di Maria Emilia GRAZIANI
Pubblichiamo la prima parte di uno studio che la Prof.ssa Maria Emilia Graziani ha intrapreso per cercare di chiarire un “enigma leonardesco”; vale a dire se Leonardo da Vinci abbia effettuato davvero un viaggio in Oriente. La questione nasce perchè -com’è noto- tra gli scritti del genio si sono trovati effettivamente carteggi concernenti narrazioni relative in particolare all’Armenia e in genere all’Asia Minore. Va detto tuttavia che secondo il parere della gran parte degli studiosi più autorevoli si tratterebbe di teorie smentite dalle accurate analisi dei documenti e dei manoscritti lasciati da Leonardo. Per quanto ci riguarda, tuttavia, ci pare doveroso proporre agli studiosi e in genere a tutti gli appassionati di ‘storie’ dell’arte, come sono i nostri lettori, questa prima parte del lungo testo della Prof.ssa Graziani, perchè al di là della congruità o meno delle tesi (che comunque ci paiono ben arg0mentate) ripropone una questione su cui quanto meno occorrerebbe riflettere senza pregiudizi. About Art, ovviamente e come al solito, è aperta al contributo di quanti altri intendessero confrontarsi al riguardo. (Per una letura esuriente e completa riproponiamo la Parte 1^ del saggio della Prof.sa Graziani subito dopo questa 2^ parte)
“Nessuna cosa si può amare nè odiare se non si ha cognizione di ella”
Leonardo da Vinci

Alcuni studiosi, in passato, sulla base degli scritti di Leonardo, hanno ipotizzato un suo viaggio nei paesi del Levante, senza tuttavia riuscire a fornirne prove conclusive. È nel tentativo di verificare questa possibilità che ho intrapreso la presente ricerca, scegliendo di non trascurare alcun indizio e di affrontare la questione con apertura critica.
L’indagine muove dall’osservazione del paesaggio raffigurato sullo sfondo dell’ Annunciazione di Leonardo. Si tratta, infatti, di un’ambientazione insolita rispetto ai canoni iconografici del tempo, che prevedevano solitamente scenari più neutri o di ispirazione classica. Qui compare una città portuale animata dal traffico di navi e battelli, con elementi architettonici riconducibili all’area orientale, rappresentati con tale precisione da suggerire un riferimento a un luogo reale. Con uno slancio immaginativo sono arrivata a supporre che si potesse trattare della città di Costantinopoli.




Da tale supposizione sono sorte numerose domande: quale significato aveva l’inserimento della città di Costantinopoli in quel contesto? Leonardo l’aveva forse visitata personalmente? In quale circostanza e con quali finalità? L’opera, infatti, presenta una serie di elementi peculiari che meritano di essere analizzati più a fondo. Vediamo quali.
L’ambientazione del dipinto si articola su cinque piani, interpretabili non solo in chiave spaziale, ma anche temporale e simbolica. In primo piano compare l’hortus conclusus, tipico dei conventi fiorentini, come quello della Santissima Annunziata, che Leonardo frequentava. Tuttavia, questa tipologia di giardino è attestata anche nella tradizione islamica, dove assume il valore metaforico di rappresentazione del Paradiso terrestre.
Secondo la tradizione biblica, il Paradiso Terrestre era collocato in Armenia.

