di Giuseppe MODICA
About Art ringrazia il Maestro Giuseppe Modica, autore del saggio, e la Fondazione Sciascia per aver concesso l’opportunità di pubblicare un estratto dell’intervento presentato al convegno Leonardo Sciascia e l’arte dello sguardo, i cui Atti – con il saggio completo- verranno publicati a cura della Prof. sa Lavinia Spalanca dell’Università di Palermo
Ringrazio la fondazione Sciascia e Lavinia Spalanca per avermi invitato a partecipare a questo convegno che ha come tema Leonardo Sciascia e l’arte dello sguardo.
Io non sono un critico, e per questo il mio intervento sarà un’impressione, la testimonianza emozionata di un pittore ed incisore che ha avuto la ventura di incontrare Leonardo Sciascia nel 1986, a 33 anni, quando il suo lavoro approdava ad una prima maturità espressiva.
Avevo in corso una mostra alla galleria La Tavolozza di Palermo, presentata da Bruno Caruso. Sciascia la vide e ne rimase colpito, tanto che scrisse una recensione per il Corriere della Sera e comprò, a mia insaputa, un quadro, “Strutture emerse”, che ha sempre tenuto nel suo studio di fronte alla Sua scrivania.
Volle conoscermi di persona ed io, che allora abitavo a Firenze, onorato di tale invito presi un aereo e lo raggiunsi in galleria a Palermo. Era accompagnato da Ferdinando Scianna e visitammo insieme la mostra. Erano esposte visioni del Mediterraneo e dal mare emergevano strutture architettoniche, muraglie, fortezze, incise e segnate dal tempo e dilaniate da accadimenti che facevano pensare ad una sorta di catastrofe.
Scriveva in catalogo Bruno Caruso:
“…Ma più di tutti par di riconoscervi quel muro di Hiroshima, sul quale si poteva intravedere la traccia indistinta di un essere umano, spiaccicata, scaraventata dalla furia omicida della bomba; un’ombra che si è impressa indelebilmente nella coscienza del genere umano”.
Sciascia mi disse che era rimasto fortemente colpito da quelle visioni archeologiche che portavano in sé, oltre ai segni del tempo cronologico, i segni di un tempo marcato dalle tracce di tragici accadimenti civili. Mi disse che trovava nella mia pittura una sorta di surrealismo civile.
Un altro aspetto che aveva attratto la Sua attenzione, mi disse, era la memoria del mio luogo di provenienza, la Sicilia, evocato da cupole rosse su alcune strutture emergenti, tracce di architettura islamica. Lo facevano pensare a Michele Amari e alla sua “Storia dei Musulmani in Sicilia”, come scrisse nel l’articolo sul Corriere. Con la sua grande sensibilità Sciascia colse altri importanti elementi del mio lavoro: la sedimentazione e slittamento del tempo e la qualità della luce. E lo descrisse puntualmente nell’articolo del Corriere:
“I tempi slittano, si intersecano, trovano rispondenze, trasparenze, fusioni. In uno stesso quadro la luce dà l’illusione di mutare, di star mutando: e che ne ricevano la vicenda i colori e le forme”.
Sono grato a Leonardo Sciascia per aver contribuito a far maturare con i suoi consigli e suggerimenti quella che sarebbe divenuta nel tempo la cifra linguistica della mia pittura, cosa che alcuni anni dopo, il Prof. Maurizio Fagiolo dell’Arco, confermò dicendo che lo Scrittore di Racalmuto aveva visto giusto, e tutto in anticipo rispetto ad altri critici, laddove aveva individuato come la luce nella sua intrigante variazione e gli slittamenti di tempi fossero già allora il vero soggetto della mia arte.
Sciascia mi chiedeva di tenerlo informato sugli sviluppi della mia attività, ed in effetti andai a trovarlo alla sua residenza, La Noce, nelle campagne di Racalmuto. Infine, ebbbi ancora occasione di rivederlo a Milano nel giugno 1989, poco prima che venisse a mancare, all’hotel Manzoni dove di giorno riceveva gli amici a Lui più intimamente legati, come Ferdinando Scianna, Franco Sciardelli e Domenico Porzio.
Fu allora che gli portai un’incisione intitolata La terrazza di Pessoa che gli piacque molto e suggerì a me e all’editore Sciardelli di fare una cartella di incisioni in omaggio a Pessoa con un Suo testo di presentazione.
