di Alessandra IMBELLONE
Otto grandi opere site-specific presentano negli spazi del Corner MAXXI gli ultimi esiti di dieci anni di lavoro e di ricerca tra materia e percezione dell’artista sudafricano Chris Soal, nato a Johannesburg nel 1994 e presto affermatosi sulla scena internazionale (fig. 1).

Curata da Cesare Biasini Selvaggi, curatore indipendente nonché direttore di Exibart e prodotta dalla Fondazione D’ARC in collaborazione con Piero Atchugarry Gallery e Montoro12 Gallery, è la prima grande mostra personale di Soal in Italia, paese al quale è particolarmente legato in seguito a una sua residenza artistica a Roma offerta dalla Montoro12 Gallery che è stata una tappa fondamentale del suo variegato percorso. Il progetto restituisce la traiettoria di un artista fra i più influenti della nuova generazione, della sua ricerca profondamente scultorea che ha ridefinito la relazione tra scultura, materia e percezione, costruendo un proprio linguaggio scultoreo in cui l’inerte si fa sensibile, il residuo diventa pensiero e la materia marginale si carica di valore etico ed estetico.
Soal utilizza nelle sue opere materiali quotidiani e materiali espulsi dal ciclo produttivo, stuzzicadenti, tappi di bottiglie di birra difettati, cavi elettrici, cemento, acciaio, dischetti di carta vetrata usati in ambito industriale dalle smerigliatrici, che reimmette in un nuovo ciclo vitale. Nelle sue sculture tutti questi elementi si rigenerano in un linguaggio organico, pulsante, capace di evocare la vitalità della materia, il proliferare cellulare e la memoria dei luoghi. Le sue opere si espandono come corpi in crescita, con superfici che mutano alla luce e strutture che respirano insieme al visitatore, chiamato ad attraversare le opere con lo sguardo e ad avvicinarsi per scoprirne la struttura.
Attraverso un camouflage percettivo che ricorda quello del branco di zebre nei confronti del predatore l’effetto corale e l’aspetto di queste sculture appariscenti e dalle strutture opulente disorientano il visitatore. Solo avvicinandosi esse si rivelano per quel che sono: un assemblaggio di elementi poveri e quotidiani. Solo allora ci si rende conto di essere agli antipodi del lusso e dei materiali sontuosi suggeriti dalla forma e dal colore e di trovarci invece all’ultimo anello della catena dell’usa e getta.
A sostenere questo ecosistema poetico è il concetto cardine di spillover che dà titolo alla mostra: spillover come tracimazione, come passaggio di forme vive che nascono da ciò che era stato scartato. Nelle sue sculture la materia che tracima perde la sua funzione di scarto quotidiano per assumere una nuova identità, assurgendo a forme nuove che mimano l’intelligenza molecolare della natura, il proliferare cellulare, l’accumularsi di strati geologici. Il materiale inorganico rinasce come vitale e biologico, in una tracimazione anche percettiva, chiamata a superare confini e categorie.
È quanto possiamo osservare nella magnificaThe Unfolding Ascension (figg. 2-3),


un’ascensione fatta interamente con gli stuzzicadenti o in An Architecture of Attrition (fig. 4-5) che, utilizzando la struttura del Corner MAXXI imita la formazione delle stalagmiti,


mentre in The Relentless Deluge (figg. 6-7) – un diluvio nel quale dalla parete grondano strutture tubolari formate da tappi di bottiglia fino a invadere lentamente lo spazio – la materia, liberata, si manifesta come potenza e rigenerazione, evocando al contempo il caos fertile e la catastrofe ecologica, la distruzione e la rinascita, come scrive Giuliana Benassi nel catalogo di prossima pubblicazione.


Una novità è costituita da Wear and Tear (fig. 8), una stampa edita in 5 esemplari considerata come una scultura “a togliere” perché basata sull’incisione e la scarnificazione dei dischetti di carta vetrata delle smerigliatrici.

Qui Soal per la prima volta utilizza fra i diversi materiali anche delle immagini, nello specifico inverte un paesaggio di Jacobus Hendrick Pierneef, uno dei maestri più celebri della tradizione sudafricana.
Il legame con il Sudafrica, dove Soal è nato, vive ed opera in un grande studio con uno stuolo di collaboratori specializzati a Città del Capo, attraversa come un sottotesto tutta la sua ricerca, radicandosi nella memoria fisica e politica dei luoghi. I materiali marginali utilizzati sono politicamente attivi perché raccontano anche di un continente, l’Africa, e di un paese così spesso marginalizzati. In tralice la sua opera parla di marginalità e marginalizzazioni e anche sotto questo profilo il giovane Chris Soal si rivela un crocevia dinamico e intelligente fra artista internazionale di stampo occidentale e genius loci del suo territorio d’origine, territorio del quale recupera la memoria, l’humus e soprattutto gli stimoli.
Alessandra IMBELLONE, Roma 19 Ottobre 2025
