“Ardea piange la propria sorte con quel suo battito d’ali”. Percorsi archeologici nell’antica città laziale, capitale dei Rutuli

di Nica FIORI

 “Alla fine Venere vede suo figlio trionfare, e Turno cade. Cade anche Ardea, stimata invincibile finché Turno era vivo. Ma dopo che il fuoco dei Troiani la rase al suolo coprendo di ceneri calde le case, un uccello mai visto si levò in volo dalle macerie, sferzando col battito delle sue ali la cenere. Grido, magrezza e pallore, tutto s’addice a una città distrutta, e della città gli rimane il nome: Ardea piange la propria sorte con quel suo battito d’ali”.

Come riportato da Ovidio in questo passo (Metamorfosi, XIV 572-577), l’eroe troiano Enea, dopo aver ucciso il re rutulo Turno, avrebbe dato alle fiamme Ardea, e dalle sue ceneri si sarebbe librato un uccello che, simbolicamente, portava via con sé la gloriosa anima dell’antica città: si tratta della suggestiva leggenda sull’origine dell’airone cinerino, il cui nome scientifico “Ardea cinerea” lo lega alla capitale dei Rutuli e all’odierna città, il cui stemma presenta proprio un airone.

1 Luca Giordano, Enea vince Turno, Palazzo Corsini, Firenze
2 Stemma di Ardea

Secondo una delle versioni del mito, ripresa da Plinio, Virgilio e Servio, Ardea sarebbe stata fondata da Danae, figlia di Acrisio re di Argo, giunta sulle coste laziali con il figlioletto Perseo, nato dalla sua unione con Zeus.

La bellissima principessa era stata rinchiusa dal padre in una torre inaccessibile, con porte di bronzo guardate da cani ferocissimi, perché un oracolo aveva profetizzato ad Acrisio che sarebbe morto per mano del figlio di sua figlia. Ma Zeus, invaghitosi della fanciulla, riuscì a penetrare nella torre sotto forma di pioggia d’oro e da questo amplesso sarebbe nato Perseo.

3 Tiziano, Danae riceve la pioggia d’oro, Museo del Prado, Madrid

Alla nascita del bambino, Acrisio fece rinchiudere la figlia e il neonato in una cassa di legno, che fu abbandonata in mare alla deriva. I naufraghi furono salvati da alcuni pescatori rutuli, che li condussero dal loro re Pilumno, che in seguito sposò Danae. I due avrebbero fondato insieme la città di Ardea e dalla loro unione sarebbe nato Dauno, il quale, a sua volta, avrebbe generato Turno.

Il re Turno viene dunque presentato come un personaggio dalle prestigiose origini greche, in quanto i suoi antenati erano i re di Argo. Fatto sottolineato da Virgilio per contrapporre la popolazione dei Rutuli alla stirpe di Enea, di origine troiana. Non a caso il nome mitologico di Turno viene fatto derivare dal greco antico Touros, che ha il significato di animo impetuoso; secondo talune fonti potrebbe invece derivare da Turrenos, e quindi ci sarebbe un collegamento con il mondo etrusco, attestato da una serie di significativi racconti leggendari, come per esempio quello dell’amicizia tra i Rutuli e gli abitanti di Caere (l’attuale Cerveteri), importante città etrusca, e dell’aiuto che il suo tiranno Mezenzio portò a Turno per combattere i profughi troiani approdati sulle coste laziali. Del resto la posizione geografica di Ardea, tra la valle del Tevere e quella dell’Astura, a metà strada tra Ostia e Anzio, consentì ai Rutuli di controllare le vie commerciali e culturali tra Etruria e Campania, tra la costa e l’entroterra laziale.

Un altro mito, riportato da Dionigi di Alicarnasso, associa ad Ardea l’eroe Ardeias, uno dei tre figli di Odisseo e di Circe, mentre secondo altre fonti il nome della città avrebbe avuto origine da ardua, con riferimento alla posizione dell’abitato, posto su una rupe con pareti scoscese. Ardea doveva essere intensamente scavata all’interno dell’altipiano tufaceo su cui sorge, con una fitta rete di cunicoli, con slarghi, pozzi di aerazione, svincoli, diramazioni in tutte le direzioni.

