“Donne e violenze di guerra. Uno sguardo sull’età antica”. Madri, mogli, figlie nel turbinio della guerra nell’ultimo libro di Mariarosaria Barbera

di Nica FIORI

“Donne e violenze di guerra. Uno sguardo sull’età antica”. L’ultimo libro di Mariarosaria Barbera (Edizioni Espera)

Le violenze di guerra hanno sempre accompagnato e segnato dolorosamente la vita delle donne, madri, mogli, figlie dei guerrieri impegnati ad attaccare i nemici o a difendere il proprio popolo.

1 Particolare del Galata Ludovisi

Nell’antichità le donne vengono presentate quasi sempre come vittime delle sconfitte militari, stuprate e rese schiave dai vincitori: una prospettiva talmente angosciante da spingere alcune di esse al suicidio, e a volte è il marito che le uccide per evitare loro la schiavitù, come è raffigurato in un capolavoro scultoreo conservato a Palazzo Altemps (Museo Nazionale Romano), noto come Galata Ludovisi (Galata che uccide sé stesso e la moglie), copia romana in marmo del I secolo a.C. da un originale in bronzo di età ellenistica.

È proprio la sua immagine ricca di pathos a figurare sulla copertina dell’ultimo libro di Mariarosaria Barbera, intitolato Donne e violenze di guerra. Uno sguardo sull’età antica (Edizioni Espera, Roma 2024), mentre la frase che apre la Premessa dell’autrice, tratta da Le Supplici di Euripide, fa intravedere il desiderio di pace tipicamente femminile, quanto mai attuale in questo momento:

O miseri uomini / perché l’armi impugnate, e gli uni agli altri / morte infliggete? Or desistete, bastino / questi travagli, e le città reggete / in pace, e pace abbiano gli altri. Il termine / di vita è breve e meglio val trascorrerlo / senza crucci, affrontarlo agevolmente.”

La scrittrice, che ha al suo attivo oltre cento pubblicazioni scientifiche, è un’archeologa di grande spessore culturale con una lunga esperienza gestionale nel Mibact (ora Ministero della Cultura), con la direzione di alcune soprintendenze, tra le quali la Soprintendenza Speciale di Roma e il Parco Archeologico di Ostia Antica; negli ultimi anni si è occupata di temi storici relativi al mondo femminile in Donne romane in esilio a Ventotene. L’opposizione femminile tra Augusto e Domiziano (2021), Donne al potere in Oriente e Occidente fra Tardoantico e Medioevo (2022) e Impronte di donne. Realtà femminili nell’antichità classica (2023).

Anche in questo suo ultimo lavoro, che è stato particolarmente impegnativo, la sua scrittura è colta, ma accessibile. Traspare, inoltre, la sua partecipazione emotiva al dolore delle storie che racconta.

Da profonda e competente conoscitrice del mondo antico qual è, Mariarosaria Barbera intende far cadere, mediante un’attenta analisi filologica delle fonti e una particolare attenzione alla terminologia, i tabù che vogliono considerare ancestrali le epoche più remote, mostrandone viceversa tutta la modernità e la portata simbolica nell’esempio e nel messaggio che trasmettono. Spaziando fra lo scenario greco e quello romano e passando per i più celebri autori dell’età antica (tra cui Erodoto, Plutarco, Tucidide, Euripide, Aristofane) viene fuori un mondo femminile complesso, a partire da alcune figure mitologiche. Tra mito e storia, vengono indagate anche delle mediatrici e operatrici di pace, e altre che invece hanno indotto una guerra o che hanno contribuito in qualche modo al suo andamento.

Se pensiamo all’Iliade, il poema omerico più famoso dell’antichità, troviamo diverse figure di donne che sono collegate alla guerra di Troia a partire da Elena, il cui rapimento avrebbe provocato il lunghissimo conflitto tra i Greci e i Troiani. Teti, madre di Achille, fornisce armi al figlio per la guerra, Briseide è la schiava che Agamennone sottrae ad Achille, provocandone l’ira, mentre Andromaca è la moglie di Ettore che, quando cerca di dare consigli strategici al marito, riceve una risposta che non ammette repliche.

