“1350: Il Giubileo senza papa”; ai Mercati di Traiano tra Cola di Rienzo, Antipapa, peste nera e terremoti, una mostra che getta nuova luce sugli eventi drammatici al tempo della sede papale vacante.

di Rita RANDOLFI

  1. Il Giubileo senza papa, ai Mercati di Traiano.

I Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali ospitano, dal 9 ottobre al 1° febbraio 2026, la mostra 1350. Il Giubileo senza papa.

L’esposizione, curata da Claudio Parisi Presicce, Nicoletta Bernacchio, Massimiliano Munzi e Simone Pastor, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura, si articola in otto sezioni tematiche.

Arnolfo di Cambio, Effigie sepolcrale di Bonifacio VIII (1298 ca., Museo dell’Opera del Duomo di Firenze)

La prima  non poteva che essere dedicata a Bonifacio VIII Caetani, il papa che indisse il primo Giubileo della storia nel 1300. L’epigrafe commemorativa da Roccalanzona testimonia quanta importanza rivestì la notizia che le persone, recandosi a Roma,  potevano ottenere il “perdono generale”  dei peccati.

Le vicende successive  alla morte di Bonifacio VIII portarono alla  cosiddetta “CattivitĂ  Avignonese (1309-1377), durante la quale sette pontefici, tutti francesi, risiedettero presso lo splendido Palais des Papes di Avignone. L’assenza del Papa e della corte cardinalizia gettò Roma in uno stato di grande depressione economica e sociale. Uniche  protagoniste di questo periodo le  famiglie baronali, in particolare gli Orsini ed i Colonna, in continua lotta tra loro per assicurarsi  il dominio sulla cittĂ . Emerge piano piano il ruolo svolto dal Comune di Roma:  costituito con il nome di Senatus, giĂ  dal 1143, cercò di intervenire nella vita dei cittadini a partire dal commercio, come dimostrano   le  misure per l’olio e il vino,  su cui ancora compare lo stemma di Bonifacio VIII o la Rugitella di grano, riprodotta in fotografia.

L’affresco con la Santissima Trinità, della metà del Trecento, proveniente dalla chiesa di San Salvatore delle Tre Immagini nel rione Monti, distrutta nel 1888, ora conservato al Museo di Roma, presenta  una rara iconografia, con lo Spirito Santo che, invece di essere raffigurato come una colomba, ha  un volto umano, i cui lineamenti somigliano a quelli  di Cristo e di Dio Padre.  L’anonimo autore, dunque, sottolinea l’indissolublità tra le tre persone della Santissima Trinità,   la cui commemorazione era stata stabilita da papa Giovanni XXII nel 1334.

Un frammento dell’epigrafe della statua dedicata a Clemente VI, proveniente dal complesso ospedaliero di Santo Spirito in Sassia, racconta come questo Papa, nonostante fosse rimasto sordo alla delegazione guidata da Salviuccio Colonna e Francesco Orsini, che volevano  convincerlo  a tornare a Roma, proclamò ugualmente il Giubileo del 1350, restando ad Avignone, dove aveva contribuito ad ingrandire il palazzo dei papi, di cui in mostra si vede un modellino in legno. Clemente VI sembra rimanere sospeso tra la concessione della Grazia e la “punizione” della negazione della sua presenza, tuttavia  avanzò delle riforme importanti,  decidendo che il giubileo fosse celebrato  ogni cinquant’anni,  anziché cento,   e introducendo   la visita a San Giovanni in Laterano,   aggiungendola alle già collaudate  San Pietro e San Paolo, per ottenere l’indulgenza plenaria.

La gestione dell’evento senza Papa fu affidata al cardinale Annibale da Ceccano, ma l’intera popolazione romana  venne coinvolta. Il calco dell’epigrafe di fondazione dell’ospedale di San Giacomo in Augusta, costruito per volontà del cardinal Pietro Colonna nel 1339, proveniente  dal Museo Storico dell’Arte Sanitaria di Roma,  dimostra l’attenzione della macchina organizzativa nei confronti dei pellegrini, che potevano essere soccorsi in ben trenta ospedali, sparsi nel territorio dell’Urbe.

