“Cipro e Italia”. A Castel Sant’Angelo la mostra archeologica sugli scambi commerciali e culturali tra Cipro e le grandi isole italiane “all’alba della Storia”.

di Nica FIORI

“Cipro e Italia”. A Castel Sant’Angelo la mostra archeologica sugli scambi commerciali e culturali tra Cipro e le grandi isole italiane.

Il Mediterraneo, molto prima che per i Romani divenisse il Mare nostrum, è stato un crocevia di civiltà tra Europa, Asia e Africa, un luogo di scambi di merci, di tecnologie e di idee. Le connessioni interculturali sono documentate già nel Neolitico finale e s’intensificano nell’età del Bronzo antico con l’introduzione della navigazione a vela e delle imbarcazioni in grado di coprire distanze di lungo raggio. Un affascinante viaggio nel tempo, lungo le rotte che hanno legato per millenni alcuni nodi strategici del Mediterraneo, è ciò che propone la mostra “Cipro e Italia. Identità culturali condivise all’alba della storia”, ospitata nel Museo di Castel Sant’Angelo dal 28 febbraio al 30 giugno 2026.

1 Mostra Cipro e Italia a Castel Sant’Angelo

Curata da Anastasia Christophilopoulou e realizzata dalla Direzione generale Musei del MiC e dall’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo insieme al Dipartimento per la Cultura Contemporanea di Cipro, questa mostra, inaugurata alla presenza dei Presidenti della Repubblica dei due Paesi, si inserisce tra le iniziative promosse in occasione della presidenza cipriota del Consiglio dell’Unione europea nel 2026. Al di là di alcuni reperti dell’antica Etruria, il percorso espositivo si concentra su due grandi isole mediterranee, come la Sardegna e la Sicilia, e ovviamente su Cipro, mostrando, attraverso 120 oggetti provenienti da musei italiani e ciprioti, i processi di scambio materiale (come metalli e ceramiche) e culturale che, fin dagli albori della storia – come evidenziato nel titolo – hanno contribuito a definire l’orizzonte mediterraneo.

Ricordiamo che Cipro era talmente ricca di rame da aver dato il suo nome a questo metallo (in latino cuprum, da cui deriva il simbolo chimico Cu): la sua metallurgia dell’età del bronzo attirava mercanti dall’Egeo e da Oriente nei suoi centri principali, come Egkomi e Kition. La Sicilia, con siti quali Cannatello e Thapsos, divenne una porta di accesso privilegiata per merci esotiche – ceramiche egee e cipriote, metalli – esportando al contempo le proprie risorse. La Sardegna, a sua volta, mise in relazione le sue comunità con il Mediterraneo orientale mediante il commercio dei metalli e, in epoche successive, tramite gli insediamenti punici sulle sue coste, svolse un ruolo di intermediazione tra Africa ed Europa.

Nel suo saggio introduttivo (nel catalogo edito da De Luca) la curatrice Christophilopoulou mette in luce come “il concetto stesso di insularità è stato spesso idealizzato e associato con quello di alterità”, tuttavia nella costruzione delle identità di queste isole sono stati fondamentali “i processi di interazione culturale, ibridazione e migrazione”. Il mare, in effetti, non agisce solo come una barriera, ma anche come canale di collegamento.

La Sardegna, che per la sua lontananza dal resto dell’Italia può essere paragonata a un continente in miniatura, ha certamente prodotto una sua civiltà originale, quella dei Nuragici (XVIII-IX secolo a.C.), le cui costruzioni circolari in pietra (parliamo di migliaia di nuraghi) sembrano voler ribadire, con la loro forma simile alle capanne dei pastori, l’unità culturale delle varie tribù locali, pronte a combattere gli invasori che venivano dal mare; eppure anche i Nuragici hanno risentito di diversi influssi culturali dei paesi mediterranei, navigando sul “mare color del vino”, per usare un’espressione omerica, come attestato dalla bellissima navicella in bronzo con trafori e prua a testa di bue (1000-700 a.C., Museo archeologico di Cagliari), esposta in mostra accanto a un modello di nave in argilla, proveniente dall’etrusca Cerveteri, nel settore dedicato al Mediterraneo.