La presenza, nel giardino del dipinto, di specie botaniche di origine orientale – quali narcisi, gelsomini ed, in particolar modo, la presenza di tulipani, fa riflettere. Originari della Persia, i tulipani furono introdotti a Costantinopoli con l’espansione dell’Impero ottomano e divennero rapidamente un elemento caratteristico dei giardini appartenenti ai dignitari della corte del sultano. Qui furono ammirati dagli ambasciatori occidentali, ai quali era concesso l’accesso a tali spazi. Soltanto nel 1554 l’ambasciatore Ogier Ghislain de Busbecq inviò in Europa i primi bulbi, segnando l’inizio della loro diffusione nel continente. Il nome latino Tulipa, adottato dai botanici europei, deriva infatti dal turco tülbent, che designa il tessuto utilizzato per i turbanti, richiamando la somiglianza tra fiore e copricapo. Rimane quindi inspiegabile la rappresentazione dei tulipani prima della loro diffusione in occidente ed il loro simbolismo collegato alla città di Costantinopoli.
Va sottolineata anche la valenza simbolica dei numerosi fiori e piante raffigurate. Particolare rilievo assume il fiordaliso che in Oriente viene associato ad un legame affettivo, senza trascurare l’aquilegia, fiore dal significato ambivalente, che Leonardo impiegò di frequente quasi come una sorta di firma iconografica nelle sue opere.


È sorprendente la somiglianza tra le due figure angeliche, come se l’artista avesse voluto suggerire che si trattasse della stessa persona.
Il secondo piano del dipinto rappresenta l’azione nel suo svolgersi presente. L’arcangelo appare come appena “atterrato” sul prato, perfettamente a suo agio nei sontuosi abiti ornati da una stola dorata, chiaro simbolo di regalità. Il volto giovanile, incorniciato da una cascata di riccioli biondi, richiama alla mente la fisionomia del giovane Leonardo.
Si può dunque ipotizzare che l’artista abbia voluto raffigurare se stesso nelle vesti dell’angelo, mentre rende omaggio alla madre nelle vesti della Vergine. Secondo alcuni studiosi, infatti, Caterina – la madre di Leonardo – sarebbe stata rapita, ridotta in schiavitù e condotta a Costantinopoli, per poi essere imbarcata verso l’Italia.
Lo sguardo dell’angelo, diretto al petto della Vergine, ha un aspetto quasi felino e trasmette una sensazione non del tutto rassicurante. Questo richiamo alla felinità trova un parallelo nel cippo funerario in marmo istoriato che funge da leggio: le zampe leonine scolpite alla sua base sono rese con sorprendente realismo, irte di peli, tanto da sembrare vive piuttosto che inanimate. La simbologia del leone potrebbe alludere al nome stesso di Leonardo che significa “forte come un leone”, un nome inconsueto nella famiglia da Vinci. È interessante notare che il nome Levon (leone) era invece molto diffuso in Armenia ed è lo stesso portato dal primo re d’Armenia e di Cilicia. Forse, dunque, non è azzardato supporre che Caterina, la madre di Leonardo, ci abbia messo lo zampino.
Anche la raffigurazione della Vergine presenta elementi inconsueti: i capelli inanellati biondi lasciati sciolti e il capo coperto da un velo leggero, che sembra scivolare via, evocano più la grazia di una divinità pagana che i canoni tradizionali della rappresentazione mariana.

A questo proposito, mi è venuta in mente la divinità armena Anahit, che incarnava la natura generatrice della donna ed era venerata come simbolo della continuità della stirpe. Considerata una delle principali figure del pantheon armeno, Anahit era chiamata Madre Dorata, Dorata o Dita d’Oro. Non appare dunque casuale che un ampio drappo dorato avvolga il ventre della Vergine nell’Annunciazione, come avviene anche in altre raffigurazioni mariane realizzate da Leonardo.
Il nome Anahit (o Anahita), di origine persiana, significa “puro, immacolato”, un significato che si ritrova anche nel nome Caterina, madre di Leonardo, che significa “pura, casta”. Da qui l’ipotesi che il nome di Anahit possa essere stato cristianizzato proprio con quello di Caterina.