4 Rocca di Ardea

Secondo le leggende popolari i cunicoli collegavano Ardea con alcune città laziali e inoltre avrebbero conservato il tesoro di Turno, costituito da sette (o dodici) candelabri in oro massiccio consacrati al Dio serpente. Questo dio serpentiforme era pronto a dispensare le sue doti oracolari a chi lo avesse ingraziato con il sacrificio di giovani vergini: una tradizione questa che troviamo anche nella Grotta del Serpente a Lanuvio e che potrebbe derivare da un ancestrale culto della Grande Madre.

È innegabile che il fascino di un luogo non sia legato soltanto alla bellezza del paesaggio o dei suoi monumenti più appariscenti, ma anche ad alcuni miti, che si tramandano da millenni. Per approfondire la conoscenza del Lazio antico, e in particolare dei siti legati alle origini leggendarie di Roma e di altre città limitrofe, sono assolutamente consigliabili le visite guidate gratuite, a cura della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti.

Tra le visite effettuate nelle Giornate Europee del Patrimonio, che verranno proposte anche nel corso di altre aperture straordinarie (sono previste per ora il 26 ottobre e il 23 novembre), c’è stata quella dedicata ad Ardea, tenuta dalla funzionaria archeologa Francesca Licordari, che ci ha fatto scoprire un luogo che, oltre agli affascinanti miti cui abbiamo accennato, conserva interessanti resti archeologici, di norma non aperti al pubblico.

5 Visita guidata ai siti archeologici di Ardea

Del resto il popolo dei Rutuli, cui appartenevano anche i centri di Antium, Satricum e Lavinium, era uno dei più antichi del Latium vetus e Ardea, in particolare, come riferisce Livio, era talmente fiorente da spingere l’ultimo re di Roma Tarquinio il Superbo (VI secolo a.C.) a farle guerra nella speranza di conquistarla. Ma i Rutuli, grazie anche alle poderose opere difensive che rendevano la loro città difficilmente espugnabile, riuscirono a resistere e a respingere l’attacco.

La città si arricchì notevolmente con il commercio, l’artigianato (soprattutto armi e oggetti ornamentali) e l’agricoltura e vi sorsero templi e altri monumenti pubblici, oltre a una triplice cinta muraria. Nel VI-V sec. a.C. aveva una superficie urbana di 40 ettari, un territorio di 198,5 Km2 (quattro volte quello attuale) e una popolazione di oltre 8000 abitanti.

Attorno al V secolo a.C. insieme ad altre città latine, timorose del potere di Roma, Ardea aderì alla Lega Latina. Livio riporta la notizia che in questa città, indebolita da tumulti interni, nel 442 a.C. venne fondata una colonia latina e agli inizi del IV secolo a.C. il generale Furio Camillo (il celebre conquistatore di Veio nel 396 a.C.) partì da Ardea, dove era stato esiliato per una ragione non del tutto chiara, al comando di un esercito composto da Rutuli, per liberare Roma dall’invasione dei Galli guidati da Brenno (Livio, V, 44-45).

Sempre nel IV secolo a.C. ad Ardea vengono ricostruite le mura di cinta e il precedente triplice recinto sostituito da mura in opera quadrata, delle quali si conservano alcuni resti con rifacimenti di età medievale e rinascimentale.

Durante le guerre puniche, Ardea fu alleata di Roma, ma nel corso della II guerra punica fu una delle dodici colonie che rifiutarono ai Romani gli aiuti militari. I Romani se la legarono al dito e, dopo la sconfitta cartaginese, attaccarono le città ribelli della Lega Latina sconfiggendole e sottomettendole. Tra il III e il II sec. a.C. Ardea decadde, per la crisi economica dei centri laziali, le cui risorse si erano prosciugate nelle guerre puniche e in quella contro i Sanniti.