Ma i due anni precedenti il Giubileo furono segnati da  eventi catastrofici. Nell’estate del 1348 scoppiò un’epidemia di Peste Nera, veicolata dalle navi genovesi di ritorno da Caffa, odierna Feodosia in Crimea. La lapide di Angelus Sparverii e le Croniche di Giovanni Sercambi ricordano quel tragico anno.

Statua di San Michele Arcangelo (© Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata, Roma)

A Roma la fine del morbo fu attribuita all’intervento miracoloso dell’icona dell’Aracoeli. Fu quindi eretta la celeberrima scalinata in segno di ringraziamento alla Vergine. Il notaio Giovanni de’ Vecchi, guardiano del Sancta Sactorum, invece commissionò la statua in marmo dell’Arcangelo Michele, oggi custodita nell’antico Ospedale di San Giovanni in Laterano.  Michele, protettore dalla peste,  è raffigurato con le ali spiegate nell’atto di uccidere il drago, simbolo del demonio e del morbo stesso.  Si  individuano tracce di colore sulle ali, di cui una forse riattaccata un po arbitrariamente, ma la bellezza del volto della creatura celeste  contrasta con la fattura un po’ rudimentale dell’animale.

Ancora nella notte tra il 9 e il 10 settembre 1349, Roma fu colpita da un violento terremoto che causò il crollo del campanile di San Paolo f.m, e  delle sommità delle  torri delle Milizie e  dei Conti. Nonostante ciò il Giubileo fu celebrato ugualmente e a Roma arrivarono tantissimi pellegrini. Con il loro tipico abbigliamento costituito da un corto mantello, il bordone e la bisaccia, come rappresentato su una placchetta in bronzo dorato dal Museo Nazionale del Bargello, o nella statua raffigurante il Ritorno del pellegrino accolto dal tenero abbraccio della moglie, dal Musée Lorrain di Nancy, essi portavano  le insegne  acquisite presso i santuari ed i luoghi sacri per attestare il faticoso viaggio intrapreso: avevano questa funzione le due insegne in piombo da Chioggia, raffiguranti i santi Pietro e Paolo, e quelle dei Fori Imperiali, con san Nicola e san Michele.

La reliquia più preziosa, e all’epoca più nota, che doveva necessariamente essere adorata, era  la Veronica, “vera icona” di Cristo conservata in San Pietro in Vaticano.

Statua di Santa Veronica, 1350 ca (© Musée des Beaux-Arts de Dijon, foto François Jay)

La Veronica è rievocata su un ducato in oro emesso dal Senatus romano a metà del Trecento, conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana e, nella statua di Santa Veronica, databile grosso modo  allo stesso periodo, proveniente dal Musée des Beaux-Arts di Digione. A questi anni risalivano anche i primi dibattiti sull’autenticità della Sacra Sindone, la cui più antica menzione è contenuta nei Problemata di Nicola d’Oresme, vescovo di Lisieux tra il 1377 e il 1382.

Un’intera sezione della mostra è dedicata a Cola di Rienzo, i cui successi sono illustrati  da alcuni autori del  XIX secolo: Carlo Felice Biscarra dipinge Cola di Rienzo che arringa il popolo romano (Musei Reali di Torino),  Ettore Ferrari compone un interessante bassorilievo in gesso con Frate Acuto che annuncia a Cola di Rienzo la resa di Francesco dei Prefetti di Vico, proveniente  dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, forse destinato al basamento della statua di Giordano Bruno, e Palagio Pelagi è presente con un disegno che rappresenta  Cola di Rienzo che spiega le antiche epigrafi ai Romani, prestito  della Galleria Carlo Virgilio di Roma.

Pelagio Palagi, Cola di Rienzo che spiega le antiche epigrafi ai Romani 1829 (© Galleria Carlo Virgilio)

Il foglio esalta la cultura antiquaria di Cola, cui si deve il ritrovamento della Lex de Imperio Vespasiani oggi nei Musei Capitolini. In mostra sono inoltre esposte due monete, ritrovate durante gli scavi del Mausoleo di Augusto, coniate dal Senato nella prima metĂ  del Trecento e due denari emessi nei mesi del suo Tribunato, prestate dalla Biblioteca Apostolica Vaticana.