2 Modello di navicella nuragica, MAN di Cagliari

Nel primo ambiente espositivo, cui si accede dal Cortile dell’Angelo, è riunito un insieme eterogeneo di reperti archeologici – figurine legate alla sfera del sacro e della fertilità, strumenti della vita quotidiana, oggetti rituali destinati alle cerimonie religiose – che consentono di osservare da vicino le molteplici connessioni che caratterizzarono le grandi isole del Mediterraneo. Dal Museo archeologico di Cagliari provengono una “dea madre” in pietra (4700-4000 a.C.) e un bronzetto raffigurante un guerriero con due scudi, quattro occhi e quattro braccia; dal parco archeologico di Gela (in Sicilia) due figurine antropomorfe riferibili alla cultura di Castelluccio (2200-1450 a.C.) e da Cipro una raffinata statuina in terracotta di donna nuda con il volto di uccello, che tiene un neonato tra le mani (1600-1050 a.C.). Raffigurazioni di questo tipo erano utilizzate per propiziare la fertilità e provengono per lo più da abitazioni e contesti funerari.

3 Mostra Cipro e Italia

In un’altra vetrina sono esposte altre figure antropomorfe cipriote più antiche, tra cui una in pietra a forma di croce (3900 a.C.). L’artigiano che realizzò quest’oggetto inserì, al posto delle braccia della figura principale, una seconda figura umana, più piccola e disposta orizzontalmente. Probabilmente indossato come pendente, l’oggetto è stato interpretato come un talismano legato alla fertilità e al parto, alla fusione di due divinità, a un rapporto madre-figlia oppure a una figura che riunisce in sé elementi maschili e femminili.

4 Foto Emanuele A. Minerva e Agnese Sbaffi © Ministero della Cultura
5 Bronzetto nuragico, MAN di Cagliari

Proseguendo nel percorso, dopo aver ammirato alcuni bronzetti nuragici dalla vivida plasticità, ceramiche di varie forme, ori di area fenicia ritrovati in Sardegna, scopriamo una serie di frammenti con iscrizioni (su pietra, ceramica, metallo e strumenti d’uso quotidiano) che documentano transazioni, dediche e contatti attraverso il mare. I vari sistemi di scrittura, che si affermano tra Cipro, Sicilia e Sardegna, diventano potenti strumenti per definire identità, autorità e credenze. Si va dai primi sistemi di scrittura di origine cretese alle iscrizioni sillabiche cipriote, fino ai testi fenici attestati in Sardegna.

6 Cratere in ceramica, 1450-1200 a.C. , Cipro
7 Frammento di vaso con iscrizione cipro-minoica

A partire dall’età del ferro, anche le comunità etrusche entrarono in relazione con quelle cipriote: gli oggetti importati da Cipro (manufatti in metallo, ceramiche, avori) rappresentavano evidenti marcatori di status e identità nelle sepolture delle élite etrusche, mentre motivi decorativi, strumenti tecnologici e rituali del Mediterraneo orientale vengono accolti e rielaborati dalle stesse élite.

Alcuni splendidi oggetti etruschi evocano i contatti tra Cipro e il Tirreno, che perdurano fino al periodo orientalizzante. Da una sepoltura femminile di Bisenzio (VT) proviene il carrello con bacile in bronzo (ca. 750 a.C., Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia) che rivela tecniche avanzate e influssi levantini e ciprioti, riflettendo l’alto livello artistico dell’Etruria della prima età del ferro. Alcune figure plastiche di questo carrello, come il cacciatore, la donna con vaso, il giovane guerriero, i duellanti, evocano la caccia, il matrimonio e la sfera bellica, mentre le figure animali, tra cui uccelli, scimmie e cervi, sottolineano il rapporto simbolico tra uomo e natura.

8 Carrello con bacile cd.di Bisenzio. Museo di Villa Giulia

Anche l’Eracle raffigurato nel bruciaprofumi in bronzo (530-500 a.C.) della Collezione Kircheriana di Villa Giulia è di gusto cipriota. Venerato come eroe e divinità protettrice, questo dio greco conferiva un valore sacro all’oggetto, utilizzato per bruciare incenso in contesti religiosi o domestici.

