“La Grecia a Roma”. 150 capolavori greci originali in mostra a Villa Caffarelli (fino al 12 Aprile)

Nica FIORI

“La Grecia a Roma”. A Villa Caffarelli è di casa la bellezza grazie all’esposizione di 150 capolavori greci (fino al 12 aprile 2026)

Graecia capta ferum victorem cepit et artis intulit agresti Latio (la Grecia conquistata conquistò il selvaggio vincitore e introdusse le arti nel Lazio agreste) è una celebre affermazione di Orazio (Epistole 2, 1, 156-157), che sottolinea come la cultura e l’arte greca abbiano civilizzato e influenzato i Romani, nonostante questi avessero sottomesso la Grecia nel II secolo a.C.

In realtà l’arte ellenica penetrò a Roma già a partire dall’VIII-VII secolo a.C., evidentemente perché Roma non era così “selvaggia”, né il Lazio così “agreste”, come vuole un’aneddotica creata ad arte alla nascita dell’imperialismo romano. Il contatto con l’arte greca, che tanto avrebbe influenzato il gusto delle classi colte a Roma, viene ampiamente indagato nella mostra “La Grecia a Roma”, ospitata a Villa Caffarelli (Musei Capitolini) dal 29 novembre al 12 aprile 2026, secondo appuntamento del ciclo I Grandi Maestri della Grecia Antica, dopo la prima esposizione dedicata a Fidia.

1 Presentazione della mostra La Grecia a Roma

Promossa dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura, la mostra, a cura di Eugenio La Rocca e Claudio Parisi Presicce, racconta attraverso più di 150 raffinati reperti (sculture in marmo e in bronzo, rilievi, ceramiche) la fortuna delle opere greche giunte nella Città Eterna nel periodo compreso tra la sua fondazione e l’inizio dell’età imperiale.

Tutte le opere sono originali greci, alcuni dei quali esposti per la prima volta, mentre altri tornano a Roma dopo una lunga lontananza, prestati da musei internazionali. Tra le opere che ritornano per questa mostra, dopo essere state vendute sul mercato antiquario dopo il 1870 (prima della legge del 1909 che finalmente tutelava le opere d’arte ritrovate nel nostro territorio), vi è la statua acroteriale femminile, forse un’Aura, già nella collezione del cardinale Peretti Montalto, e ora nella collezione Al Thani di Parigi.

Tra gli importanti prestiti ricordiamo anche il torso di un Niobide dal Museo archeologico di Siviglia e il cavallo montato da un’Amazzone, oggi nel Museum of Fine Arts di Boston. Sempre da Boston proviene una Leda con il cigno e una testa di ariete; ben otto sono le opere prestate dalla Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen.

3 Gruppo scultoreo frammentario con Amazzone a cavallo, 400-390 a.C., Boston Museum of Fine Arts

Come scrive Eugenio La Rocca nella sua introduzione al Catalogo (Gangemi editore):

La mostra non nasce con lo scopo di dimostrare che l’arte greca sia superiore a quella romana, o che gli originali greci siano più belli delle opere d’arte romane, ma piuttosto di mettere in luce, nei limiti del possibile, alcune componenti base dei modi di lettura e interpretazione dell’arte greca da parte dei Romani, in una prima fase ricevendo le opere d’arte greche in città come prodotti di importazione, in una seconda fase acquisendole come bottino di guerra, infine, in una terza fase, facendo proprio il loro linguaggio formale e adeguandolo alle proprie esigenze”.

Per ripercorre le tappe del dialogo tra Roma e la Grecia, la mostra è suddivisa in cinque sezioni, che illustrano un momento diverso di questa storia plurisecolare: 1. Roma incontra la Grecia; 2. Roma conquista la Grecia; 3. La Grecia conquista Roma; 4. Opere d’arte greca negli spazi privati; 5. Artisti greci al servizio di Roma.

