Maarten van Heemskerck e il fascino di Roma: percorsi visivi della Città Eterna (Palazzo Poli, fino al 4 Giugno)

di Andrea DONATI

A Palazzo Poli di Roma (fino al 4 giugno 2026), dietro la facciata di Fontana di Trevi, c’è una mostra d’arte intelligente, dove Italia e Germania ritrovano il senso più profondo del loro legame storico: Maarten van Heemskerck e il fascino di Roma: percorsi visivi della Città Eterna, a cura di Tatjana Bartsch, Rita Bernini, Giorgio Marini, con la collaborazione di Julia Cosima Hagge ed Eleonora Magli; è un progetto scientifico di alto profilo, condiviso da tre istituzioni d’eccellenza, l’Istituto Nazionale per la Grafica, il Kupferstichkabinett di Berlino e la Bibliotheca Hertziana.

La mostra offre un corposo profilo del celebre artista olandese Maarten van Heemskerck (Heemskerck, 1498 – Haarlem, 1574) che dal 1532 al 1537 disegnò i volti della più grande metropoli dell’antichità trasfigurata in un immenso cumulo di rovine. Sulle ceneri dell’Impero Romano aleggia, mai troppo lontano, il conflitto tra paganesimo e cristianesimo, mentre sfilano monumenti segnati dalla fine del mondo antico, Colosseo, Campidoglio, Palatino, Terme di Caracalla, Pantheon, Castel S. Angelo, San Pietro.

È un palpitante repertorio figurativo, realizzato a pochi anni di distanza dal Sacco dei Lanzichenecchi che violò il cuore della capitale della cristianità. Segnato dall’infamia il pontificato di Clemente VII, dall’inerzia quello di Adriano VI, via Michelangelo e gli eredi di Raffaello, chiusi i cantieri, ridotta in ginocchio la corporazione dei pittori, Roma sconfortata attendeva il riscatto e una nuova guida, che sarà papa Paolo III Farnese, eletto nel 1534. Come i pellegrini, il nostro artista olandese ha lo sguardo colmo di stupore e, anziché darsi a bevute e spassi come molti suoi connazionali – ce lo dice il suo biografo Karl van Mander, setaccia sistematicamente la città immortalando atri muscosi e fori cadenti. Tra templi, teatri, piazze, palazzi, case, chiese, campanili, passa in rassegna di cortile in cortile le raccolte di antichità (Della Valle, Galli, Santacroce ecc.) disegnando circa 300 sculture, tra cui il Marc’Aurelio, i Dioscuri del Quirinale, la testa colossale di Costantino, l’Ercole Vincitore, il Laocoonte, il Torso e l’Apollo del Belvedere, il Bacco di Michelangelo.

1. Heemskerck, veduta del Foro Romano da sud con il Campidoglio sullo sfondo

È “la più autorevole documentazione di sculture antiche della prima metà del ‘500”, come scrive nel suo saggio Tatjana Bartsch. La maggior parte dei disegni romani erano raccolti in un album di 66 fogli con 133 schizzi su recto e verso. Passato per secoli di mano in mano, prima tra artisti (Cornelis van Haarlem, Hendrick Goltzius), poi tra collezionisti (Pierre Crozat, Pierre-Jean Mariette) fino ad approdare a Berlino, l’album è stato smontato nel 2023 per motivi di conservazione ed esposto integralmente nel 2024. Ora è concesso per la prima e unica volta a Roma in una mostra irripetibile, realizzata con l’intento di dare voce alle radici comuni dell’estetica e della cultura europea.

Oltre ad altri fogli sciolti di Heemskerck, sono esposti svariati disegni e stampe provenienti dai fondi dell’Istituto Nazionale per la Grafica. La rappresentazione di Roma e dei suoi monumenti nel Cinquecento è arricchita da rari libri illustrati, fotografie storiche (Vasari, Alinari ecc.) e da una campagna fotografica commissionata appositamente a Enrico Fontolan che inquadra argutamente a colori gli stessi luoghi disegnati da Heemskerck. Il quale possiede una vera sensibilità per i rilievi e l’architettura, che il soggiorno romano gli consente di raffinare. Maestro nel mettere a fuoco il campo visivo, sa inquadrare le immagini e “sfruttare esteticamente le superfici” dei fogli che disegna. Capace di orientarsi dentro e fuori la città, offre “punti di osservazione ben calibrati” che rendono le sue raffigurazioni architettoniche, antiquarie e topografiche particolarmente attendibili e ricercate.

2. Heemskerck, veduta del Colosseo con un capitello rovesciato in primo piano

Nelle sue vedute romane si ha la sensazione che la distruzione dell’antico rappresenti un processo creativo, “la promessa” – scrive nel suo saggio Vitale Zanchettin, e io aggiungo profetica – “per un futuro nel quale l’architettura sarebbe tornata al centro della scena politica”. Ritenuto da alcuni un protoromantico per il sentimento delle rovine, da altri un surrealista per l’accostamento “selvaggio” di sculture e architetture, Heemskerck dimostra metodo e visione. Disegna dal vero con disinvoltura, passando dal tratto acuto della penna a inchiostro tannico alla resa tattile della pietra nera, dal morbido sfumato della grafite alla vivida sanguigna. Vede nella vastità delle rovine una grandezza scomparsa (Roma quanta fuit) e vi riconosce un valore universale, preconizzando tanto la fortuna del vedutismo mondano di Pannini quanto le allucinazioni antiquarie di Piranesi.

3. Heemskerck, testa del Laocoonte
4. Anonimo copista da Heemskerck, i Dioscuri del Quirinale 

Segna così un momento topico della civiltà occidentale che, superando erudizione, enciclopedismo, Grand Tour, neoclassicismo, decadentismo, si riverbera quasi vergine nell’alveo del mondo contemporaneo. La mano amorevole e paziente di Heemskerck, il suo sguardo in posa ammirato e silente, chino sul foglio a scrutare con pari entusiasmo i monumenti, gli orizzonti e la luce splendente del cielo di Roma che hanno incantato generazioni di artisti, ci fa sentire il fascino delle rovine sull’abisso della storia, e meditare sul destino del nostro spazio e del nostro tempo in una Roma così tanto amata, eppure sempre più deturpata da consumismo e superficialità.

Andrea DONATI  Roma 22 MARZO 2026