“Arte, tecnologia e artigianato” è l’ampio settore nel quale viene maggiormente evidenziato il ruolo decisivo della metallurgia nel plasmare le società di Cipro, Sardegna e Sicilia. Tra gli oggetti esposti più significativi è il lingotto “a pelle di bue”, proveniente da Serra Ilixi, in Sardegna (ca. 1300-1100 a.C.), che dimostra come il rame cipriota venisse trasportato per oltre 2000 km verso occidente.

9 Lingotto a pelle di bue, MAN di Cagliari
10 Spada in bronzo, 1300-1200 a.C., Museo archeologico Paolo Orsi, Siracusa

La cultura nuragica della Sardegna si dimostrò particolarmente ricettiva, adottando tecniche di matrice cipriota – come la fusione a cera persa – per realizzare oggetti in bronzo che richiamano modelli orientali, pur rielaborandoli in chiave locale. Dalla Sardegna partirono, invece, piombo argentifero e ceramiche dirette verso Cipro, come attestano i materiali sardi rinvenuti in siti quali Hala Sultan Tekke. Anche la Sicilia partecipò attivamente a queste reti che favorirono la circolazione di beni e anche la diffusione di tecnologie, pratiche rituali e modelli sociali, contribuendo al carattere cosmopolita delle società mediterranee e la mostra mette in luce l’osmosi culturale attraverso temi quali la vita quotidiana, le pratiche funerarie, l’arte, la mobilità, il progresso delle tecnologie.

11 Mostra Cipro e Italia

Nella sezione dedicata a “Paesaggi sacri” si possono ammirare alcune figure votive in terracotta rinvenute nello scavo del santuario di Agia Eirini, a Cipro, attivo dalla tarda età del bronzo (1650-1050 a.C.) fino al VI secolo a.C. Queste offerte erano disposte in semicerchi concentrici attorno a un altare in calcare, all’interno di un cortile sacro. Si tratta per lo più di figure maschili stanti, ma vi sono anche centauri, animali e carri.

12 Figura maschile da Agia Eirini, Cipro
13 Carro con aurighi da Agia Eirini, Cipro

Appartiene invece al periodo ellenistico una splendida testa di Afrodite in marmo (300-100 a.C., Dipartimento di antichità, Cipro) rinvenuta ad Amathus, in uno dei principali santuari ciprioti dedicati alla dea che si riteneva nata dalle acque di Cipro.

14 Testa di Afrodite Dipartimento di antichità. Cipro

Molto prima dell’ingresso della dea nel pantheon greco, sull’isola era venerata una potente divinità femminile della fertilità (la Grande dea), il cui culto principale era a Paphos. In origine la dea era venerata sotto forma di una pietra aniconica (senza immagine), ma in seguito accolse i canoni estetici ellenistici, divenendo un simbolo di bellezza e di amore.

L’ultima sala espositiva è dedicata alla Missione archeologica italiana a Cipro, con l’esposizione di reperti relativi agli scavi condotti negli ultimi venti anni dall’Università di Siena nel sito dell’età del Bronzo medio di Erimi, nell’entroterra di Limassol. Una vetrina è, invece, dedicata al collezionismo di antichità cipriote in Italia tra l’Ottocento e il primo Novecento, con un nucleo di oggetti  provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Il collezionismo dell’epoca era legato a figure che operarono tra attività consolari (come nel caso del console italiano Riccardo Colucci), interessi scientifici e pratiche di raccolta che sono oggi oggetto di rilettura critica. Tra questi reperti ciprioti ci colpisce particolarmente la Madre nutrice (500 a.C.) in pietra, una figura votiva che allude alla maternità e alla protezione infantile, con una posa vicina a quella delle Madri di Capua (Matres Matutae) scolpite nel tufo, la cui datazione va dal VI al I secolo a.C., e che ricorda nel soggetto il bronzetto nuragico raffigurante una madre col bambino (1000-700 a.C.), esposto in una delle prime sale.

15 Madre nutrice cipriota, MAN di Firenze
16 Bronzetto nuragico, 1000-700 a.C., MAN di Cagliari

 

L’allestimento della mostra è arricchito da alcune installazioni multimediali, citazioni omeriche, suoni e atmosfere che integrano il racconto archeologico, restituendo la dimensione dinamica di uno spazio condiviso.

Nica FIORI  Roma 15 Marzo 2026