 Nella prima sezione viene evidenziato come Roma, fin dalle sue origini, intrattenesse scambi commerciali intensi con altre comunità, grazie alla sua posizione sul Tevere, crocevia strategico fra Campania, Etruria e Lazio. Numerosi frammenti di ceramiche, raccolti nello scavo dell’Area sacra di S. Omobono (compresa tra il Campidoglio e il Tevere), testimoniano la loro provenienza dall’Eubea, in Grecia, come pure dagli insediamenti magno-greci di Pithecusa (nell’isola di Ischia) e Cuma.

Altri ritrovamenti significativi sono quelli del Gruppo 125 nella necropoli dell’Esquilino, scoperta nel 1875. Il ricco corredo funerario, databile tra la fine dell’VIII e il VII secolo a.C., comprende vasi corinzi di altissima qualità, paragonabili a quelli presenti nelle più ricche necropoli etrusche. Tra i tanti vasi esposti, un’olpe (brocca) presenta un’iscrizione in greco che rimanda al nome di Kleiklo, forse quello di un mercante originario di Corinto, stabilitosi a Roma all’epoca in cui, secondo la tradizione, regnava Tarquinio Prisco.

4 Vetrina con ceramiche del Gruppo 125

Durante l’età dei Tarquinii Roma continua a importare manufatti greci, in particolare le ceramiche a figure nere provenienti dall’Attica, ritrovate anche nei luoghi pubblici e nei santuari. Nel Foro Romano presso il Volcanal (luogo sacro al dio Vulcano), per esempio, è stato rinvenuto il frammento di cratere con il ritorno di Efesto sull’Olimpo (VI secolo a.C., Parco archeologico del Colosseo), testimonianza non solo di rapporti commerciali con la Grecia, ma anche della precoce identificazione tra divinità greche e romane. Ceramiche greche compaiono anche in contesti abitativi come la villa dell’Auditorium sulla via Salaria, dotata di un’area dedicata al culto. Le importazioni non si limitarono ai vasi, come è attestato dalla statuetta bronzea di kore (fanciulla) ritrovata nel Santuario delle Tredici Are a Lavinium e dalla statuetta di capro da un deposito votivo in via Magenta.

5 Frammento di cratere attico a figure nere con Efesto, Roma Parco del Colosseo
6 Vetrina con Kore in bronzo da Lavinium e statuetta di capro

Con l’avvento della Repubblica gli scambi non si arrestano. Tra il VI e il V secolo a.C. a Roma si assiste all’assimilazione di forme, modelli e rituali greci, che diventano strumenti attraverso i quali i Romani cominciano a definire la propria identità.

Nei decenni tra il 510 e il 490 a.C. a Roma arrivano coppe attiche a figure rosse di altissima qualità, opera di ceramografi del livello di Oltos o di Onesimos, uno dei più raffinati allievi di Eufronios, usate come offerte sacre. Vi è anche un frammento di terracotta raffigurante un’Amazzone ferita, probabilmente appartenente alla decorazione frontonale di un tempio del V secolo a.C., i cui pezzi furono prelevati e adoperati a decorazione di altri edifici. Persino manufatti in marmo pario, come l’urna proveniente dall’Esquilino, attestano il desiderio delle famiglie più ricche di possedere prodotti greci di grande pregio.

Proseguendo nella visita ci colpisce la presenza di un imponente cavallo di bronzo ritrovato nel vicolo delle Palme a Trastevere, da cui proviene pure la parte posteriore di un toro bronzeo di raffinata fattura. Il cavallo, che doveva avere un cavaliere sulla groppa, è raffigurato mentre piega la zampa anteriore sinistra e tiene tesa la destra. Si vedono le vene rese con un preciso naturalismo e la tensione dei muscoli; la testa è energica, l’insieme sorprendentemente potente.