Purtroppo, morì prima di poter realizzare questo progetto che in Suo onore Sciardelli ed io abbiamo invece portato a termine, con un racconto appositamente scritto da Antonio Tabucchi, massimo esperto di Pessoa e suo traduttore in Italia, con sua moglie Maria Josè de Lancastre. Quella sera, Ferdinando Scianna e Franco Sciardelli andarono via e anch’io mi stavo congedando quando Sciascia mi disse di fermarmi a cena con il critico Domenico Porzio, che sarebbe arrivato a breve, e la signora Maria sempre presente. Durante la cena, sfogliando il catalogo della mia mostra in corso alla galleria Antonia Jannone, Sciascia mostrava a Porzio, commentandole, le riproduzioni dei quadri e lo esortava ad andare a vedere la mostra. Rimasi colpito che in un momento così difficile per la sua salute avesse per me un gesto di grande generosità e apprezzamento.
Visitando qualche anno fa la casa studio di Leonardo Sciascia a Palermo, in via Scaduto, rimasta com’era secondo la Sua volontà, ho visto che le pareti erano tappezzate di incisioni e quadri, come se fossero ognuno una piccola finestra immaginaria. Ho avuto allora come l’impressione che quella stanza, con quelle finestre immaginarie che Lui si era scelto, fosse una specie di osservatorio sul mondo.
Per citare solo qualcuno, quelle finestre portano i nomi di Picasso, Goya, Dürer, de Chirico, Savinio, Clerici, Delvaux, Vallotton, Klinger, Greco, Guttuso, Bartolini, Viviani, Janich, Caruso, Guccione, Zancanaro, Salvo e molti altri ancora. Da queste scelte si evince un gusto ed una predilezione per un’arte che coniuga realtà ed immaginazione, un’arte che restituisce la realtà in forma di visione attraverso il filtro della memoria, che mette in accordo, come diceva Cartier Bresson, l’occhio, la mente ed il cuore.
Lo Scrittore non era un critico d’arte, ma la curiosità e l’attenzione per essa è presente in maniera concreta e costante nella sua vita di letterato. Alla domanda “perché colleziona opere d’arte?” Sciascia rispondeva con disarmante semplicità “perché mi aiutano a vivere meglio”.
Nella vita quotidiana amava, oltre all’impegno della scrittura, frequentare gli artisti e vedere mostre. Trascorreva i suoi pomeriggi a Palermo, dalle 17 in poi, da Elvira Sellerio o da Vivi Caruso alla galleria La Tavolozza, o da Maurilio Catalano ad Arte al borgo.
A Roma invece era solito frequentare la Calcografia Nazionale, la galleria Don Chisciotte di Giuliano de Marsanich specializzata in incisioni e grafica, così come gli studi di Bruno Caruso, Renato Guttuso, Fabrizio Clerici e Mino Maccari. Con Giuseppe Appella frequentava L’Arco, Studio Internazionale d’arte grafica in via Mario dei Fiori, che associava editori, stampatori e mercanti di grafica. Nello Studio c’erano tutti i francesi che lui amava e dove ha visto, mi dice Appella:
per la prima volta le acqueforti di Nicolas De Staël fatte ispirandosi ai disegni eseguiti in Sicilia nell’estate del 1953 con una adesione alla realtà che verrà analizzata nella sua essenza quando affronterà il paesaggio.
A Milano frequentava lo studio di Scianna e la stamperia d’arte dell’amico editore Franco Sciardelli e la galleria 32 di Alfredo Paglione; a Firenze la stamperia d’arte il Bisonte e la libreria antiquaria Gonnelli; a Reggio Emilia la libreria antiquaria Prandi.
A Parigi frequentava le librerie e le gallerie del quartiere latino dove, accompagnato da Ferdinando Scianna e Dominique Fernandez, trova, negli anni, i 200 ritratti di scrittori, da Voltaire a Diderot a Stendhal, stampe d’arte che oggi fanno parte della collezione della Fondazione Sciascia a Racalmuto. Ha scritto Fernandez che Sciascia aveva una predilezione per i quadri di Claude Lorrain per la loro qualità luministica e per le atmosfere sospese, che anticipano la leggerezza di Turner.
Molto si è scritto in questi anni sull’argomento Leonardo Sciascia e le arti visive. E in relazione all’arte incisoria, in onore ed in memoria di questa passione dello Scrittore, l’associazione Amici di Leonardo Sciascia ha istituito il premio biennale Leonardo Sciascia amateur d’estampes che è giunto ormai alla undicesima edizione. Ed in questo contesto sono onorato di essere stato coinvolto sia come giurato che come autore sostenitore, con il mio lavoro, del premio.
Questa attenzione di Sciascia per l’incisione trova alimento nella suggestione che questo mezzo di espressione è anacronistico e richiede una pazienza ed un tempo lungo di elaborazione ed un isolamento e ritiro quasi monacale. Tutte caratteristiche che nella contemporaneità sono contrarie alle indicazioni e scelte del mercato, Inoltre, l’incisione all’acquaforte è una tecnica che ha un procedimento alchemico e speculare, sia per lo spazio, sia per la resa luministica.
