di Nica FIORI
“… Sull’estremo lembo / de la cerula baia, ove i fastosi / avi ozïâr nei placidi manieri, / ermo, bruno, sinistro èvvi un castello. / Quando il corsaro fe’ quest’acque infami, / La päura lo eresse … È il castello d’Astura”.
In questi versi, tratti da Il Monte Circello (1858) di Aleardo Aleardi, il sito di Torre Astura viene descritto come un tetro castello, eretto per difendersi dalle incursioni piratesche e legato a tristi ricordi di un lontano passato, ma ai giorni nostri la torre fortificata appare, al contrario, straordinariamente suggestiva, circondata dal mare e collegata alla terraferma da un ponticello, all’interno di una riserva naturale protetta del litorale laziale (nel Comune di Nettuno). Il contesto ambientale, nei pressi della foce dell’omonimo fiume Astura, è caratterizzato dalla presenza di una spiaggia dorata su un mare cristallino, con sullo sfondo la sagoma del Circeo, e da una macchia mediterranea che all’interno si arricchisce di alberi di alto fusto (soprattutto pini), che Gabriele D’Annunzio nel 1897 descrisse con queste parole:
“I tronchi sono così fitti che lasciano appena penetrare qualche occhio di sole … gli alberi fulvi, con i loro rami carichi di aghi, brillano di questa divina iridescenza, di questa sovrammirabile opera d’incanto aracnea”.


Il castello medievale, caratterizzato dal torrione di forma pentagonale, è stato edificato sul sito di una villa marittima romana, i cui resti, all’interno del Poligono militare gestito dall’Ufficio Tecnico Territoriale Armamenti Terrestri del Ministero della Difesa, sono stati oggetto di importanti lavori di restauro e riqualificazione da parte della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti.
L’intervento è stato realizzato nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), come ha ricordato lo scorso 27 ottobre la Soprintendente arch. Lisa Lambusier nel corso della presentazione dei lavori portati a termine:
“Questo intervento rappresenta la concreta realizzazione di un progetto ambizioso, nato con l’obiettivo di un importante rilancio culturale di siti di grande valore storico e archeologico, spesso poco conosciuti e non adeguatamente valorizzati. L’opera si inserisce infatti nel programma ‘Caput Mundi’, uno dei più importanti investimenti dedicati al nostro patrimonio culturale, finanziato attraverso le risorse europee del PNRR. Un programma che ha previsto uno stanziamento di circa 500 milioni di euro per 125 siti del territorio laziale, con un obiettivo preciso: non soltanto conservare e tutelare beni di straordinario valore, ma soprattutto renderli maggiormente conosciuti, accessibili e fruibili”.
La SABAP per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti ha realizzato, nei tempi ristretti prescritti dal PNRR, sei interventi di restauro e valorizzazione, riguardanti, oltre al Complesso archeologico di Astura, il Santuario di Diana a Nemi, il sito archeologico di Castrum Inui ad Ardea, l’area archeologica di Tuscolo a Monte Porzio Catone, la Villa degli Antonini a Genzano e la Villa degli Aurelii Cottae a Cottanello (RI)”.
Ad Astura i lavori (finanziati con un milione e mezzo di euro) hanno riguardato, in particolare, il restauro e il consolidamento del ponte-acquedotto, una delle strutture più significative del complesso, che versava in condizioni di degrado anche a causa della particolare esposizione agli agenti atmosferici e all’azione erosiva del mare. Sono stati, inoltre, messi in opera presidi per la stabilizzazione e la messa in sicurezza delle strutture voltate del settore residenziale della villa.
Il procedimento è stato seguito dall’arch. Raffaella Strati, in qualità di Responsabile unico del progetto e direttore dei lavori, con la direzione scientifica per gli aspetti archeologici della funzionaria archeologa Maria Teresa Moroni.


Alcuni cartelli illustrano la situazione precedente e quella del restauro, che è stato particolarmente complicato sia dal punto di vista progettuale, perché parte del ponteggio doveva essere infisso in acqua, sia per le condizioni statiche assai precarie. Si è proceduto al consolidamento strutturale con vari interventi quali cuciture, legature, rigenerazioni della massa muraria e ricostruzioni parziali nei punti dove era necessario farlo. Prima dell’intervento si è provveduto anche a una bonifica dei residui di ordigni bellici.

La villa, realizzata a partire dalla fine dell’età repubblicana e successivamente ampliata e ristrutturata in età imperiale, costituiva un articolato complesso residenziale e produttivo, organizzato tra la terraferma e un settore proteso verso il mare, in corrispondenza di un isolotto artificiale. La porzione sulla terraferma, oggi in gran parte nascosta dalle dune costiere, era collegata al settore marittimo mediante il ponte-acquedotto, del quale si conserva un tratto lungo circa 130 metri, che assicurava il collegamento tra le due aree della residenza e consentiva l’approvvigionamento di acqua dolce. Il complesso comprendeva ambienti residenziali e strutture di terrazzamento, una grande e articolata peschiera (150×120 m), destinata all’allevamento ittico, nonché un porto realizzato in una seconda fase edilizia.
Non sappiamo quali pesci si allevassero nella peschiera, suddivisa in più settori, ma è probabile che vi fossero anche l’orata e la murena, perché i loro nomi si fanno risalire proprio a quelli dei cittadini romani che per primi ne intrapresero l’allevamento, Sergio Orata e Licinio Murena.
La prima fase edilizia della villa (fine del I secolo a.C. – inizi I secolo d.C.) presenta una muratura in opera reticolata. Le maestranze, che erano state chiamate dalla Campania, erano specializzate nel costruire sull’acqua e utilizzavano il tufo campano e la pozzolana dei Campi Flegrei. Gli interventi eseguiti sul ponte-acquedotto hanno consentito di analizzare le fasi edilizie che si sono succedute nel tempo e che hanno visto l’inserimento di archi di sostegno in mattoni sesquipedali e puntelli in opera listata.