In questa immagine la Vergine ha un drappo dorato sul ventre. Secondo una leggenda armena, la dea della fertilità Anahit, dai capelli d’oro, un giorno stava passeggiando tra le nuvole quando, attraverso la nebbia, scorse il Monte Ararat risplendere e se ne innamorò perdutamente. Salita sulla sua cima, la dea cominciò a sussurrargli parole d’amore, ma il monte rimase impassibile e non ricambiò il suo sentimento. Anahit, rifiutata, cadde allora in ginocchio e scoppiò in un pianto ininterrotto: le sue lacrime sgorgarono a lungo, formando ruscelli che lentamente confluirono in un lago posto sulla sommità del monte. Ancora oggi quel lago porta il nome di Anahit, a testimonianza del legame mitico che unisce la divinità al monte Ararat.
Alla luce di questa tradizione, appare plausibile ipotizzare un collegamento simbolico tra la Vergine dell’Annunciazione e il monte raffigurato sullo sfondo. La Vergine, infatti, si distingue per un atteggiamento fiero e una postura regale, assai inconsueti per le rappresentazioni dell’Annunciata, nelle quali, solitamente, la giovane appare sorpresa, con il capo chino e le braccia incrociate sul petto, in segno di umiltà e sottomissione.


La mano della Vergine si presenta insolitamente lunga e affusolata, tanto da suggerire una forma di aracnodattilia, una caratteristica che ricorre in diversi dipinti e disegni di Leonardo. Anche il braccio destro appare sproporzionato nella lunghezza rispetto al resto del corpo. Considerata la profonda competenza anatomica dell’artista, è lecito domandarsi quale significato intendesse attribuire a tali scelte. Si possono avanzare alcune ipotesi. L’aracnodattilia, in quanto condizione di origine genetica, potrebbe alludere a un legame di stirpe o di eredità familiare. Anche la dismetria delle braccia potrebbe suggerire un riferimento a una patologia ereditaria che avrebbe potuto interessare lo stesso Leonardo, condizionandone l’uso della mano destra. In alternativa, l’anomalia anatomica potrebbe avere un valore simbolico, esprimendo metaforicamente l’idea di un abbraccio che unisce due persone intimamente legate.
Lo sguardo della Vergine, non è rivolto verso l’arcangelo ma perduto nel vuoto, l’espressione è compiaciuta e sicura di sé, nonostante la giovane età. Le sue fattezze rimandano a tratti somatici tipici delle donne provenienti dall’Armenia, evocando così ancora una volta l’immagine della dea Anahit.


Il gioco delle prospettive risulta particolarmente evidente in questo dipinto, così come quello delle luci, le quali mutano a seconda delle circostanze, conferendo alla narrazione un carattere di trascendenza e di atemporalità.
In questa chiave interpretativa, si potrebbe ipotizzare che l’opera alluda a una sorta di storia di famiglia. Leonardo, infatti, viene descritto dalle fonti come dotato di lunghi capelli biondi e inanellati e di occhi grigio-azzurri: caratteristiche piuttosto rare nella Toscana del tempo, che potrebbero essere stati ereditati dalla madre.



Alcuni studi scientifici recenti hanno inoltre rilevato che circa il 65% delle popolazioni del Vicino Oriente condivide strutture di tipizzazione riconducibili all’impronta digitale di Leonardo, suggerendo possibili legami con quelle aree geografiche.

In una mia ulteriore ricerca ho cercato di approfondire l’ipotesi secondo cui Caterina, definita dal professor Carlo Vecce come schiava circassa, in realtà fosse di origini armene.
La sua tesi si basa su di un documento da lui reperito in cui si legge– “filia Jacobi eius schlava sue serva de partibus Circassiae”. Considerando che il patronimico non poteva essere indicato nelle schiave, in quanto non noto, l’espressione filia Jacobi potrebbe infatti essere compatibile con l’appartenenza alla Chiesa monofisita di Siria, fondata da Giacobbe (Jakob) Baradeo, vescovo di Edessa.
Questa comunità cristiana, conosciuta come Chiesa giacobita, ebbe ampia diffusione in Persia e successivamente anche in Armenia e in Asia Minore. Perseguitata dagli imperatori bizantini, accolse inizialmente con favore l’occupazione persiana e, in seguito, quella araba. A partire dal XIII secolo la Chiesa giacobita fu attraversata da numerosi scismi interni e, tra XV e XVI secolo, tentò senza successo di ricongiungersi a Roma. Nonostante ciò, sopravvive tutt’oggi in piccoli gruppi dispersi.
Alla luce di tali considerazioni, non si può escludere che lo stesso Leonardo, nel corso della sua vita, possa aver avuto contatti con questa dottrina .

