di Claudio LISTANTI
Notevole successo per Alcina di Georg Friedrich Händel rappresentata per la prima volta a Roma, affidata alla direzione musicale dello ‘specialista’ Rinaldo Alessandrini ed al regista Pierre Audi ai quali si univa una più che convincente compagnia di canto nella quale si sono distinti il soprano Mariangela Sicilia e il controtenore Carlo Vistoli.

Alcina di Georg Friedrich Händel è entrata trionfalmente nella storia di Roma e del Teatro dell’Opera dove, nei 290 anni trascorsi dalla prima assoluta di questo capolavoro (debuttò al Covent Garden di Londra il 16 aprile 1735,) ancora non aveva avuto esecuzioni pubbliche nonostante il suo incontrastato valore che la pone tra le opere haendeliane più conosciute e apprezzate.
Si è trattato di un vero e proprio avvenimento di portata storica al quale i musicofili romani hanno aderito con entusiasmo convenendo numerosi al Teatro dell’Opera per assistere alle cinque recite programmate per il capolavoro di Händel.
Alcina è una delle oltre 40 opere scritte da Georg Friedrich Händel sullo stile italiano che il compositore sassone produsse per Londra, città che divenne sede stabile della sua attività musicale che lo vide protagonista assoluto per la composizione di opere e oratori, concerti grossi, concerti per organo e anthem. Una attività la sua che lo rese vero e proprio sovrano del mondo musicale londinese e autore di diverse opere scritte prima per il teatro di Haymarket poi per il Covent Garden. Parallelamente si rese anche protagonista della trasformazione dell’Oratorio, che frequentò in gioventù soprattutto a Roma e in Italia, che poi a Londra adattò per la lingua inglese rendendolo una sorta di genere musicale nazionale. Opera di stile italiano ed oratorio, che semplificando al massimo possono sembrare in conflitto, erano però del tutto padroneggiati da Händel che si rese così autore di diversi capolavori assoluti.
A Londra egli assunse tutte le caratteristiche di vero e proprio ‘dominus’ della musica con il potere di scegliere cantanti ed interpreti dei suoi lavori che acutamente sapeva coinvolgere nelle sue ‘novità’ musicali. Per l’opera di stile italiano, quindi, scritturò le grandi stelle dell’epoca provenienti dall’Italia necessarie per rendere drammaticamente e vocalmente i contenuti creando così diversi ‘miti’ nel campo del barocco e della vocalità ed esso conseguente come, per l’appunto, accadde per Alcina.
Con il procedere dei tempi, soprattutto per la continua innovazione che ha caratterizzato il percorso storico musicale dell’opera lirica e per il diverso modo di sentire l’opera e il cambiamento continuo della vocalità, tutte queste opere frutto del genio di Händel, come purealtre di diversi compositori dell’epoca, caddero praticamente in disuso. Si dovrà arrivare al ‘900 inoltrato per vedere scoccare quella scintilla che consentisse il recupero di questo repertorio e, in special modo, trovare una soluzione ideale per superare tutte le difficoltà dovute alla scomparsa delle caratteristiche vocali dei cantanti che ispirarono quelle produzioni dalle quali ormai era passato inesorabilmente un lasso di tempo di circa due secoli.
Il repertorio non si è recuperato interamente, mentre la conseguente opera di recupero ha riguardato solo alcuni titoli dell’immenso ‘corpus’ di capolavori dell’epoca. Al contempo, però, si sono sviluppati giusti stimoli al pubblico e agli appassionati per approfondire queste opere e godere appieno delle meraviglie di questo genere musicale.

