“Sì, io posso dire che solamente a Roma ho sentito che cosa voglia dire essere un uomo” (Goethe). Chiusa la mostra “A Roma! Guide di viaggio. Immagini della città”.

di Marco FIORAMANTI

A Roma! Guide di viaggio, immagini della città” – Sala Alessandrina, chiusa il 5 settembre 2025

“Cercà Maria pe’ Roma!”

Si è da poco conclusa una mostra molto interessante concentrata all’interno di una serie di bacheche vetrate poste in largo cerchio contenenti preziosi originali di guide di viaggio, mappe e documenti che raccontano la storia di Roma attraverso le testimonianze sull’accoglienza di viaggiatori e pellegrini dal XVI al XX secolo.

Archivio di Stato, Biblioteca Alessandrina. Interno mostra
S. Münster, Romanæ urbis situs, quem hoc Christi anno 1549 habet, in Id., Cosmographiæ Universalis libri VI […], Basileæ, apud Henricum Petri, 1550, dettaglio

Già dalla fine del Quattrocento hanno cominciato a diffondersi le prime incerte pubblicazioni sulla città di Roma per consentire – ai pellegrini e ai mercanti in primis, poi ai viaggiatori benestanti – “di fare luce sulla percezione della città, che cogli occhi del visitatore, si trasforma da centro irradiante della cristianità a varco temporale sul mondo antico, da giardino di mirabilia a stella pulsante della cultura europea”. Nelle guide cinquecentesche convergevano le due linee principali, quella religiosa, devozionale e quella storico-antiquaria, culturale.

Biondo da Forlì, nell’intento di illustrare la Roma di Eugenio IV, dà ampia notizia delle realizzazioni edilizie del tempo ponendo particolare attenzione nel raccontare gli atti di fondazione e di donazione degli edifici religiosi. Pirro Ligorio e Lucio Fauno sono decisamente orientati al documentare la città antica e quella cristiana. La guida scritta da Lucio Mauro è ricca di divagazioni mitologiche legate a luoghi ed opere, delle quali Ulisse Adrovandi, nella seconda parte dell’opera, fornisce una particolare consistenza indicandone la precisa ubicazione nella città. Le modalità di narrazione sono facilitate dalla redazione, a metà del secolo, dalla pianta urbana di Leonardo Bufalini che ci restituisce un’immagine condivisa e riconoscibile della città.

La grande bacheca esagonale mostra 4 tavole incisorie – disegnate in chiave assonometrica – sulla rappresentazione di parti della città nel XVII secolo, eseguite da Antonio Tempesta (1593) e stampate da Giovanni Giacomo De Rossi.

Invito il lettore a ingrandire le mappe, porre attenzione ai dettagli delle facciate architettoniche e immergersi tra i vicoli di allora, immaginando il vociare del popolino nelle strade, ascoltando il cigolio dei carri…

Fioravante Martinelli, sacerdote e bibliotecario capo della Biblioteca Vaticana, “esegue” in formati economici o pregiati la guida-tipo, suddivisa in dieci giornate in cui la narrazione delle antichità si mescola a quella dei manufatti moderni. La sua opera, che ancora celebra le imprese dei papi e di alti funzionari ecclesiastici, ristampata e utilizzata per un tempo lunghissimo, ci accompagna nel nuovo secolo.

La prima incisione mostra l’area tiberina con la fila di case a bordo fiume nel tratto prima e dopo ponte Sisto (Pon-Xisto), area compresa tra Via Giulia (Via Ivlia) e Trastevere a Porta Settimiana (Septimiana) alla Lungara (Longara) con Piazza Farnese (Piazza del duca di Parma), via s.Paolo a Regola (S. Paulo Regulae) e via dei Giubbonari (Li gipponari).

Seconda tavola, con al centro la Chiesa Nuova (S. M. in Vallicella detta La Chiesa nova di S. Filippo Neri), delimitata in alto da piazza Navona (Nauona), a destra da Campo de’ fiori (Campo di Fiore) e in basso dal flusso orizzontale del Tevere, le sponde della Longara e le mura difensive.

La terza riguarda l’area vaticana delimitata dalla cinta muraria con al centro la Piazza Teatro di S. Pietro.

Chiude il quartetto l’area di Piazza del Popolo col tridente: Strada del Corso, Strada Paulina (via del babuino) e Strada di Ripetta l’angolo di via dell’oca (Pia del Ocha) fino all’ospedale S. Giacomo (hospitale di S. Iacomo delli Incurabili), e nell’altura del Pincio il Palazzo del Gran Duca di Toscana (l’attuale Villa Medici) col suo imponente parco ornamentale (Viridarium magni ducis Hetruriae). Fuori Porta del Populo è indicato il Sepulcrum Neronis alias Muro torto.

