“Giotto e San Francesco. Una rivoluzione in Umbria nel Trecento”. In occasione dell’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi la grande mostra a Perugia (Galleria Nazionale dell’Umbria, fino al 14 Giugno)

di Mauro CALBI

Forte dell’indulgenza del immenso Professor Emanuele Zappasodi e coriaceo dopo una vita passata a curare bambini e  visitare “neonati” mi accingo a un nuovo “battesimo”: GIOTTO. Sul quale Perugia, forte di una intelligente tradizione nata con la mostra sul “Maestro di San Francesco”, organizza nuovamente una esposizione non banale e scientificamente inappuntabile, dal titolo“Giotto e San Francesco. Una rivoluzione in Umbria nel Trecento”, curata da Veruska Picchiarelli ed Emanuele Zappasodi, in corso a Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria (Corso Pietro Vannucci, 19) fino al 14 Giugno.

Giotto quindi. Dei suoi inizi si sa poco, la sua prima opera firmata, la stigmatizzazione di san Francesco del Louvre, è concordemente assestata dalla critica al 1298. Ma prima cosa ha dipinto, con quali esperienze visive maturate ?

Sicuramente è stato a bottega a Firenze con Cimabue, e fondamentali devono essere  stati i viaggi in cui ha studiato la scultura, soprattutto Nicola  Pisano a Pisa e  Arnolfo di Cambio a Roma.

E perché viene  convocato ad Assisi, da chi, arriva da dove, insomma chi e’ il regista di questa operazione? E’ Papa Nicolò IV, il quale come un manager di una squadra di calcio che gioca su più fronti sposta le sue pedine a seconda di necessità che ancora sfuggono alla critica.

Comunque capita che Torriti da Assisi viene mandato a Roma, mentre  Giotto lo sostituisce ad Assisi, il quale sfrutta magistralmente l’occasione, proprio come fece Pavarotti quando venne chiamato a sostituire Giuseppe Di Stefano al Covent Garden. Comunque sia andata, Giotto  arriva ad Assisi e rivoluziona la pittura. Inventa un nuovo concetto di spazialità, che Longhi e Previtali definivano “Giotto spazioso” e fa innamorare gli Umbri formando una folta bottega con i pittori locali.

Ecco il focus della mostra (mi sarei aspettato in mostra la  Madonna di Castel Fiorentino, invece manca semplicemente perché i curatori la ritengono di Cimabue e Duccio): approfondire il lascito, la lezione di Giotto ai suoi numerosi collaboratori umbri. Alcuni di loro raggiungono  l’enfasi drammatica del maestro, sebbene non riescano ad avvicinarlo in qualità; in definitiva sono pittori che si affannano a rinnovare la loro grammatica pittorica all’interno della disciplina giottesca.

Ne deriva una domanda oziosa, ma che mi pongo ugualmente: Giotto era un bravo o cattivo maestro? Svogliato e geloso nel spiegare i suoi segreti? Mostro ora qualche esempio del flusso di idee che da Giotto confluirono nei suoi collaboratori umbri.

Il confronto tra la Madonna con bambino ‘arrampicatore’ di Oxford (dove è stranamente esposto come seguace: foto 1) e la Maestà di Marino di Elemosina in cui compare un simile bambino rampante è eloquente (foto 2);

il quale Marino di Elemosina mi sembra più bravo come miniatore; originale la aggressività con cui in un foglio di antifonario sono miniate un gruppo di donne, progenitrici delle walchirie wagneriane, che uccidono San  Pietro Martire (foto 3).

3

La severità degli sguardi, giotteschi fino al midollo, reciprocamente fanno scintille tra San Gregorio e San Luca del Maestro di Fossa (foto 4)

4

La bellezza del perizoma e il raffinato gioco dei racemi incisi sul fondo oro della croce di Yale del Maestro della croce di Gubbio (foto 5).

5

La drammatica deposizione del Maestro di Figline molto fedele al maestro; lo seguira’ anche a Santa Croce a Firenze (foto 6).

6 (ph Marco Giugliarelli)

Il bambino marciante del Maestro di Farneto guarda al pentittico di Badia di Giotto (foto 7)

7

Palmerino di Guido, con Giotto assente da Assisi perché andato a Padova, si lancia in prodezze come il san Francesco che bacia il chiodo del piede di Cristo (foto 8)

8 (ph Marco Giugliarelli)

PS

Questa, attenzione, non è una proposta di attribuzione, ma solo una domanda agli esegeti di questo argomento; questa tavola (foto 9) riemersa recentemente dai depositi del museo Correale non vi sembra un figlio deforme nato con l’aiuto di un forcipe goticizzante del Maestro di Cesi (foto 10) ?

In conclusione, invito tutti a Napoli a vedere in San Pietro a Majella (riaperta dopo lunga chiusura) gli affreschi del maestro di Giovanni Barrile, brillantemente studiato da Ferdinando Bologna, che devo  ringraziare se oggi non ho scritto fandonie!!!!

Mauro CALBI  Napoli 15 Marzo 2026