Non manca il ricordo dell’Incoronazione in Campidoglio di Francesco Petrarca, immortalato da un dipinto, finora creduto disperso, di Andrea Pierini, conservato presso il Ministero Dell’Economia e Finanze, che raggiungerà la  in mostra tra qualche giorno,  perché in restauro.

La sezione dei Mirabilia ricorda  alcune leggende tratte dagli scritti di Petrarca o di altri autori del XII secolo: quella legata al Globo in bronzo dorato che coronava l’obelisco Vaticano, ritenuto l’urna contenente le ceneri di Giulio Cesare, e quella connessa alla Lastra dell’Aracoeli, di cui viene esposto il calco frontale, raffigurante la famosa  “Visione di Augusto”, provocata dalla sibilla Tiburtina. Davanti a questa lastra, Cola di Rienzo si inchinò per deporre le insegne tribunizie dopo la vittoria sui Colonna del 1347.

In seguito alla scomparsa di Clemente VI, Innocenzo VI e Urbano V tentarono, senza successo, di ripristinare la sede papale a Roma. Soltanto Gregorio XI, nel 1377, tornò definitivamente in città, convinto anche da santa Caterina da Siena, che lo aveva incontrato personalmente. Nelle rappresentazioni iconografiche, una stampa di metà Ottocento dal Museo di Roma e nei suggestivi  modellini settecenteschi per la decorazione dell’abside della chiesa di Santa Caterina da Siena  a via Giulia, firmati da Laurent Pecheux ed Ermenegildo Costantini,  oggi conservati presso la Venerabile Arciconfraternita di Santa Caterina da Siena, la santa viene raffigurata mentre accompagna il rientro del pontefice nella sua Roma,  evento mai accaduto.

©Venerabile Arciconfraternita di Santa Caterina da Siena a Roma. Laurent Pecheux, Santa Caterina da Siena accoglie il papa Gregorio XI al suo rientro con la curia a Roma dalla sede di Avignone, 1769 ca

Un acquerello di Ettore Roesler Franz nel Museo di Roma in Trastevere riproduce la chiesa di Santa Caterina a Magnanapoli, costruita nel XVI secolo nell’area dei Mercati di Traiano, divenuta la sede del  convento delle suore domenicane.

Ettore Roesler Franz, La cosiddetta Casa di Cola di Rienzo (© Museo di Roma)

Dopo la morte di Gregorio XI salì al soglio pontificio un italiano, Bartolomeo Prignano, che prese il nome di Urbano VI. La sua politica, volta a riformare la curia, gli procurò l’inimicizia di molti cardinali francesi che elessero un antipapa a Fondi, Clemente VII, il quale tornò ad Avignone. Di fatto lo scisma d’Occidente si concluse soltanto con l’elezione di Martino V Colonna nel 1417.  Bonifacio IX,  (divenuto papa nel 1389), restaurò l’autorità papale,  annientando l’autonomia comunale.

La mostra si conclude con la figura della nobildonna romana, Jacopa dei Prefetti di Vico, moglie del fratello di papa Bonifacio IX, Andrea Tomacelli, più anziano di lei, di cui è presente in mostra il sarcofago, conservato ai Musei Capitolini, visibile a 360 gradi.

L’esposizione dunque rappresenta un’occasione imperdibile per comprendere il clima culturale e religioso dell’unico giubileo celebrato a Roma in assenza di un papa. Nonostante la ferita di non avere un punto di riferimento stabile, la popolazione si rivelò attenta e accogliente nei confronti dei numerosi   cristiani che arrivavano da tutto il mondo. La mostra illustra un periodo storico difficile, ricco di contraddizioni, segnato dalla peste e dal terremoto, dai contrasti politici e sociali, dalla miseria,  ma durante il quale  i romani seppero trasformare le difficoltà in opportunità,  dimostrando  una spiccata spiritualità, una capacità, non comune, di saper rinascere dalle macerie degli anni dell’abbandono della cattività avignonese.

Rita  RANDOLFI  Roma 19 Ottobre 2025

1350. Il Giubileo senza papa

Mercati di Traiano Museo dei Fori Imperiali. Via IV Novembre, 94 – 00187 Roma

Orari: tutti i giorni ore 9.30-19.30. Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura

Per maggiori informazioni: tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00-19.00)www.museiincomuneroma.it  |

www.mercatiditraiano.itÂ