L’artista armena Armine Khachatryan, ambidestra e capace di scrivere anche con la tecnica della scrittura speculare, ha dichiarato di aver decifrato alcune misteriose annotazioni di Leonardo.
Alcune scritte in lingua armena apparivano rovesciate, come se fossero state vergate da qualcuno che si trovava di fronte a lui. Una di essi recita:
«In cima al monte Ararat, nella contea di Mush, ho udito i turchi castare le sorelle delle madri».
Il fatto che tale scritta compaia tra due cuori potrebbe richiamare la coppia di coni vulcanici che costituiscono il Monte Ararat: il Grande e il Piccolo Ararat. Sulla base di questa suggestione, Khachatryan si è convinta che le origini della madre di Leonardo possano essere ricondotte all’Armenia, ipotesi che anch’io ritengo più che plausibile.
Tornando all’Annunciazione, nel terzo piano dell’opera – quello che si apre come una quinta teatrale oltre il parapetto dell’hortus conclusus – si entra in una dimensione bucolica e pacata composta da una serie di alberi provenienti da diverse aree geografiche. Tra essi spicca il cipresso, tradizionalmente simbolo di eternità. Questa specie arborea, inoltre, ricorre con frequenza in antiche raffigurazioni di Costantinopoli, dove veniva comunemente utilizzata per cingere e proteggere i giardini urbani.



Nel quarto piano, la presunta città di Costantinopoli si dispiega in una prospettiva aerea, secondo la tecnica della “visione a volo d’uccello”, tipica della narrazione pittorica e filosofica di Leonardo. La città appare circondata da imponenti mura e situata su sette colli, in analogia con Roma; su ciascun colle sorgeva un edificio religioso, chiesa o moschea, a testimoniare la sua complessità culturale e architettonica.

Sul lato sinistro del paesaggio si distinguono alcune conformazioni rocciose chiare; il calcare bianco, caratteristico di quelle zone, contribuisce a rafforzare l’ipotesi di un’ambientazione precisa e realistica.

Nel quinto piano, alle spalle della città di Costantinopoli, si erge una montagna dall’ aspetto quasi surreale, che potrebbe essere interpretata come il Monte Ararat, per la sua imponenza e per le nuvole che ne avvolgono metà della cima, così come viene descritto da Leonardo nei suoi appunti di viaggio. Il Monte Ararat è da sempre considerato un simbolo sacro e rappresentativo dell’Armenia.



