di Nica FIORI
“Il suo corpo muscoloso e forte, lo splendore dei capelli, i suoi occhi celesti, con uno sguardo sempre obliquo e severo, la bellezza della sua statura e la giusta corrispondenza dei lineamenti completavano in lui il decoro della maestà imperiale”.
Con queste parole Ammiano Marcellino (Storie, XXX, 9.6) conclude la sua descrizione dell’imperatore Valentiniano (364 – 375), dopo averne elencato virtù e difetti.
Potrebbero riferirsi a lui, oppure al fratello Valente (imperatore dal 364 al 378), che egli associò al trono per la parte orientale dell’impero, tenendo per sé l’Occidente, una statua acefala di Togato in bronzo dorato e una testa maschile diademata riemerse dagli scavi effettuati nel 1878 sugli argini del Tevere, protagoniste, insieme a un’ala di Vittoria in bronzo, di una piccola ma significativa mostra nel Museo Nazionale Romano (sede di Palazzo Massimo), intitolata “Memorie sommerse: i bronzi del Ponte di Valentiniano”, a cura della direttrice del museo Federica Rinaldi e di Agnese Pergola.

La testa è molto frammentaria (otto frammenti pertinenti alla parte superiore), ma vi si potrebbe riconoscere quella dell’imperatore Valentiniano I, per la presenza di un diadema a fascia con gemme racchiuse da due file di perle, del tipo introdotto da Costantino in occasione del suo ventesimo anniversario di regno (325-326) e poi adottato dai suoi successori. Anche i grandi occhi con iridi semilunate, le sopracciglia rese a cordoncino e la corta frangia bombata rimandano a un’iconografia tipica di quel periodo. Ciò che rende abbastanza plausibile l’identificazione è il luogo del rinvenimento, corrispondente al Pons Valentiniani, ovvero il ponte ricostruito da Valentiniano I tra il 365 e il 367 d.C., durante il governo congiunto con il fratello Valente.

L’opera, come viene spiegato in un pannello illustrativo, collegava l’area del Circo Flaminio con Trastevere e si impostava probabilmente sulla struttura di un ponte più antico, da identificarsi nel Pons Agrippae o Pons Aurelius o Pons Antoninus. Lungo circa 120 metri e poggiante su quattro arcate, il ponte era arricchito da una balaustra marmorea scandita da pilastrini e da una grande iscrizione in travertino che si affacciava sul fiume, ben visibile ai naviganti. Rovinato probabilmente dalla disastrosa piena del 20 dicembre 791 e ricordato poi dalle fonti come Pons ruptus, il ponte venne sostituito secoli dopo dall’attuale Ponte Sisto, edificato da Sisto IV per il Giubileo del 1475 e probabilmente impostato sulle stesse fondazioni dell’antica struttura romana.
Gli scavi ottocenteschi portarono alla luce due arcate crollate, frammenti della decorazione marmorea e parte dell’arco onorario che introduceva al ponte dal lato del Campo Marzio. I materiali bronzei riemersi nel 1878, a lungo custoditi nei depositi del Museo, tornano adesso visibili e fruibili grazie a un lavoro di restauro e di studio che ne ha permesso una nuova e più ampia comprensione.
Di grande impatto visivo è certamente la statua acefala, ricomposta da una ventina di frammenti sugli oltre trenta recuperati: raffigura un personaggio togato, di dimensioni maggiori del vero, stante sulla gamba sinistra e con la destra flessa e il braccio corrispondente proteso nel gesto dell’adlocutio, tipico della rappresentazione dell’oratore o dell’imperatore che si rivolge all’esercito o al popolo. I piedi calzati con sandali (calcei) erano fissati con perni di piombo su un basamento marmoreo, probabilmente collocato sull’attico dell’arco onorario che segnava l’ingresso al Ponte di Valentiniano sulla sponda sinistra del Tevere.


Per la qualità dell’esecuzione e per il trattamento raffinato del panneggio la statua, tuttora abbagliante, può essere ricondotta al I secolo d.C., o al più tardi al II, e deve essere stata riutilizzata e riadattata nel IV secolo sostituendo presumibilmente la testa con quella rinvenuta nello stesso contesto fluviale, la cui dimensione sembra proporzionata a quella della statua.

Anche l’altro bronzo in mostra, l’ala destra di una Vittoria, raffigurata in posizione di riposo, è databile al I secolo d.C. e può essere inquadrata nella stessa operazione di riuso di precedenti manufatti in chiave celebrativa e propagandistica, visto che figure di questo tipo simboleggiano la vittoria imperiale e la legittimazione del potere. Questo reperto mostra una raffinatissima lavorazione; le penne e le piume sono sovrapposte in ordini regolari e incise a freddo con un finissimo tratteggio eseguito con il bulino. La cura dei dettagli su entrambi i lati dell’elemento indica che la scultura era destinata a essere visibile da più punti di vista, probabilmente collocata su uno dei pilastrini che intervallavano la balaustra del ponte e che menzionavano le Victoriae Augustae, oppure posta sull’attico dell’arco onorario tra le effigi dei due imperatori.
Come è stato illustrato nel corso della presentazione della mostra, i frammenti relativi alla statua del Togato sono stati rimontati all’inizio del XX secolo su un conglomerato cementizio armato da una struttura in ferro. Sono stati poi recuperati grazie a un paziente e lungo lavoro di restauro effettuato nel 1985, al termine del quale vennero riassemblati su una struttura di supporto appositamente realizzata. L’intervento (RE.CO. Restauratori consorziati, Roma) riguardò anche la testa in bronzo cd. di Valentiniano.
Nel 2023 sia la testa che la statua sono state sottoposte a un intervento di manutenzione conservativa (Ditta Carlo Usai, Roma) che, oltre al trattamento di tutte le superfici bronzee seguito dall’applicazione di un nuovo strato di protezione superficiale, ha previsto la revisione di tutta la struttura di supporto e dei vincoli che mantengono in posizione i frammenti. La base del supporto del Togato è stata modificata, rialzandola, per inserire la struttura di un telaio su ruote utile a piccole movimentazioni in piano interne al museo. Questo piccolo intervento ha permesso di movimentare con facilità l’opera in occasione di questa mostra.

