“Creature, Creatori. San Francesco e l’arte contemporanea”, continua al MAXXI la mostra in occasione dell’8° centenario della morte di San Francesco; la curatrice Beatrice Buscaroli ne parla ad About Art

redazione

Intervista a Beatrice Buscaroli, curatrice della mostra: Creature, Creatori. San Francesco e l’arte contemporanea

-Centenario francescano: il pericolo era ovviamente quello di privilegiare una sorta di agiografia delle immagini che ritraggono il santo all’opera, ma questo nella mostra di Roma non accade.

Da quale premessa hai iniziato per organizzare la mostra, aperta al MAXXI dal 21 maggio? (Creature, Creatori. San Francesco e l’arte contemporanea, Roma, Maxxi, fino al 20 settembre 2026).  

R: L’idea è semplice e complessa nello stesso tempo, perché in questi ultimi anni molto si è scritto su Francesco, su Francesco uomo contemporaneo, su Francesco e la natura, la pace, le donne, la povertà… Come si vede dalla sterminata bibliografia che ha accompagnato la vicenda del Santo subito dopo la sua morte e per secoli, l’immagine stessa di Francesco ha subito una serie di aggiustamenti, che hanno inciso anche sulla percezione popolare, sull’idea che abbiamo di lui. Il grande storico Franco Cardini, che ha scritto un ottimo saggio sul catalogo (editore. Dario Cimorelli) che accompagna la mostra, ha sottolineato proprio questo aspetto:

“Quando si parla di uomini o cose importanti del passato che ci sentiamo ancora vicino, è tanto banale quanto consueto definirli “moderni” se non addirittura “attuali”. Ma il fatto è che, per quanto riguarda Francesco e la sua ‘proposta cristiana’, le sue doti di ‘modernità’ e di ‘attualità’, tanto spesso chiamate in causa, consistono paradossalmente nel loro esatto contrario”.
Allestimento

L’idea dunque è quella di creare una sorta di percorso di arti diverse che, partendo dall’immediato dopoguerra, possa annunciare l’apparire di Francesco. Si comincia dalla natura, con una Ragnatela di Germano Sartelli si avvia il vero e proprio percorso, si continua con l’Informale, con BendiniMorlotti si è tentato di mostrare come uomo e natura riappaiano dopo la cesura definitiva della guerra e del dopoguerra, attraverso la ferita di Burri che con un incredibile Sacco nero sembra proprio assestare un nuovo inizio fisico e reale, necessario. Il Nero con punti è un’opera realmente straordinaria, che sconcerta perché iuta, cuciture, strappi, giocati sul nero, danno all’immagine una forza che, come scrive Mirko Nottoli in catalogo

“evoca qualcosa di ancestrale che ha a che fare con la sofferenza da cui rinascere, il martirio che conduce alla catarsi, la sublime bellezza dell’orrore”.

-Il percorso della mostra privilegia – così mi sembra – una duplice via d’accesso allo “sguardo francescano”: la materia da una parte, e la rappresentazione dall’altra. È corretta questa sensazione?

R: E’ corretta, e guida la scelta delle opere di cui si è parlato finora e delle altre che seguono: con la materia si assiste a un tipo di rinascita, Morlotti fa ribollire i suoi colori nello Studio di nudi del 1956; dall’altra parte una natura morta di Morandi, dipinta a pochi mesi dalla morte, presenta una sorta di rappresentazione, più evocata che descritta, quasi dissolta ma comunque ancora mèmore di una realtà passata. Né margini, né ombre, né profondità: è un’opera che realmente sfida le tradizionali regole della pittura, le abituali distinzioni tra astratto e concreto; tra imitazione e visione. Le quattro fotografie di Mario Giacomelli possono essere commentate con le sue stesse parole: “paesaggio come atto di espressione totale dove sento lievitare la natura, il flusso traumatico del tempo”.

– Eppure è presente, sempre e comunque, una matrice, una matrice investigata con la pluralità più ampia possibile dei mezzi di cui l’arte contemporanea dispone (pittura, scultura, fotografia, installazione …): la natura. Dono fragile e pericoloso che ci ospita: l’occhio di Francesco l’osserva, forse oggi con grande preoccupazione?