Il noto storico e archeologo Antonio Nibby nel 1837 descrisse i resti della villa, con strutture in opera reticolata e ampliamenti in opera laterizia, da lui ritenuta di proprietà di Cicerone e poi passata al demanio imperiale. All’epoca non si vedeva il ponte-acquedotto, che venne in luce al seguito di una violenta mareggiata nel secolo scorso.
L’attribuzione a Cicerone, non più accettata dalla maggior parte degli studiosi, era legata al fatto che l’oratore possedeva una residenza ad Astura, dove si rifugiò nel 43 a.C., quando seppe di essere stato condannato da Ottaviano, poi da lì si imbarcò per trovare scampo, ma dopo poche ore di navigazione fu respinto a Formia dai venti contrari e lì venne ucciso.
Astura, secondo quanto scrive Svetonio, fu fatale anche allo stesso Ottaviano Augusto, che vi contrasse i germi della malattia che lo condusse alla morte. La stessa cosa successe a Tiberio. Plinio il Vecchio ci fa sapere inoltre che, quando Caligola prese da lì il mare per andare ad Anzio, una remora si attaccò al timone della sua nave e il fatto venne interpretato come un cattivo auspicio. In effetti di lì a poco anch’egli morì, assassinato.
Il sito testimonia una lunga storia di frequentazione e utilizzo e ogni epoca ha lasciato il suo segno. Nel X secolo presso Astura, allora possedimento dei Conti Tuscolani, sorge un monastero dei monaci di Sant’Alessio sull’Aventino; quindi, nel 1193 la proprietà passa ai Frangipane (con la Torre e il fortilizio, già edificati sui resti del porto romano). Nel XIII secolo il castello viene ricordato per la triste storia di Corradino di Svevia, che, riparatosi qui dopo la sconfitta di Tagliacozzo da parte degli Angioini (1268), ingaggiò un pescatore per farsi portare in salvo a Pisa. Non avendo denaro con sé, pagò il pescatore con un prezioso anello, che quello subito rivendette. La cosa giunse alle orecchie del signore locale, Giovanni Frangipane, che dopo aver raggiunto in barca il fuggiasco, lo catturò e lo consegnò al suo rivale Carlo d’Angiò.
Il giovane principe tedesco, che secondo le parole dell’Aleardi (sempre nel suo poemetto Il monte Circello) era “pallido, e bello, con la chioma d’oro, / con la pupilla del color del mare”, era sceso in Italia per restaurare la dominazione sveva in Sicilia. Quando fu decapitato a Napoli, il 29 ottobre del 1268, aveva solo sedici anni e con lui moriva l’ultimo degli Hohenstaufen, la celebre dinastia di Federico Barbarossa e di Federico II. La sua rapida e sfortunata carriera di pretendente al trono sembra appartenere più al mondo del romanzo che a quello della storia. La sua fine fu terribile e ingiusta e papa Clemente IV, che aveva favorito Carlo d’Angiò per liberarsi della dinastia germanica, morì un mese dopo Corradino roso dai rimorsi.

Durante il XIV secolo la Torre diventa proprietà di Bonifacio VIII, Ludovico il Bavaro, Pietro d’Aragona, per passare successivamente all’Ospedale di Santo Spirito in Sassia, ai Caetani e agli Orsini. Tra il ‘400 e la fine del ‘500 il complesso appartiene ai Colonna, con alcune parentesi papali, finché, nel 1594, viene acquisito da Clemente VIII e da allora, per tutto il XVII e XVIII secolo, l’area è coinvolta in episodi bellici nella difesa costiera contro i Turchi e i pirati. Un tempo la località era circondata, dalla parte di terra, dalle paludi pontine, bonificate solo negli anni Trenta del XX secolo e, per quanto il paesaggio potesse apparire lussureggiante e di grande fascino, era infestato dalla malaria.

L’intero complesso, dopo essere appartenuto alla famiglia Borghese, ultima proprietaria privata, è stato acquisito dallo Stato negli anni Ottanta del XX secolo, entrando a far parte del patrimonio demaniale, ed è attualmente assegnato al Demanio militare. L’area ricade anche all’interno di un Sito di Importanza Comunitaria (SIC). Sono state proprio le restrizioni di accesso all’area, necessarie per motivi di sicurezza legati alle strutture logistiche e alle attività militari del Poligono, ad aver contribuito a mantenere nel tempo il patrimonio ecologico, monumentale e archeologico del sito.
Nica FIORI, Roma, 1 Novembre 2026