Ora torna a casa, dedicati ai tuoi lavori, alla spola, al fuso, e veglia sull’operato delle ancelle; e a noi, quanti nascemmo fra le mura di Ilio – e a me per primo – lascia i doveri della dura guerra.
2 G.B. Benzoni, Andromaca, Ettore e il piccolo Astianatte 1871, Metropolitan Museum of Art, New York

L’autrice ricorda che anche nella Lisistrata di Aristofane, nelle Massime spartane raccolte da Plutarco, nella Politica di Aristotele viene ribadito il concetto di città come comunità di maschi, mentre le donne hanno il compito di dare figli alla patria (da mandare poi in guerra). Di conseguenza, in caso di conflitti bellici, il loro ruolo è solo di contorno, ovvero assistere i guerrieri, pregare nei templi, sacrificare agli dei e poco altro. Le donne sono vittime della guerra e la loro immagine “s’incarna soprattutto in figure dolenti, private dei cari e della patria, destinate se non alla morte a una crudele schiavitù”. Ovviamente, c’è sempre qualche eccezione alla regola e, pertanto, anche nel mondo antico sono esistite donne che, singole o in gruppi, hanno partecipato attivamente a combattimenti e azioni militari e, dall’età ellenistica in poi, hanno accompagnato eserciti e contribuito al loro mantenimento materialmente, inclusa l’offerta delle chiome per produrre equipaggiamenti di artiglieria. Tuttavia, come fa notare l’autrice, questi esempi femminili sono presentati dagli storici antichi in narrazioni che già la storica e antropologa Nicole Loraux (seguita da Pascal Payen) aveva definito “fuggitive e opache”.

Giustamente il fatto che la guerra sia cosa da uomini contrasta con la presenza di divinità femminili della guerra, la più nota delle quali è la greca Atena (corrispondente alla romana Minerva), che nasce armata dalla testa di Zeus. Ricordiamo che sull’Acropoli di Atene, alle spalle dei Propilei, si ergeva un tempo la maestosa statua bronzea (7-8 m di altezza), realizzata da Fidia, dell’Athena Promachos, il cui appellativo vuol dire “che combatte in prima linea”.

A Roma poi era venerata Bellona, il cui nome riprende il termine bellum (guerra) e la stessa dea Roma era raffigurata come una divinità armata.

Il libro si articola in 5 capitoli, il primo dei quali è dedicato all’Inquadramento generale, mentre gli altri sono intitolati: “Vittime e schiave di guerra”, “Mediatrici e operatrici di pace”, “Donne ispiratrici e cause di guerre”, “Donne in guerra, donne guerriere”.

Questi capitoli a loro volta presentano all’interno dei box, evidenziati da un colore grigio, come nel caso di “Cassandra nell’Alessandra di Licòfrone”, “Le eroine di Ovidio (Heroides)”, “Il vocabolario delle violenze di guerra” e di ulteriori approfondimenti nel II capitolo, che è forse quello che indaga gli aspetti più crudeli della guerra, la cui “regola” dei vincitori era quella di uccidere i nemici maschi e di ridurre in schiavitù le donne e i bambini. L’autrice sottolinea che in vari casi si uccidevano senza pietà gli anziani, i deboli e i bambini piccoli, in quanto ritenuti inutili a servire i vincitori, secondo

“un’ottica utilitaristica non molto diversa da quella dei campi di concentramento di età contemporanea”.

Uno dei termini spiegati dall’autrice nel suo vocabolario è “andrapodizzazione”, che indica la riduzione in schiavitù e letteralmente l’atto di mettere i piedi su una persona, quindi schiacciarla.