Per avere conferme alle mie ipotesi, ho ritenuto necessario tracciare un eventuale percorso compiuto da Leonardo verso Levante e tentare di individuarne gli scopi. Il termine “Levante” si riferiva approssimativamente a un’ampia area del Medio Oriente delimitata a nord dalle montagne del Tauro, a ovest dal Mar Mediterraneo, a sud dal deserto arabico e a est dalla Mesopotamia. Il Levante non include l’Anatolia (sebbene talvolta vi si includa la Cilicia) né la penisola arabica, ma comprende generalmente l’isola di Cipro. La penisola del Sinai è anch’essa inclusa, poiché costituisce un ponte di terra che collega il Levante all’Egitto.
Nella biografia di Leonardo esiste un primo vuoto degno di nota che va dall’aprile del 1476 al 1478, mentre sono disponibili documenti che ne attestano la presenza a Firenze negli anni 1472, 1476, 1478 e 1481. L’anno 1476 merita particolare attenzione, poiché risulta denso di eventi indicativi.
Nei primi mesi del 1476, Leonardo si trovava ancora nella bottega del Verrocchio e aveva appena contribuito all’esecuzione del celebre Battesimo di Cristo, riscuotendo unanime ammirazione che gli avrebbe aperto la strada a una brillante carriera. Tuttavia, alcuni eventi minarono questo scenario. Il primo fu una denuncia anonima per sodomia, sporta il 9 aprile e ribadita il 7 giugno, che coinvolgeva anche un certo Lionardo Tornabuoni detto il Teri. È plausibile che l’obiettivo dell’anonimo delatore fosse proprio il Tornabuoni, esponente di rilievo di una famiglia vicina ai Medici, e che la denuncia fosse promossa da chi tramava alle loro spalle.
All’epoca Leonardo aveva 25 anni e aveva già manifestato una certa insofferenza verso certi ambienti dato il suo spirito moralistico.
Lo sparigliarsi degli assetti geopolitici dell’epoca, caratterizzati da sanguinose battaglie di conquista e frequenti cambi di alleanze, contribuivano a un clima di incertezza e di paura. Firenze, sotto il dominio dei Medici, era permeata da invidia, crudeltà, intrighi, calunnie e vendette. Nel 1476, inoltre, si allontanarono dalla città alcuni amici di Leonardo: Bernardo Bembo, Piero Soderini, Luigi Pulci e Paolo Toscanelli. Quest’ultimo fu accusato di sacrilegio, mentre Pulci si allontanò perchè accusato di pratiche di stregoneria, un’accusa che colpì anche Leonardo in seguito.
Alcuni eventi del 1476 sono degni di nota: l’uccisione di Nicolò d’Este e di Galeazzo Maria Sforza, la morte sospetta di Regiomontano (pseudonimo del matematico Johannes Müller von Königsberg) l’uccisione di Vlad l’Impalatore e, a Firenze, la morte più clamorosa, avvenuta il 26 aprile, pochi giorni dopo eventuale allontanamento di Leonardo dalla sua città, fu quella di Simonetta Cattaneo Vespucci. Si vociferò che fosse stata avvelenata dal suocero.
Un motivo personale che potrebbe aver destabilizzato e spinto Leonardo ad allontanarsi da Firenze, fu la nascita, il 26 febbraio 1476, di Antonio, figlio, questa volta legittimato, da Piero, il quale, fino ad allora aveva puntato sul cavallo Leonardo, anche per fare carriera.
In quell’anno era inoltre scoppiata nuovamente la peste, inducendo molte personalità a rifugiarsi in zone più salubri, come fece l’amico di Leonardo, Amerigo Vespucci che si recò nel Mugello. Le autorità fiorentine imposero restrizioni severe, vietando la prostituzione e minacciando pene corporali e morte per i trasgressori.
A Firenze, Leonardo frequentava la nutrita comunità armena di San Miniato al Monte, rifugiatasi lì dopo la caduta di Costantinopoli. Fu probabilmente affascinato dai racconti dei monaci e dalle complesse geometrie sacre presenti nella loro basilica. Le proporzioni architettoniche armoniche e rigorose della geometria sacra, possono aver stimolato il suo interesse per la cultura armena, rafforzando l’ipotesi di un legame con le sue presunte origini materne.
È possibile che Leonardo abbia frequentato anche l’Accademia Platonica fiorentina, dove potè conversare con Grigorio Trapisonzi, greco esperto della cultura armena, autore di opere su Platone e Aristotele. Tra le amicizie fiorentine che avrebbero potuto sostenere un suo eventuale viaggio, o missione, nel Levante ci fu sicuramente Benedetto Dei, soprannominato ironicamente “Tromba della verità” per la sua propensione a edulcorare i fatti. Il Dei, considerato faccendiere ante litteram ebbe incarichi diplomatici e commerciali che rasentavano lo spionaggio e riuscì a tessere preziose trame politiche in favore dei Fiorentini e non solo.
Era entrato nelle grazie di Maometto II e restò al suo servizio dal 1460 al 1472. Leonardo restò sempre in contatto con lui e i trasferì a Milano in sua compagnia nel 1482. Benedetto Dei essendo anche commerciante, aveva avuto l’incarico della conduzione delle galee della guardia di Pisa per conto dei Medici. In qualità di loro informatore aveva girato mezzo mondo. Fu amico ed informatore anche di Piero Vespucci, marito di Caterina Benci, sorella di Amerigo; Leonardo era molto legato alla famiglia Benci come se fosse stata la sua seconda famiglia. Piero Vespucci gestiva la galea Ferrandina, che copriva la rotta Pisa-Costantinopoli negli anni ’70 del Quattrocento.
Ed è proprio su questa galea che si è posata la mia attenzione. Leonardo potrebbe essersi imbarcato sulla Ferrandina con il sostegno dei suoi amici, il Dei e il Vespucci, per raggiungere il Levante. I registri indicano che la galera lasciò Porto Pisano il 18 aprile 1476, raggiunse Messina il 23 aprile e l’isola di Chio il 13 maggio, per poi dirigersi verso la costa anatolica e attraverso l’Ellesponto verso il Mar di Marmara, con uno scalo a Gallipoli. La nave giunse a Costantinopoli nel settembre 1476; il ritorno, dopo soste a Messene e Messina, si concluse a Porto Pisano il 14 aprile 1477.
E’ ipotizzabile che Leonardo, pochi giorni dopo la denuncia per sodomia, si sia imbarcato sulla Ferrandina, anche con l’appoggio di Lorenzo de Medici, il quale, in quei giorni, si trovava a Pisa dove venne raggiunto dalla triste notizia della tragica morte di Simonetta Vespucci con la quale aveva rapporti di intensa amicizia.
Nello scacchiere del Levante, all’epoca, vi erano tre illustri personalità con le quali Leonardo avrebbe potuto interargire in qualità di architetto, ingegnere civile, militare e idraulico, nonchè come agente commerciale o persino come spia, considerando la complessità e l’effervescenza dello scenario geopolitico dell’epoca. Una di queste fu Maometto II. A questo proposito ho ritenuto utile sottolineare una conoscenza non superficiale del mondo ottomano da parte di Leonardo.