7 Sala con cavallo bronzeo del V secolo a.C., Musei Capitolini

Dal punto di vista stilistico richiama la fase di passaggio dall’età arcaica ancora severa alla classica, intorno al 450 a.C.: è sicuramente opera di un grande maestro, ma che purtroppo non possiamo riconoscere. In questo manufatto, oltre ad alcuni rattoppi relativi a restauri eseguiti nell’antichità, si è conservata sulla coscia posteriore l’incisione di una sigla che documenta la memoria di opere giunte a Roma come bottini militari, dimostrando l’importanza che i Romani davano ai capolavori greci. Ed è questo il tema della seconda sezione, relativa al periodo in cui Roma conquista la Grecia, iniziando un processo di appropriazione delle opere d’arte greche, che avrebbe cambiato per sempre la sua identità culturale.

Dopo la conquista di Siracusa nel 211 a.C., cui seguirono quella di Taranto nel 209 a.C. e la sconfitta del regno seleucide nella battaglia di Magnesia del 190 a.C., i ricchi bottini venivano fatti sfilare in trionfo lasciando i Romani a bocca aperta. La celebrazione del trionfo di Emilio Paolo dopo la vittoria sul re macedone Perseo a Pidna (168 a.C.) durò ben tre giorni, come racconta Plutarco, mostrando al popolo romano, con la massima enfasi, una quantità impressionante di statue, pitture, vasi preziosi, colossi, schiavi e persino il re macedone incatenato. Dopo la conquista di Corinto nel 146 a.C. e l’acquisizione del regno di Pergamo in Asia Minore (133 a.C.), l’afflusso a Roma di opere d’arte, sottratte alle città sconfitte, diventa inarrestabile.

Prelevate da edifici greci, diverse opere sono state riproposte a Roma a decorazione di edifici romani, come templi e portici. Il caso più noto è quello del Tempio di Apollo medico, il cui frontone con scena di Amazzonomachia, proveniente probabilmente da un tempio di Eretria, è stato studiato e ricomposto dal prof. La Rocca tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso (attualmente è ospitato nella Centrale Montemartini). L’edificio romano, del quale sono rimaste in piedi tre colonne corinzie presso il Teatro di Marcello, viene detto anche di Apollo Sosiano dal generale Gaio Sosio, il quale aveva cominciato a erigere il tempio, ma non poté godere del suo trionfo perché era amico di Marco Antonio; pertanto, dopo la sconfitta di Marco Antonio e Cleopatra ad Azio, Sosio, dopo essersi riconciliato con Augusto, dovette adattare il tempio ai canoni della propaganda augustea. Se in Grecia la scena delle Amazzoni vinte in battaglia da Ercole e Teseo esprimeva il prevalere della civiltà greca sui Persiani, a Roma fu presentata come simbolo della vittoria di Ottaviano sulla regina egiziana Cleopatra, equiparata alla regina barbarica delle Amazzoni.

8 Frammento gigantesco del tempio di Apollo medico e ricostruzione virtuale

Tra i tanti capolavori giunti a Roma vi furono anche statue di culto. Il loro trasferimento nell’Urbe le trasformò da oggetti di venerazione in simboli di potere. Mentre prima lo spostamento di una statua di culto dalla sua sede originaria era basato sul rito della evocatio, con il quale la divinità protettrice di una città nemica era “invitata” a trasferirsi a Roma (come nel celebre caso di Giunone Regina da Veio), dopo la conquista della Grecia molte statue di culto furono prelevate dalle loro sedi semplicemente come risultato di una vera e propria rapina. Tra le statue di divinità esposte si segnala una testa tutt’altro che integra del dio Apollo, opera del grande scultore Skopas (dal Museo Palatino nel Parco archeologico del Colosseo). Due teste accostate di divinità, una femminile e una maschile (Musei Capitolini, già Collezione Albani), sono probabilmente da identificare con quelle di Demetra e Dioniso.