R: La natura riappare poco a poco, da Giacomelli si passa a Calzolari, a Stefano Arienti, con un’opera delle collezioni dello stesso MAXXI che qui acquista un’indubbia centralità. Le sta di fronte una sommessa Annunciazione di Chiara Camoni, lavoro semplice e silenzioso che introduce la sola figura femminile della mostra… La natura di Francesco è quella del Cantico, “frate Vento”, l’Aria, le Nuvole, il Cielo, “frate Fuoco”, “Madre Terra”: si accosta alle creature con l’umiltà del discepolo, con la gratitudine che cerca di insegnare alle allodole, con la gentilezza con cui redime il lupo, con l’attenzione con cui, camminando, cerca di evitare di ferire gli animali, anche i più piccoli. Il rapporto che San Francesco esprime con la natura non deve confondersi con una sorta di ecologismo ante litteram: il suo sentire lo rende pari alle creature, lo avvicina loro in una sorta di comunanza che non distingue tra uomo e animale, perché tutto procede dalla volontà del Creatore.

“Tu non amavi la Natura come Idolo, come fa oggi una ecologia superficiale”,

scrive Davide Rondoni, presidente delle celebrazioni per l’VIII centenario della morte di San Francesco, autore di un altro fondamentale saggio in catalogo e anche del recente volume intitolato La ferita, la letizia. Faccia a faccia con San Francesco, poeta di Dio e del mondo (Fazi Editore). Avevi una profondità di legame ontologico, creaturale. La parola oggi più rivoluzionaria del tuo Cantico è “creature”. (…) Ma per te, Francesco, la bontà della realtà che noi chiamiamo “natura” sta nell’essere “formata”, al pari di un’opera formata da un’artista, come dice il Cantico a proposito delle stelle. Formata dall’Altissimu. Senza questo movimento, senza tale tensione amorosa che vede la forma del creato non si intende nulla di te e del tuo Cantico. Nulla”.

Ma, tornando alla mostra e alle opere, nella sala successiva, attraverso i Monumenti della memoria di Paolo Canevari che qui significa una sorta di passaggio rituale tra natura e materia, citazione e ricordo, si arriva alla vera e propria immagine del Santo. Se dunque Canevari con le sue forme dorate porge l’idea di una sagoma che attende il suo contenuto, una forma in attesa di un senso, un’icona ancora non toccata dall’uomo ma prossima ad esserlo, l’ampio spazio successivo della sala offre uno sguardo su quel che gli artisti invitati a interpretare la loro idea, la loro immagine di Francesco.

Paolo Canevari
Bertozzi & Casoni

Cosi’, dai volumi di Maria Lai alle fotografie delle chiese copte di Flavia Rossi, dai piedi nudi del Cristo morto di Jacopo Benassi alle Porte regali di Bertozzi & Casoni, dalla silhouette fragile e gentile di Lorenzo Bonechi a Nicola Samorì, i colori tenui ma ricchi di energia di Marco Cingolani, ad Alessandro Pessoli, da Chiara Calore ad Andrea Mastrovito, a Luca Bertolo, a Fulvio di Piazza, Davide Rivalta, Aron Demetz, il Santo si sfrangia nella visione dei nostri contemporanei. E lì si capisce quanto gigantesca sia ancora la sua figura, nell’immaginario di tutti. Tra citazioni di icone classiche (Ribera per Samorì e Durer per Mastrovito), i segmenti della vita spiegata attraverso i diversi momenti della sua esistenza, tra lo svolgersi del racconto, come fa Alessandro Pessoli, si percepisce quanto sia vicina, oserei dire “amica” e “protettiva” la sua figura. Tra simboli e associazioni, il mondo intero appare degno di essere amato, custodito, raccontato. La terra, la natura e l’uomo diventano il paesaggio dello sguardo francescano.

La scultura è affidata alle caste pagine lignee di Antonio del Donno, alla naturalezza ammiccante di Davide Rivalta, allo scavo cosciente che dà al legno di Demetz l’autorevolezza di un marmo.

Aron Demetz

L’idea della conversione di Francesco è il pilastro portante di quest’opera. San Francesco”, spiega Giampaolo Bertozzi parlando delle sue Porte regali. Omaggio a San Francesco

“si spoglia infatti di tutto ciò che possiede per dedicarsi alla vita spirituale, e proprio questo è il significato del piccolo elefante che si inginocchia in segno di rispetto”.

Giovane spensierato tra gli amici, ma anche aspirante cavaliere di una crociata poi abbandonata, l’inventore del presepe svela qui gli aspetti più cari della sua persona. Ragazzo sensibile e impetuoso, di aspetto minuto, coraggioso e generoso, Francesco resta, nella sua immensità, un enigma che non ha soluzione: è l’esempio estremo di un idealismo assoluto, arduo da imitare, ma è anche il compagno di strada che accoglie e solleva, consola e aiuta, colui che, senza clamore, indica la vita da percorrere.

Allestimento

La mostra è promossa e prodotta dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura e dalla Fondazione MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, nell’ambito delle iniziative promosse dal Comitato nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco di Assisi.

Roma 2 Agosto 2026