Se ci fermiamo solo ad Händel ad oggi sembrano pienamente recuperate il Giulio Cesare il cui recupero può essere considerato universale, assieme a Rinaldo e forse Orlando come la stessa Alcina, partiture che sono state oggetto di esecuzioni realizzate con il contributo dei più importanti esecutori oggi considerati specialisti del genere.
Il Teatro dell’Opera di Roma ha inserito nella programmazione di quest’anno Alcina, evento di portata storica che ha segnato la prima rappresentazione di un capolavoro come questo mai rappresentato a Roma nei 290 anni intercorsi tra la prima assoluta del 1735 ad oggi.
Alcina fu scritta da Händel, su libretto di un autore anonimo che si ispirò al libretto dell’opera L’isola di Alcina di Riccardo Broschi musicista settecentesco famoso anche per essere, il fratello Carlo, uno dei più grandi cantanti castrati della storia conosciuto con il nome di Farinelli.
La prima assoluta avvenne il 16 aprile 1735 al Covent Garden teatro che da poco Händel aveva preso in gestione, per il cui palcoscenico il musicista sassone creò qualche mese prima, Ariodante. Per Alcina Händel utilizzò una compagnia di canto di primissimo piano, nella quale brillavano le stelle assolute di Anna Maria Strada nel ruolo della protagonista e del cantante castrato Giovanni Carestini conosciuto con il nome di Cusanino, al quale fu affidata la parte di Ruggiero. Lo spettacolo ottenne un buon successo innanzitutto per il soggetto di carattere ‘magico’ ispirato all’Orlando furioso di Ariosto, ispirazione che influenzò il compositore anche per Orlando e per il precedente Ariodante, che contemplava diverse scene di magia e artifizi scenici realizzati con appositi macchinari ed impianti.
Inoltre nell’opera si registra un limitato uso del recitativo, che pur essendo un elemento necessario come punto di riferimento per esplicitare i contenuti della trama e il procedere dell’azione teatrale, consentiva ad Händel di non porre in difficoltà l’ascoltatore londinese dell’epoca per la scarsa conoscenza dell’italiano. Il musicista però lascia alla musica la descrizione di momenti e stati d’animo, una materia che padroneggia come pochi altri grazie alla sua sapienza strumentale ed armonica che riesce ad introdurre nei suoi lavori teatrali per dare sviluppo drammatico e spettacolarità all’insieme.
Alcina, come molte opere di questo periodo, cadde nell’oblio e tornò sulle scene solo a metà degli anni 20 del ‘900 dopodiché legò le sue fortune ai grandi cantanti che si cimentarono con questo capolavoro tra i quali una delle artiste più leggendarie fu il soprano Joan Sutherland che sostenne il ruolo di Alcina sia a teatro che in disco divenendo una sorta di mito per questo particolare personaggio.

Il Teatro dell’Opera ha affidato il debutto sul proprio palcoscenico di questo capolavoro ad un nuovo allestimento affidato al regista libanese naturalizzato francese Pierre Audi che ha riproposto un suo spettacolo del 2000 per una rappresentazione di Alcina presso il teatrino del palazzo reale di Drottningholm nei pressi di Stoccolma. Una rappresentazione di successo perché esaltava tutte le caratteristiche di un piccolo teatro soprattutto in funzione del coinvolgimento dello spettatore, per poi riprendere lo spettacolo in altre città europee.
L’allestimento è arrivato oggi al Teatro dell’Opera di Roma e ricostruito ex novo rispettando non solo la realizzazione scenica, semplice, settecentesca e strutturalmente ‘barocca’ grazie ad una scena realizzata a quinte cui si contrappongono degli eleganti costumi confermando le peculiarità dell’impostazione registica caratterizzata dall’aver tolto tutti quegli elementi di magia e di travestimento specifici del barocco e, in particolare, del contenuto di Alcina, per puntare tutto sulla recitazione, risultata del tutto curata nell’insieme e orientata verso l’evidenziazione dello stato d’animo di ogni singolo personaggio, senza orpelli e forzature regalando alla rappresentazione caratteristiche squisitamente contemporanee.
Tale realizzazione necessita di interpreti di grande spessore, artisti che oltre ad essere validi cantanti debbono parallelamente essere validi attori, elemento che qui al Teatro dell’Opera ha trovato interpreti ideali per questa realizzazione soprattutto nelle due parti principali, con il soprano Mariangela Sicilia e il controtenore Carlo Vistoli rispettivamente Alcina e Ruggiero, entrambi di particolare rilevanza scenico-vocale.

Per concludere il discorso sulla parte visiva alla quale, ricordiamo, hanno partecipato Patrick Kinmonth per scene e costumi e Matthew Richardson per le luci, c’è da dire che alla vista risulta elegante e coinvolgente risultando però inadatta per una sala di grandi dimensioni come la Costanzi del Teatro dell’Opera certamente poco adatta ai preziosismi dell’opera barocca la cui percezione risulta ostacolata dall’enorme spazio teatrale che ha costretto i realizzatori a restringere il palcoscenico senza riuscire però a superare l’inconveniente delle sonorità attutite che penalizzano l’ascolto della splendida partitura. Ma il merito principale è quello di aver evitato agli spettatori uno di quegli scempi scenici che sconvolgono oggi i teatri di tutta Europa e del mondo con realizzazioni incomprensibili e cervellotiche mentre questa messa in scena ha esaltato i contenuti della musica e del dramma rappresentato.
Per quanto riguarda la parte musicale c’è poco da dire oltre quello che già sapevamo dopo l’esecuzione del Giulio Cesare di Händel che chiuse la Stagione 2022-2023 del teatro romano che lo ‘specialista’ Rinaldo Alessandrini condusse con sicurezza ed eleganza, pregi pienamente confermati oggi con Alcina alla quale ha dedicato grande cura nella realizzazione dei recitativi e delle splendide arie che coronano la parte vocale dell’opera ottenendo anche ottima collaborazione dall’Orchestra del Teatro dell’Opera e, seppur nella piccola parte a lui destinata, dal Coro del Teatro dell’Opera diretto da Ciro Visco.
Alessandrini ha comunque diretto assecondando l’impianto sul quale Audi ha costruito lo spettacolo. Su indicazioni del regista ha posposto e anteposto alcune scene eliminando però le non trascurabili parti danzate scelta che toglie forse qualcosa a quelle caratteristiche ‘barocche’ di Alcina.