9 Due teste di divinità, a dx probabilmente Demetra

Dalla Grecia proveniva la statua in avorio di Atena Alea, opera di Endoios, prelevata da Tegea dopo la sconfitta della città, alleata di Marco Antonio, per ordine di Ottaviano. Trasferita all’ingresso del Foro di Augusto, perse in parte la sua forte valenza religiosa, diventando un trofeo bellico.

Ma Roma non fu solo predatrice: ospitò anche nuove statue di culto di artisti greci. Lo scultore ateniese Timarchide e i suoi figli realizzarono le immagini divine per i templi di Apollo Medico e di Giunone e Giove nel Portico di Metello, segno dell’integrazione tra religione romana e arte greca. Un esempio emblematico è il tempio di Ercole nel Foro Boario, dedicato da Scipione Emiliano: pur costruito in tufo e non in marmo, custodiva la straordinaria statua colossale in bronzo dorato di manifattura greca, ispirata ai modelli classici del IV secolo a.C. e fortunosamente giunta fino a noi.

10 Statua di Ercole in bronzo dorato
11 Mostra La Grecia a Roma

La conquista della Grecia non solo portò a Roma capolavori d’arte, ma influenzò notevolmente l’architettura. Con l’arrivo di architetti e artigiani greci al seguito dei generali vittoriosi, le architetture etrusco-italiche – basate sull’uso di legno, terracotta e tufo stuccato – lasciarono il posto a strutture e schemi decorativi “alla greca”, con un maggior utilizzo del marmo, anche se per molti decenni continuarono a essere proposte anche soluzioni che fondevano elementi greci con quelli della tradizione italica.

Un esempio significativo del rinnovamento ellenizzante è la Porticus Metelli, edificata nel 146 a.C. da Quinto Cecilio Metello Macedonico e realizzata su progetto dell’architetto greco Hermodoros di Salamina. Da questo contesto edilizio proviene un magnifico frammento di capitello ionico, decorato da un’elegante foglia d’acanto.

12 Frammenti architettonici

Si verificarono anche veri e propri trasferimenti di elementi architettonici greci a Roma, come le tegole in marmo del tempio di Hera Lacinia a Crotone, che Q. Fulvio Flacco volle usare per il tempio della Fortuna Equestris nel Campo Marzio, votato dopo il suo trionfo e dedicato nel 173 a.C. Tuttavia, il gesto fu considerato sacrilego, perché Crotone era amica di Roma, e le tegole vennero rimandate dal Senato a Crotone, dove però non furono ricollocate per mancanza di artigiani capaci di sistemarle.

13 Tegole di marmo da Crotone

Buona parte dei tesori artistici trasferiti dalla Grecia a Roma trovò posto in spazi pubblici come piazze, porticati, templi e biblioteche, contribuendo ad accrescere lo splendore della città. Le esposizioni di opere d’arte, accessibili a tutti, alimentarono la passione per la cultura greca, ormai considerata un patrimonio imprescindibile per ogni romano colto.

Un luogo che vantava una straordinaria concentrazione di originali greci era il già citato Portico di Metello, situato presso il Circo Flaminio. In età augustea questa porticus monumentale fu ricostruita e dedicata da Augusto alla sorella Ottavia. Plinio il Vecchio e Cicerone raccontano che vi si potevano ammirare capolavori come l’Afrodite di Fidia, l’Eros di Tespie di Prassitele, il celebre gruppo bronzeo di Lisippo raffigurante Alessandro Magno con i suoi 25 compagni caduti nella battaglia del Granico, oltre a opere di maestri come Timarchide, Filisco di Rodi e Pasitele.

Un altro monumento romano paragonabile a un museo di arte greca era il Templum Pacis, il grande complesso voluto da Vespasiano dopo la vittoria in Giudea (75 d.C.), simbolo della pace ristabilita, ma ottenuta con brutale violenza e con la forza delle armi.