La città divenne una sorta di luogo di confino. Si ricorda, tra gli altri casi, quello di Veleda, una sacerdotessa germanica della seconda metà del I secolo d.C., che Tacito (Historiae, IV 61-65 e V 22-24), descrive come donna carismatica e con capacità divinatorie, appartenente alla tribù dei Brutteri, che svolse un ruolo importante in occasione di una grande rivolta dei Germani contro Roma. Nel 77 d.C., sedata la ribellione, Veleda fu fatta prigioniera. Di essa non si avevano altre notizie sino al rinvenimento, durante lo scavo del tempio in località Casarinaccio, di un’interessante epigrafe frammentaria in lingua greca con riferimenti a Veleda e alla sua deportazione ad Ardea, in cui probabilmente continuò a svolgere “attività sacre”.

La città era quasi completamente in abbandono in età imperiale, anche se resti di abitato sopravvissero fino al V sec., mentre i ricchi romani costruirono fastose ville lungo la via che portava al mare, nel sito chiamato Castrum Inui, attualmente oggetto di due interventi di valorizzazione.

6 Portale della chiesa di san Pietro

Sull’Acropoli di Ardea – dove ora c’è il palazzo comunale – si ergeva un grande tempio, dedicato secondo gli studiosi a Giunone Regina. Tale era la sua importanza che Plinio ne descrisse la particolarità dei dipinti. Il santuario aveva tre celle ed è stato attivo dal VI secolo a.C. al I secolo a.C. Qualche reperto di epoca romana sopravvive ancora nei pressi della chiesa di San Pietro e nel suo portale.

Nel pianoro “Civitavecchia”, in località Casarinaccio, doveva trovarsi il foro della città, il luogo dove avveniva la vita pubblica, ma il complesso non è di facile comprensione in quanto tagliato da una strada e per la forte presenza di edifici moderni che si sono sovrapposti. Nell’area archeologica è stato individuato e in parte portato alla luce tra il 1926 ed il 1934 un complesso monumentale costituito principalmente da una basilica e da un tempio. Di quest’ultimo (orientato lungo l’asse NE-SO) rimane il podio a pianta rettangolare (alto 1,80 m, largo 23,35 m e con una lunghezza originaria di oltre 30 m), delimitato su tre lati, a eccezione di quello d’ingresso quasi completamente distrutto, da tre file sovrapposte di blocchi modanati poggiati direttamente sulla roccia di base.

7 Podio del tempio nell’area del Foro

La basilica, situata poco ad ovest, presenta la tipica pianta rettangolare e misura m 45,80 x 23,80. I muri furono realizzati, nella fase originaria, in opera reticolata irregolare con ammorsature in blocchetti di tufo. In seguito essa fu oggetto di interventi di ricostruzione e “restauro”, probabilmente in conseguenza a un suo grave danneggiamento. L’interno era suddiviso in tre navate da due file di nove colonne, era pavimentato con cocciopesto di colore rosso, cosparso di scaglie litiche di forma irregolare e di vari colori. Intorno alla basilica fu costruita una canaletta in lastre di tufo per far defluire l’acqua piovana e in cui veniva raccolta e convogliata anche quella proveniente dal tetto. Sul lato nord fu realizzata una cisterna rettangolare soggetta nel corso del tempo a diverse modifiche e rifacimenti. La facciata principale, a pilastri, era rivolta verso sud.

La basilica fu datata dagli archeologi che la scavarono tra il 100 e l’80 a.C., ma ulteriori studi hanno evidenziato diverse fasi di rifacimento, inquadrabili tra la metà del I secolo e il II secolo d.C., con una continuità di vita per tutto il II secolo d.C., come dimostrato dalle indagini archeologiche effettuate nell’area immediatamente a nord, dove sono stati portati alla luce alcuni ambienti termali, con murature che arrivano al IV secolo d.C.

8 Resti di un impianto termale

Nella località detta Colle della Noce, ovvero della notte (da nox, noctis) per via dell’orientamento del tempio che vi sorgeva verso ovest, dove tramonta il sole, in contrapposizione al tempio dell’acropoli orientato verso est, sono stati individuati, oltre al basamento di fondazione del grande santuario, un tratto di strada basolata e resti di murature in opus reticolatum pertinenti, probabilmente, a una struttura insediativa a vocazione agricola. I ritrovamenti di buchi di palo di capanne del IX sec. a.C. confermarono come il pianoro di Colle della Noce fosse un’importante parte dell’antico abitato di Ardea, prospiciente e alla stessa quota dell’acropoli, ora completamente sepolta dalle case moderne. A differenza di quest’ultima, il Colle della Noce è rimasto in gran parte libero da fenomeni di edificazione e costituisce, pertanto, un’interessantissima area di ricerca.