L’immagine incisa si ribalta nella stampa come se fosse vista allo specchio e i segni luminosi ,che brillano una volta scoperta e graffiata la cera sulla lastra, non sono i segni di luce, ma segni d’ombra che definiscono i toni scuri e la profondità. La luce invece è la carta bianca, la parte non incisa.
Credo che dell’incisione Sciascia apprezzasse il fatto che è un’arte nel contempo semplice e complessa, un’arte severa che richiede al suo autore un’abnegazione assoluta; un’arte da eremiti, in sintonia profonda con l’interiorità, un’arte meditativa e riflessiva che insegue tempi lunghi per raggiungere risultati convincenti. E forse anche in questo carattere peculiare si trova una certa affinità con la scrittura.
La passione per l’arte affianca sempre il Suo cammino di scrittore e letterato e trova riscontro preciso nella rivista Galleria da lui diretta che dall’inizio degli anni 50 giunge fino agli anni 80.
Erano i meravigliosi anni Sessanta, Settanta, Ottanta e in Italia era per la cultura un periodo veramente felice, che vedeva una fertile sintonia e collaborazione fra poeti e artisti. Si pensi all’editore Vanni Sheiwiller con le sue edizioni All’insegna del pesce d’oro. È il fondamentale rapporto tra parola e segno, tra letteratura, poesia e arte che diventa concreto attraverso il libro d’artista.
Emergono quindi le importanti relazioni di Libero De Libero e Giuseppe Appella con la Galleria della Cometa, il legame di Leo Longanesi con il Selvaggio, le collezioni d’arte del poeta Tito Balestra, il rapporto di Forma Uno con il libro d’arte, il potente legame di Pasolini con l’immagine e di Leonardo Sinisgalli con la rivista Italia letteraria.
Altri punti di riferimento culturale la rivista Paragone di Roberto Longhi e la rivista Nuovi Argomenti fondata da Alberto Carocci e Alberto Moravia, rivista che nel 1990 con una copertina di Mario Schifano rende omaggio a Leonardo Sciascia appena scomparso. E nel corso degli anni entrano in dialogo con Galleria con i loro contributi i maggiori studiosi e storici dell’arte, come Roberto Longhi e Cesare Brandi, Giulio Carlo Argan, Giuliano Briganti, Federico Zeri e Carlo Ludovico Ragghianti, Maurizio Fagiolo e Luigi Carluccio. E agli artisti che lo scrittore amava vengono dedicati numeri monografici e mi piace ricordare i nomi di Emilio Greco, Giuseppe Mazzullo, Renato Guttuso, Alberto Savinio, Giuseppe Migneco, Fabrizio Clerici, Bruno Caruso, Ugo Attardi, Piero Guccione e per quanto riguarda la fotografia Ferdinando Scianna e Giuseppe Leone. I suoi interessi per l’arte si indirizzano verso quegli artisti che coniugano realtà, memoria ed immaginazione, restituendo il dato della realtà sensibile in visione e così si spiega meglio il suo interesse per autori come Alberto Savinio e Fabrizio Clerici che ama per la leggerezza, libertà e ironia, e nei quali trova un’ascendenza letteraria in Stendhal che apprezzava, al contrario di Proust, che Sciascia non amava e sul quale concordava con Savinio nel dire che è uno scrittore dalla frase lunga e dal pensiero corto.
È una memoria antropologica che genera una visione immaginaria che porta i segni degli accadimenti tragici della storia. Non è una visione che nasce dall’inconscio individuale e dal sogno dei Surrealisti, ma è una visione metafisica che investe la collettività: è la storia che appartiene a tutti. Questo, è uno dei motivi che hanno diviso Savinio e de Chirico dai Surrealisti di Breton.
I due fratelli Savinio e de Chirico a Parigi vengono acclamati e riconosciuti da Breton come precursori ed antesignani del movimento surrealista, ma specialmente Giorgio de Chirico rifiuta tale ascendenza e paternità e prende le distanze dall’avanguardia surrealista. Arriverà presto una sorta di punizione-vendetta da parte di Breton, che dichiarerà pubblicamente che il lavoro di de Chirico dopo il 1918 non esiste più, perde ogni valore e qualità creativa. Questa affermazione condizionerà in maniera pesante il giudizio critico sulla qualità poetica dell’opera di de Chirico, che sarà poi rivalutato attraverso gli studi di Maurizio Fagiolo.
Sciascia condivide le stesse posizioni dei Dioscuri nei confronti del surrealismo di Breton e rimane, invece, affascinato dall’opera dei surrealisti belgi René Magritte e Paul Delvaux, con una concettualità più prossima agli straniamenti della metafisica. Ed ha una grande passione per i simbolisti Odilon Redon, Max Klinger e Arnold Böcklin, nel lavoro dei quali vedeva una consonanza con la metafisica, tant’ è vero che de Chirico, considerava questi ultimi, antesignani della Sua metafisica.
