Ma, se dovessi parlare come desidero dei miei figli, occuperei uno spazio molto superiore a quello che ho occupato in tutta questa intervista…

Grazie Marco, ti auguro di avere successo con questo libro,  che hai dedicato a tua moglie e tuo figlio Nicola,  e aspettiamo il prossimo dedicato alla piccola Anna, nata dopo la pubblicazione di Palazzo Bosconegro.

Rita RANDOLFI R 31 Agosto 2025