La scoperta del tempio di Colle della Noce nel 1981 ha permesso di ricostruire, per la prima volta, la pianta di un santuario rutulo di grandi dimensioni (34×21 m, 714 m² di superficie), certamente uno dei più importanti santuari del Latium vetus. Il suo arco di vita va dal VI secolo a.C. alla prima metà del I sec. a.C., e si presenta costituito dal pronao (l’atrio con colonne antistante la cella della divinità) con otto colonne su due file (quattro più quattro) e dalla parte posteriore tripartita, formata da una cella centrale e due laterali, che accoglievano le statue delle divinità. Costruito in mattoni, aveva un’intelaiatura in legno e colonne lignee ed era riccamente ornato con lastre di terracotta a colori vivaci: rosso, nero e bianco avorio, con elementi decorativi simili ai materiali degli altri due templi (quello di Giunone sull’acropoli e il tempio dell’area del Casarinaccio, la cui divinità è incerta).

Furono proprio alcuni reperti ceramici, come statuine, ex voto, lucerne che l’aratro dei contadini in quella zona riportava continuamente alla luce a far intuire che il luogo celasse qualcosa. Si decise di scavare al di sotto di un affiorante blocco di tufo, permettendo così agli archeologi di fare la grande scoperta del tempio, che era stato demolito e ricoperto di terra circa 2000 anni prima.

Gli scavi effettuati hanno messo in luce anche i resti di un un antico centro abitato (posto in posizione sopraelevata rispetto alla valle), formatosi a partire dal IX secolo a.C. Sugli strati archeologici sono state individuate delle capanne, di forma ovale o circolare, grazie alla presenza di buchi per i pali di sostegno e di canalette per lo scolo dell’acqua.

9 Area archeologica di Colle della Noce
10 Santuario di Colle della Noce

Una delle capanne, posta in una posizione di rilievo rispetto alle altre, ovvero sul punto più alto del Colle della Noce, era di dimensioni assai notevoli, raggiungendo un diametro di circa dieci metri. A questa se ne connetteva un’altra, divisa in tre parti da due file di pali e dotata di ben due ingressi (mentre le altre, normalmente, ne contavano uno). Quando nel VI secolo a.C. venne costruito il tempio, la memoria delle due capanne venne mantenuta al centro dell’area sacra, al di sotto del pavimento templare. L’orientamento del tempio è, inoltre, lo stesso delle capanne: esso volgeva al punto dell’orizzonte dove il sole, ogni anno, tramonta, si ferma e torna indietro: il solstizio d’inverno.

Molteplici sono anche le sepolture a fossa scoperte durante gli scavi, per la quasi totalità di bambini, ma fra le eccezioni una merita una menzione a parte: si tratta di una tomba a fossa databile all’VIII secolo a.C., contenente il corpo di una donna accompagnata da un corredo particolarmente ricco. L’identità della defunta è ignota (gli archeologi che la scoprirono la chiamarono “principessa di Ardea”), ma certamente doveva ricoprire un ruolo importante in quella società, forse di sacerdotessa, ed è verosimile un collegamento con la grande capanna.

Un altro sito d’interesse archeologico è quello di un ipogeo, riportato alla luce nel 1964.

Si pensa che inizialmente fosse stato concepito come ninfeo pagano (II secolo a.C.) per l’impiego dell’opus signinum (cocciopesto) nel pavimento e per la presenza di un pozzo scavato nella roccia; l’ipogeo venne in seguito adattato a luogo di culto cristiano (a partire dal V secolo d.C.), divenendo probabilmente la cripta di una chiesa sovrastante, poi demolita.

11 Ipogeo adattato a luogo di culto cristiano

In realtà la pianta, stando alla struttura con corridoio centrale e banchine, fa pensare anche alle strutture di deposizione funeraria d’epoca medio repubblicana (IV-III sec. a.C.) identificate nel territorio ardeatino. D’altra parte la presenza di condotti per l’acqua (c’è un canale che attraversa trasversalmente l’ipogeo) richiama una destinazione con finalità di cisterna risalente al primo insediamento rutulo, a ridosso dell’aggere di Casalazzara.