Tra le donne di Troia, protagoniste della triade euripidea costituita da Andromaca, Ecuba, Le troiane, il linguaggio delle donne è quello del dolore, ma ovviamente la guerra di Troia provocò infiniti lutti anche agli Achei e l’autrice non dimentica di citare la triste sorte di Ifigenia, sacrificata dal padre Agamennone per far sì che la spedizione contro Troia andasse avanti. Secondo una versione del mito Ifigenia sarebbe stata resuscitata dagli dei e portata nella terra dei Tauri (l’attuale Crimea), dove divenne sacerdotessa della dea Artemide, che in quel regno era particolarmente sanguinaria, tanto che le venivano sacrificati tutti i marinai stranieri che arrivavano sul luogo. In seguito a un naufragio giunse lì anche il fratello Oreste, che vagava impazzito dopo aver ucciso la madre Clitennestra, come raccontato da Euripide nell’Ifigenia in Tauride.

Anche la principessa troiana Polissena viene immolata sulla tomba di Achille e nelle Troiane di Seneca affronta la morte con grande dignità, mentre Cassandra, anche lei figlia del re troiano Priamo e di Ecuba, viene oltraggiosamente stuprata da Aiace Oileo presso il tempio di Atena, ma già in precedenza era stata maledetta da Apollo col dono della profezia (alla quale, però, nessuno credeva) per essersi rifiutata al dio.

3 Hidria con Cassandra aggredita da Aiace, V sec.a.C., MANN Napoli

Nell’Alessandra del poeta ellenistico Licòfrone, la principessa troiana piange la patria che ha dovuto abbandonare e maledice il suo stupratore, definito “rapace, adunco, uncinante”. Le maledizioni colpiscono tutti gli Achei e le figlie di Tindaro, le gemelle Elena e Clitennestra, la prima assimilata a una cagna impudica e l’altra a una vipera. Clitennestra, moglie di Agamennone, uccide il marito e la stessa Cassandra, divenuta schiava di Agamennone, per vendicare il sacrificio di Ifigenia, ma viene a sua volta uccisa da Oreste, che vuole vendicare il padre.

Nella realtà storica, al comportamento passivo della maggior parte delle donne si possono contrapporre rarissimi esempi di donne che reagiscono vendicandosi dei loro violentatori, come nel caso di Timoclea, un’eroina tebana del IV secolo a.C. citata con ammirazione da Plutarco e raffigurata in alcuni disegni del Domenichino e in un quadro di Elisabetta Sirani (Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli), mentre getta in un pozzo con uno stratagemma il suo stupratore.

4 Elisabetta Sirani,Timoclea uccide il capitano di Alessandro Magno, 1659

Nei capitoli successivi incontriamo, oltre a personaggi mitici, diversi esempi di donne storiche, tra cui Galla Placidia e Placidia Juniore, come “prigioniere e mediatrici imperiali” (nel III capitolo), Fulvia e Cleopatra come “ispiratrici di guerre” (nel IV capitolo) e nel V capitolo, tra le altre donne guerriere, capaci di levarsi con i loro eserciti contro imperi potenti, dai Persiani ai Romani, incontriamo la regina Zenobia di Palmira, che dopo aver combattuto contro Roma, venne fatta prigioniera da Aureliano e morì tristemente a Tivoli. Un altro personaggio è quello dell’imperatrice Giustina, al centro della lotta tra cattolici e ariani. Ma, andando a ritroso, i personaggi forse più affascinanti sono le Amazzoni, che hanno avuto enorme successo nella scultura antica. Il loro mito di guerriere a cavallo nasce tramite Erodoto, al quale erano giunte notizie di donne dell’Asia centrale che avevano un comportamento più libero rispetto alle greche. Il ricordo di queste notizie è stato manipolato e reinterpretato in chiave mitica.

Il libro (240 pagine), densissimo di notizie e di riferimenti bibliografici e con un utilissimo indice di nomi, luoghi e termini d’interesse, comprende anche una parte dedicata a qualche riflessione sul tema da parte dell’autrice, la quale ha dichiarato, nel corso di una presentazione che si è tenuta lo scorso 8 ottobre 2025 a Roma nella sede della SABAP per la provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale, che il suo è stato “un lavoro e un impegno gravosi, ma mi sono sentita in dovere comunque di procedere. Confesso che soprattutto la prima parte, che tratta delle vittime di guerra, è stata dolorosa”.

Nica FIORI  Roma 19 Ottobre 2025