In parallelo sono state svolte indagini di fluorescenza a raggi X, spettroscopia Raman e termografia attiva per lo studio della lega di bronzo e delle tecniche esecutive, di cui si darà conto nella prevista pubblicazione scientifica sul ponte di Valentiniano, già in preparazione con la casa editrice Quasar. Per quanto riguarda la lega della statua è stato anticipato che contiene tra l’82 e l’88 % di rame, con un 9 % di stagno e un 9 % di piombo. L’oro è stato applicato meccanicamente a foglia; non vi sono tracce di mercurio, di norma usato per favorire l’adesione dell’oro, ma potrebbe essere andato via per la lunga permanenza in acqua. La tecnica usata è la fusione a cera persa indiretta di parti separate e poi assemblate tra loro. Non è dello stesso livello qualitativo la testa, che, come abbiamo già detto, è di epoca successiva rispetto al Togato.
L’allestimento della mostra è arricchito da un video, con la voce narrante di Silvia Orlandi (docente di epigrafia latina alla Sapienza Università di Roma), che illustra le grandi epigrafi marmoree del ponte e l’iscrizione monumentale su travertino (dove si può ricostruire il nome di Valentiniano), che ne ornava l’esterno, concepita per essere letta dai naviganti del Tevere.

Le iscrizioni si conservano nel Chiostro di Michelangelo nelle Terme di Diocleziano, che fanno parte dello stesso Museo Nazionale Romano. Data la vicinanza delle due sedi, vale certamente la pena di spostarsi per ammirare anche questi resti lapidei del ponte, che sono in relazione con i materiali bronzei esposti a Palazzo Massimo. I frammenti iscritti sono caratterizzati da lettere di grande formato. Osservando il retro di uno dei blocchi superstiti del parapetto, con un bel decoro a treccia, si comprende come anche il ponte fosse stato restaurato con materiali di riuso.



Accanto a questi reperti è collocato anche uno dei pilastrini che interrompevano la lunga iscrizione dedicatoria, e che presumibilmente sostenevano le statue dei due imperatori. Il pilastrino contiene la dedica a Flavio Valente da parte del Senato e del Popolo romano e vi si accenna alla fondazione e alla perfezione del Ponte di Valentiniano, eretto “in utilità dell’urbe eterna, avendo delegato l’onore della dedica del ponte, secondo la decisione dei massimi imperatori, a Lucio Aviano Aurelio Simmaco, uomo chiarissimo, ex prefetto dell’urbe”. Questo dettaglio permette di datare l’opera tra l’uscita di carica di Simmaco, nel marzo 365, e l’ascesa al trono del figlio di Valentiniano, Graziano, nell’agosto 367, in quanto non menzionato.
Altri materiali lapidei iscritti, recuperati sotto Ponte Sisto e conservati nello stesso Chiostro, fanno riferimento ai quinquennali di Valente e ai quinquennali e decennali di Valentiniano.
Il monumento va inquadrato nell’ambito di un’ampia attività edilizia portata avanti dai due imperatori, specialmente per quanto riguarda i ponti sul Tevere, come attestato da un’iscrizione di Ostia Antica che celebra il rifacimento di ben tredici ponti.
“Attraverso un allestimento che combina reperti, ricostruzioni e apparati di approfondimento, Memorie sommerse invita a riscoprire una pagina affascinante della Roma tardoantica e a riflettere sul rapporto profondo tra la città e il suo fiume – commenta Federica Rinaldi – L’esposizione rappresenta anche un’occasione unica per scoprire un patrimonio spesso nascosto, offrendo nuove possibilità di ricerca e di dialogo con la storia della città. Con questa mostra il Museo rinnova il proprio impegno nel rendere accessibili i tesori meno conosciuti delle sue collezioni”.
Non possiamo che apprezzare questo intento di valorizzare i reperti nascosti di una città come Roma, il cui sottosuolo potrebbe essere visto come il più grande museo archeologico del mondo. Che si scavi d’urgenza o in via preventiva (preliminarmente a opere civili e di manutenzione) o in campagne programmate per fini didattici e scientifici, giorno dopo giorno vengono restituiti frammenti di un passato affascinante che, salvo poche eccezioni, vengono conservati nei magazzini, in attesa di un’eventuale sistemazione museale e di uno studio accurato, come è stato fatto in questo caso.
Nica FIORI Roma 7 Dicembre 2025
“Memorie sommerse. I bronzi del ponte di Valentiniano”
Museo Nazionale Romano – Palazzo Massimo. Largo di Villa Peretti, 2 – 00185 Roma
5 dicembre 2025 – 12 aprile 2026
Orario: dal martedì alla domenica dalle 9:30 alle 19:00 (ultimo ingresso alle 18:00).
La mostra è inclusa nel costo del biglietto di ingresso del Museo, salvo le gratuità di legge.