La caduta di Costantinopoli nel 1453 per opera di Maometto II rappresentò un evento traumatico per l’Europa cristiana, suscitando sdegno e timore.




Con la conquista, la città divenne la nuova capitale dell’Impero ottomano e il fulcro politico, economico e culturale della regione.
Contrariamente a quanto spesso percepito in Occidente, Maometto II si dimostrò tollerante nei confronti delle comunità non musulmane che vivevano entro i confini dell’impero. Ai cristiani e agli ebrei fu concesso di continuare a praticare liberamente la propria fede, e gli stessi testi sacri del Cristianesimo vennero tradotti in arabo. La sua politica favorì la costruzione di uno stato multietnico e multireligioso, retto da un’élite amministrativa che in parte raccoglieva l’eredità della tradizione bizantina.

Quando, nel 1461, Maometto II rivolse la sua attenzione verso est, con l’obiettivo di eliminare i residui del dominio bizantino, si trovò a fronteggiare un’altra potenza emergente del Vicino Oriente: gli Aq Qoyunlu, una confederazione tribale che governava sull’Anatolia orientale e su parte dell’Iran. Il loro capo era Uzun Hasan, con il quale il sultano ottomano si scontrò in più occasioni. La battaglia di Otlukbeli (1473) segnò una dura sconfitta per i persiani e sancì l’inizio del loro declino.
FINE PARTE 1^
Maria Emilia GRAZIANI 14 Ottobre 2026