Il XVIII secolo apre all’interesse prettamente culturale del viaggiatore verso Roma. Nel 1734 aprono al pubblico i Musei Capitolini, tra il 1771 e il 1778 prende forma il Museo Pio Clementino. Così per la ricchissima collezione privata del cardinale Albani nella sua villa sulla Salaria, e che sarà visitata da Johann Joachim Winckelmann. Nel 1748 viene stampata la pianta dettagliatissima di Giovan Battista Nolli (foto in basso), e nel 1765 il Gran Prospetto dell’alma città di Roma, redatta da Giuseppe Vasi.

Ospitalità. Dal XIV secolo si attestano tuttavia vere e proprie locande, la cui gestione è laica e privata, concentrate nei luoghi in prossimità alle dogane di acqua e di terra (Ripa, Ripetta e S. Eustachio, in seguito Piazza di Pietra) e al cammino religioso. Gli albergatori, dotati dal XVII secolo di un proprio statuto (ne regolava già l’attività un motu proprio emanato da papa Pio IV Medici nel 1564), creano un sodalizio con sede a S. Eustachio. All’inizio del ’700 strade, scambi, nuove ricchezze e celebrazioni di giubilei migliorano le condizioni di viaggio. Verso la metà dell’Ottocento l’arrivo a Roma della rete ferroviaria consente un viaggio molto più confortevole alle classi agiate, abituate alle comodità. Nella prima metà del ’900 l’attrazione per gli scenari di amena tranquillità che caratterizzano le zone intorno a porta Pinciana, dando inizio alla notorietà di via Veneto. Con gli alberghi arrivano le ampie caffetterie, i cinema, i ristoranti.

Con la breccia di Porta Pia del 1870, la città diventa la capitale di un nuovo Stato. L’Ottocento si apre con l’attenzione riservata alla Piazza del Popolo e l’altura del Pincio, oggetto di un nuovo disegno in linea con la moda del tempo, la sublime curva ellittica di Giuseppe Valadier definita da statue allegoriche ed eleganti sfingi.

Con il nuovo secolo appare sulla scena romana il viaggiatore medio borghese, colto e intraprendente. Le guide del tempo sono incentrate sugli aspetti pratici e logistici del viaggio e del soggiorno. Lo sguardo oggettivi da essi offerto è affiancato dalle memorie di viaggio, redatte dagli stranieri per gli stranieri, e da una produzione letteraria sui beni archeologici ed artistici di tipo scientifico e accademico. Antonio Nibby, personalità emergente nel mondo dell’antiquaria romana redige una sua propria guida tecnica nel 1824, priva di riferimenti religiosi. Segue la Guida metodica di Roma, “positivistica” di Giuseppe Melchiorri del 1834 (a sinistra nella foto), una guida laica che guarda all’area tra Porta del Popolo e Piazza di Spagna. Nella seconda metà del secolo Alessandro Ruffini con la Guida di Roma e suoi dintorni del 1858 (foto a destra) immagina un turista borghese orientarsi rapidamente in una città sproporzionatamente grande. La sua guida diventa un navigatore ante litteram, con il percorso più conveniente e un carnet di indirizzi utili.

Nella Roma ottocentesca gli stranieri costituiscono una presenza stabile. Nel salotto di palazzo Caetani passano Chateaubriand, Stendhal, Balzac, Taine, Gregorovius, Listz. Si instaurano alla fine del secolo le strutture della modernità, in cui la funzione domina sul fascino estetico. Il dialogo con l’antico sfocia in una sistematizzazione di piazze e passeggiate archeologiche. La città antica finisce per essere musealizzata. L’inizio del XX secolo vede apparire sulla scena editoriale alcune guide in cui le informazioni generali della città hanno ormai un ruolo fondamentale e orari, orientamento, indirizzi per alloggio, acquisti e servizi. Ne è un perfetto esempio la Guida di Roma e dintorni di Vittorio Emanuele Bianchi (foto in basso), dove l’attenzione viene posta anche sull’elemento qualitativo del soggiorno, con indicazioni relative al comfort e alla sicurezza.

In chiusura, una serie di cartoline degli anni Dieci acquerellate a mano che documentano il bisogno del viaggiatore di comunicare e lasciare tracce del suo soggiorno romano.

Post scriptum

In un colloquio col poeta Johann-Peter Eckermann, del 5 ottobre 1829, Goethe afferma:

«Sì, io posso dire che solamente a Roma ho sentito che cosa voglia dire essere un uomo. Non sono mai più ritornato ad uno stato d’animo così elevato, né a una tale felicità di sentire. Confrontando il mio stato d’animo di quando ero in Roma, non sono stato, da allora, mai più felice».

Marco FIORAMANTI  7 Settembre 2025