di Chiara GRAZIANI
C’è qualcosa nella Chiesa, intesa come attore internazionale nella comunità degli Stati, che sfugge fatalmente e che impedisce di comprenderla. E Leone, attuale vicario di Cristo, l’ha ricordato al mondo dei media che hanno scoperto – negli Usa e nel mondo – il filone “Potus Versus Pontiff”, ossia il presidente degli Stati Uniti contro il Pontefice.
L’attacco di Trump al Papa “debole”, “terribile” e quasi fellone, il primo papa statunitense ingrato verso l’inquilino della Casa Bianca che l’avrebbe fatto eleggere, è la storia mediatica del momento. Soprattutto perché Trump, dopo essersi raffigurato, grazie ai servigi dell’intelligenza artificiale, come incarnazione di Gesù in terra non ha smesso di incalzare Leone. Non si è scusato ed ha rilanciato, a modo suo: ossia sparando balle ad intensità variabile, planando dalle vette della collera alla simulazione di cristiana sopportazione al fianco di un empatico Cristo consolatore dell’aspirante Nobel per la Pace.
Leone si è sottratto al teatrino (che lo ha visto perfino dipinto sui post come guerriero dell’Armageddon, alato e bardato con la mozzetta rossa che fa tanto conservatore).
“Rispondere al presidente – ha detto – è fuori da ogni interesse per me”. Leggere le mie parole durante il viaggio in Africa come un rilanciare alle accuse, “è inaccurato”.
I cattolici statunitensi, una buona metà dei quali hanno votato per Trump, non fanno che compattarsi dietro Leone ad ogni salva dalla Casa Bianca tanto che alcuni analisti – italiani – sono arrivati a parlare di un assist involontario a Leone, papa – a parere loro – meno “brillante” di Francesco: ma Prevost ha voluto usare della presenza dei 70 giornalisti sul volo papale per chiarire un punto. Il successore di Pietro non polemizza, annuncia il Vangelo a tutti. E se usa parole di una durezza biblica contro i signori della guerra (“un pugno di tiranni che lacerano la Terra” ) non ha un nemico personale ma solo l’obiettivo di richiamare tutte le coscienze smarrite alla vera conversione e le persone di buona volontà ad essere “l’olio che cura le ferite” dell’umanità.
Bastano pochi tiranni a devastare il mondo, dirà anche in un altro discorso in Africa, ma miriadi di buoni – silenziose vite nascoste – lo tengono in piedi. Sono “gli umili ed i giusti”, i “piccoli” che ha invocato appena arrivato ad Algeri: olio, sale e lievito, senza i quali la fraternità umana si decomporrebbe lacerata dall’ideologia del profitto estremo che così spesso viene denunciato da un Papa che, a volerlo ascoltare, ha la determinazione di Francesco ed è perfino più affilato di lui.

Con autentica mitezza, ma estrema chiarezza per chiudere la polemica, in sostanza ha chiesto; “Trump chi?”. L’orizzonte della Chiesa è la fraternità umana. Ogni parola ed ogni atto del Papa non sono mai un confronto fra poteri o potenti. Sono il sostegno agli “umili” “ai “giusti” ai “piccoli”, portato nel nome di Cristo che Prevost annuncia come “il sole di giustizia” profetizzato dalle Scritture. Trump, invece, è un’ombra in scena, per dirla con Shakespeare.
E’ per questo che questo Papa, come chi l’ha preceduto, è segno di contraddizione per il sistema mondiale sempre più basato sul diritto della forza e il dogma del profitto che soffoca lo sviluppo umano integrale.
Prevost, come Francesco, come i predecessori, non teme dazi, minacce, blocchi navali e assassinii mirati (e non si è riflettuto abbastanza sulla gravità estrema dell’evocazione della cattività avignonese da parte della amministrazione Usa). Non ha interessi nazionali da difendere. La voce della Chiesa è totalmente libera e come tale viene sempre di più percepita, lo si è visto anche nel viaggio in Africa. Con Francesco è entrata definitivamente, e strutturalmente, nell’arena della lotta per la giustizia sociale, parte della liberazione annunciata da Cristo ad ogni abitante della casa comune. Questo papa non si stanca di ricordare la dimensione “politica e sociale” che integra un annuncio che non è solo spirituale (come non può essere solo politico).
Il vicepresidente Usa Vance, ultimo atto della saga politico-mediatica scatenata dal suo boss, ha ringraziato Leone, dopo averlo attaccato a sua volta, per la sua precisazione. Non sappiamo se abbia preferito non comprenderla fino in fondo. Come pare abitudine di questa amministrazione Vance ringrazia per poter vendere la propria narrazione vincente – o almeno non perdente – su trattative, mediazioni, titolarità del bene nella lotta contro il male. Ed insiste: il Bene siamo noi. Leone ha fra i suoi obiettivi anche chi “capovolge la realtà” o “addirittura cerca di riscrivere la storia”.
Non è difficile prevedere che la Casa Bianca non consideri chiusa la partita.
Chiara GRAZIANI Roma 19 Aprile 2026