Lo storico Flavio Giuseppe racconta che l’imperatore

lo adornò con antichi capolavori di pittura e di scultura, raccolti da ogni parte del mondo”.

In realtà, molte di queste opere provenivano dalla Domus Aurea di Nerone, spogliata e parzialmente abbandonata dopo la morte di Nerone. Tra le statue ricordate nei testi figuravano la vacca di Mirone, un bue in bronzo di Fidia o Lisippo, un Ganimede di Leocare e una Venere che rivaleggiava con le più celebri immagini della dea.

Le sculture di questo “museo della pace”, provenienti da epoche e scuole diverse, erano accostate almeno in apparenza senza un disegno coerente, come trofei artistici, e private del loro significato originario. Opere nate come offerte agli dèi o come monumenti di vittoria dei sovrani greci venivano ora esposte come simboli del dominio romano.

Nell’area del Templum sono state effettivamente ritrovate basi di statue, intere o in frammenti, tra cui quella esposta in sala che reca inciso il nome del bronzista ateniese Partenocle, vissuto nella seconda metà del III secolo a.C.

14 Mostra La Grecia a Roma

Non solo i luoghi pubblici, ma anche le dimore private potevano essere arricchite da opere d’arte greche, come evidenziato nella IV sezione, che si articola in due sottosezioni dedicate agli Horti e alle dimore private in età imperiale. Per i romani più ricchi gli horti costituivano dei luoghi deputati all’otium, ovvero al benessere fisico e spirituale che si contrapponeva all’attività politica (negotium). Erano dei giardini abilmente disposti su più livelli raccordati da scalinate, animati da fontane e ninfei variamente articolati nei loro giochi d’acqua e decorati con sculture di marmo. Queste aree verdi, che si sviluppavano intorno a edifici abitativi, avevano le stesse caratteristiche delle ville suburbane, ma con il vantaggio di trovarsi in città.

15 Niobide dal Museo Nazionale Romano

Dagli Horti Sallustiani, che si estendevano tra il Pincio e il Quirinale, provengono le sculture che raffigurano i Niobidi, ovvero i figli di Niobe, crudelmente uccisi dalle frecce di Apollo e Artemide perché la donna si era vantata di aver partorito 14 figli, mentre Latona ne aveva avuti solo due. Splendida è la Niobide del Museo Nazionale Romano, raffigurata seminuda mentre cade a terra, cercando di estrarre il dardo conficcato tra le scapole.

Le è accanto, ma solo in calco, la Niobide fuggente (l’originale è conservato nella Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen), mentre il Niobide che giace a terra disteso è stato prestato dalla Ny Carlsberg Glyptotek.

Queste sculture, che dovevano far parte di un frontone templare, sono state da tempo accostate a quelle dell’Amazzonomachia del tempio di Apollo Sosiano, per ragioni stilistiche.

16 Gruppo dei Niobidi degli Orti Sallustiani

Si pensa quindi che i gruppi decorassero i due frontoni di un unico tempio greco, forse quello di Apollo Daphnephoros (portatore di alloro) a Eretria. Significativamente anche un’altra amazzone inginocchiata esposta in mostra è stata collegata al frontone occidentale dello stesso tempio in epoca tardo-arcaica.

Non possiamo sapere dove fossero collocate le statue dei Niobidi ritrovate negli horti Sallustiani. Alcuni studiosi ipotizzano che fossero riutilizzate nel frontone del tempio di Fortuna publica populi Romani Quiritium, situato nei pressi degli horti. Altri ritrovamenti nella stessa area, come il Trono Ludovisi e il Trono di Boston, insieme all’Acrolito Ludovisi, potrebbero invece appartenere a un santuario di Venere Erycina.

Anche sul colle Esquilino si estendevano residenze private immerse nel verde. Ricordiamo in particolare gli Orti di Mecenate (l’amico e consigliere di Augusto che proteggeva poeti e artisti), celebrati dalle fonti antiche come un luogo di pace e di ispirazione poetica.