All’interno si conservano diversi affreschi di scuola bizantina del XII secolo, riferibili ai monaci benedettini di San Paolo, che si erano insediati sulla Rocca (già acropoli) nell’Alto Medioevo, tra il VI e il X secolo. Dalle fonti storiche risulta che Papa Gregorio VII nel 1081 aveva affidato ai monaci di Ardea la metà del Castrum Ardeae cum rocca sua et turre maiore. Nel 1130 l’antipapa Anacleto II concesse loro l’intera città e i monaci assunsero, pertanto, grande prestigio. In questo periodo fu costruita ad Ardea la chiesa di San Pietro e probabilmente grazie ai monaci fu modificato e ampliato il piccolo santuario, ricavato nell’antico l’ipogeo, che venne decorato con nuovi affreschi. In un documento, ritrovato nell’archivio del Vicariato di Roma e datato 1697, viene descritta con molti particolari una “grotta ad Ardea detta di Sant’Angelo, con figure antiche di Santi e Angioli”.

12 Ipogeo, ingresso con volta in stucco alabastrino

L’accesso al piccolo ipogeo a pianta rettangolare (3×3,60 metri) avviene attraverso una scala di 18 gradini coperta con una volta a botte a sesto ribassato. La volta, decorata da stucco alabastrino a imitazione delle pietre di fiume su rocce tufacee, si è conservata, col grande fiorone a decorazione del soffitto, anche nelle fasi di culto cristiano. L’intonaco dell’ultima pittura è ancorato su un supporto di malta romana, successivamente alla rimozione di precedenti iconografie di stampo pagano

Nel vano absidale è raffigurata, tra due figure femminili che potrebbero rappresentare sante o allegorie (come la Benedizione e la Grazia), la Madonna in trono con il Bambino.

13 Ipogeo, particolare della volta

La parte centrale della figura ha subito notevoli danneggiamenti; è visibile solo parte del braccio destro con la mano rivolta a indicare il Bambino che sosteneva con la sinistra. Di Gesù, in posa frontale, si distingue solo la parte inferiore del corpo e una porzione del nimbo giallo. Vicino al trono è dipinta con cursus verticale l’iscrizione “Eulugia”, termine di origine greca che significa “benedizione”.

14 Ipogeo, particolare con S. Giovanni Battista

Sul pilastro destro possiamo notare la raffigurazione di san Giovanni Battista, che indica con la mano un clipeo al centro della volta circondato da cinque cerchi concentrici policromi entro cui è raffigurato l’Agnus Dei.

15 Clipeo con Agnus dei
16 Clipeo con Cristo Pantocratore

Dal costato di quest’ultimo zampilla un fiotto di sangue rosso raccolto ai suoi piedi da una coppa abbellita da gemme. Potrebbe essere un’allusione alla coppa che secondo una tradizione medievale Giuseppe di Arimatea utilizzò per raccogliere il sangue di Cristo, e che avrebbe dato origine alla leggenda del Graal. Sul pilastro sinistro è invece raffigurato Cristo Pantocratore a mezzo busto.

All’interno dell’ipogeo sono presenti anche altri affreschi in uno dei quali, posto sulla parete destra, è raffigurata una figura che indossa un saio, mentre sulla sinistra è dipinto un riquadro con due cavalieri. Uno di essi è stato identificato con san Giorgio, mentre l’altro potrebbe essere san Demetrio o san Teodoro nell’atto di trafiggere un essere (probabilmente un animale di non grandi dimensioni) di cui purtroppo non è rimasta traccia. Tutto il riquadro è costellato da simboli: nodi intrecciati, croci simmetriche, cerchi con punto al centro. Anche tra le figure sulle pareti dell’ipogeo vi sono stelle a otto raggi, nodi di Salomone, pigne ornamentali e altri simboli esoterici di matrice templare, che trasmettono al luogo un’atmosfera misteriosa.

17 Riquadro con santi, e simboli vari

Nica FIORI  Roma 5 Ottobre 2025