Per quanto riguarda la compagnia di canto c’è da dire che è risultata del tutto in linea con i contenuti registici. Come già accennato il soprano Mariangela Sicilia, che per la cronaca ha debuttato non solo nella parte di Alcina ma anche, in assoluto, in un’opera di Händel, ha cantato con sicurezza la difficile e cospicua parte che, per le consuetudini dell’epoca, prevedeva sei arie e un terzetto ed affidata alla prima ad Anna Maria Strada soprano di riferimento per Händel.
La Sicilia ha cantato con intensità per nulla intimorita dalla particolare linea vocale, curando emissioni e dinamiche dei suoni in maniera del tutto ideale, senza alcuna forzatura nobilitando la sua prestazione con misurati ed efficaci colorature che nella parte certamente non mancano. Decisamente accattivante nelle due arie del secondo atto “Ah, mio cor!” e, soprattutto, nella conclusiva “Ombre pallide” la cui interpretazione le è valsa l’ovazione che ha sottolineato la sua prova. Da ricordare anche l’unico recitativo accompagnato dell’opera, nel secondo atto, Ah! Ruggiero crudel, tu non mi amasti!, eseguito con intensità, convinzione e piglio drammatico.
Di grande valore anche la prova del controtenore Carlo Vistoli nei panni di Ruggiero al quale Händel riserva otto arie e un terzetto, creati per un altro cantante di riferimento per il compositore sassone, il castrato Giovanni Carestini soprannominato Cusanino, che le cronache ci dicono essere stato artista che interpretava con entusiasmo le parti affidategli, che sapeva cantare con buon gusto energia e preziosi abbellimenti.

Chi scrive non è favorevole all’utilizzo del controtenore per le parti originariamente scritte per castrato in quanto si arriva ad interpretazioni artefatte al punto di risultare, a volte, quasi parodistiche. Al giorno d’oggi però la vocalità del controtenore si è ulteriormente raffinata e, al contempo, risulta nell’insieme più credibile come ha rivelato la prova di Vistoli di questa sera, che ha messo in evidenza una voce piena accompagnata da una duttilità di base valorizzata dall’assenza di qualsiasi tipo di forzatura rendendo piacevole e appagante l’ascolto. Ragguardevole l’interpretazione delle arie come, a titolo d’esempio, quella del terzo atto ‘Sta nell’ircana pietrosa tana’ dove è riuscito ad abbinare intensità e misura in maniera del tutto accattivante.
Di grande spessore tutto il resto della compagnia ad iniziare da Morgana con le sue quattro arie, parte affidata al soprano Mary Bevan il cui ruolo prevede une delle arie più celebri dell’opera “Tornami a vagheggiar” che chiude il primo atto che la cantante ha cantato con sicurezza e leggerezza mostrando difficoltà solo per qualche aspetto della pronuncia italiana. Nel ruolo di Bradamante un’altra cantante al debutto a Roma, il mezzosoprano Caterina Piva. una giovane dalla voce corposa e rotonda per una piacevole sorpresa che ci fa immaginare, oggi, un soddisfacente futuro.
Ottimi anche tutti gli alti interpreti ad iniziare da Oberto che Händel scrisse per voce bianca qui affidato al soprano Silvia Frigato che ha interpretato con stile la sua parte assieme all’Oronte del tenore Anthony Gregory con le sue tre arie, tutte impegnative, delle quali ricordiamo ‘Semplicetto! A donna credi?’. A concludere di rilievo il Melisso di Francesco Salvadori, molto bravo nell’unica aria a lui dedicata, ‘Pensa a chi geme d’amor piagata’,
La recita alla quale abbiamo assistito (25 marzo) oltre ad aver registrato numerosi applausi a scena aperta si è poi conclusa in maniera trionfale con il pubblico che ha ringraziato gli interpreti con entusiastici applausi e diversi richiami al proscenio per l direttore d’orchestra Rinaldo Alessandrini, per il maestro del Coro Ciro Visco e per tutti gli altri interpreti al culmine di una serata senza dubbio appagante per gli appassionati della musica barocca che ci fa restare con la speranza che queste incursioni nel grande repertorio settecentesco siano sempre più frequenti qui a Roma, come del resto dimostra anche la cospicua partecipazione di pubblico.
Claudio LISTANTI Roma 30 Marzo 2025