Gli scavi ottocenteschi nell’area di questi horti hanno riportato alla luce numerosi rilievi e stele funerarie che, secondo alcuni studiosi, evocavano l’atmosfera dei cimiteri monumentali greci, come il Ceramico di Atene.

17 Ricostruzione di fantasia degli antichi Horti
18 Stele funeraria di donna con colomba, dall’Esquilino, Musei Capitolini

Gli horti Lamiani, dei quali è visitabile il cosiddetto Museo Ninfeo a piazza Vittorio, si distinguevano per la loro ricchezza artistica. Eretti da Lucio Elio Lamia, divennero poi di proprietà imperiale e furono prediletti da Caligola, che qui era solito ricevere ambasciatori stranieri.

L’uso di collezionare ed esporre originali greci nelle residenze private proseguì anche in età imperiale, segno della persistente ammirazione dei Romani per l’arte ellenica. Gli stessi imperatori continuarono a circondarsi di opere greche, considerandole simbolo di prestigio e raffinatezza culturale. Di Tiberio si ricorda che aveva inizialmente deciso di trattenere per sé la celebre statua dell’Apoxyomenos (atleta che si deterge con lo strigile) di Lisippo, ma dovette restituirla al popolo, che ne reclamava la fruizione pubblica. Nerone, animato da una passione smisurata per l’arte, inviò emissari in Grecia e in Asia Minore per appropriarsi di statue votive, dipinti e simulacri di culto, spogliando i santuari di Olimpia, Delfi e Tespie per abbellire prima la Domus transitoria e in seguito la più celebre Domus Aurea, oltre ad altre sue residenze al di fuori di Roma, come quella di Anzio.

19 Stele di Grottaferrata

Altre ville aristocratiche laziali contenevano tesori artistici, tra cui la magnifica stele sepolcrale di Grottaferrata, raffigurante un giovane intento nella lettura, che viene attribuita a una villa del territorio di Frascati (antico ager Tusculanus). A un’altra villa romana, sempre nella zona di Frascati, sono state riferite tre sculture frontonali frammentarie note come Piccoli Niobidi.

L’ultima sezione della mostra è dedicata all’arte neoattica, una definizione moderna relativa a un fenomeno artistico complesso e per molti aspetti originale, che si sviluppò tra Atene, l’Italia e altre grandi città del mondo greco, grazie a una rete di artisti e officine capaci di combinare stili e schemi figurativi tratti dal vastissimo repertorio dell’arte greca arcaica, classica ed ellenistica.

Le opere riprendevano spesso soggetti mitologici o dionisiaci della tradizione, come si vede nella fontana monumentale a forma di rhyton (corno per bere o versare liquidi), decorato con Menadi e firmato dall’artista Pontios (Musei Capitolini). Motivi dionisiaci sono pure presenti nella base triangolare di un candelabro in marmo pentelico (125-100 a.C.), proveniente da Palestrina.

20 Fontana a forma di rhyton.
21 Base di candelabro da Palestrina

Il profondo sentimento religioso che permeava la migliore produzione artistica di età arcaica e classica si era perduto nel frattempo a favore della qualità estetica dell’opera d’arte. L’arte neoattica rappresenta in definitiva la nascita di un nuovo linguaggio estetico sotto l’influenza di Roma. La mostra si conclude, quindi, con l’arte dei primi decenni del I secolo a.C., perché, come afferma La Rocca:

A partire da questo periodo, e forse già qualche decennio prima, Roma non era più solo recettore, ma protagonista attraverso il suo indiscusso ruolo egemonico in tutto il bacino mediterraneo”.

Nica FIORI Roma  30 Novembre 2025

“La Grecia a Roma”

Musei Capitolini – Villa Caffarelli, via di Villa Caffarelli, Roma

Orario: tutti i giorni ore 9 – 19,30

www.museicapitolini.org; www.zetema.it