Prende invece le distanze dalla psicanalisi, dall’inconscio individuale di un’artista come Dalì e da tutti quegli autori che si abbandonano all’inconscio turbolento ed incontrollabile dell’automatismo psichico. Ricordo che una volta, in un’intervista, incalzato su una domanda sulla psicanalisi e l’inconscio, ebbe a dire “io non ho inconscio” e chiuse il discorso.
La struttura della visione del mondo di Sciascia è lucida e razionale, senza processi altri. Il suo repertorio di interessi è variegato e trova riscontro nell’uso delle opere nelle copertine dei suoi libri. Non hanno mai una funzione decorativa o casuale ma, come spiega bene Roberto Calasso nel suo libro L’impronta dell’editore, ogni scelta è misurata ed è in relazione al senso del libro stesso.
Sciascia si definisce un dilettante nel campo delle arti ed un incompetente e ciò potrebbe essere vero per quanto riguarda la passione disinteressata e la gioia che prova nella fruizione, ma certamente non ha del dilettante l’ingenuità e dell’incompetente la mancanza di acume critico. Credo che i termini dilettante ed incompetente siano da intendersi nel senso figurato di libertà fuori dall’ortodossia del sistema e delle regole della critica militante, che è spesso inquadrata dentro una griglia di interessi ideologici di gruppi e fazioni di potere.
Nei tempi in cui trionfava, nel gusto e nel mercato, una pittura mimetica che vantava un virtuosismo tecnico della rappresentazione, che gareggiava con la fotografia, lo Scrittore senza mezzi termini, con fermezza, affermava:
“un dipinto che sembra una fotografia non è mai un bel quadro e la stessa cosa vale per la fotografia quando sembra un dipinto”.
Aveva un’idea molto chiara e precisa di qual è l’ambito linguistico specifico della pittura e quale quello della fotografia. E lo stesso accadeva per quella pittura o scultura che erano esclusivamente e rigorosamente inquadrate in una radicale formalizzazione astratta: apprezzava la qualità formale e strutturale dell’opera, ne riconosceva il valore estetico, ma non riusciva, salvo qualche eccezione, ad amarla. Aveva bisogno di trovare nell’opera una qualche evocazione del mondo sensibile, insieme ad una ragione civile. Per questo motivo amava l’arte di Picasso che, anche nella fase più astratta della sua pittura, quella del cubismo analitico, non perde mai di vista il mondo sensibile, e mette sempre qualche frammento che ci riporta alla memoria le cose, la vita.
Credo che Sciascia privilegiasse quella parte delle arti visive che è relativa all’immagine, che lui considerava sorgente primaria di ogni linguaggio e visione artistica. È attraverso questo osservatorio particolare che, con sguardo analitico, Sciascia identifica l’origine, il luogo di provenienza, il suolo (per usare un termine caro a Jean Claire) e la memoria personale e collettiva dell’artista, dando contributi originali ed inaspettati.
Ne La corda pazza, accostandosi alle sculture di Emilio Greco, Sciascia ci dice di immagini luminose, di eros e vita che si sono bloccate per un attimo o per sempre. Di Emilio Greco apprezza la fusione tra l’ attenzione figurativa e la configurazione plastica in una sintesi che fa i conti con l’arte astratta di quegli anni ma, nel contempo, mantiene un’antica misura ed armonia, che trova la sua linfa nella scultura dell’antica Grecia. Ed in questa sensibilità plastica riscontra una sorta di saggezza erotica che coniuga felicemente, gli aspetti fisici e psichici dell’amore, di un amore antico, primigenio, legato al gioco e non alla guerra, alla morte e al male.
Emilio Greco si unisce a pieno titolo a quella schiera di scultori che da Arturo Martini a Marino Marini ad Augusto Perez hanno dato vita ad una continuità con l’antico, un collegamento vitale che in Greco si configura in un linguaggio che mette insieme forma-ritmo e misura del mondo.
Sciascia parla di accordo con se stessi e con il mondo e ciò avviene in maniera magica attraverso il corpo femminile, che accoglie e genera la vita ed è anche all’origine del mito nel mondo Mediterraneo. Ma, dice Sciascia, per Emilio Greco, catanese, il discorso si fa più complesso, entra in gioco, anche
Catania Gran Teatro dell’eros, dove i sogni, la mente, i discorsi, il sangue stesso sono perpetuamente abitati dalla donna…
e su questo Brancati ha scritto pagine memorabili in Paolo il caldo. Dice Sciascia ne La corda pazza:
Di statue di donne modellate nell’aria, Catania è popolata; e Greco ne realizza la sublimazione, le riscopre nell’antica purezza e saggezza.
Se in Emilio Greco Sciascia esalta la forma che è vita, in Renato Guttuso sono disegno e colore ad emergere. In Cruciverba, Sciascia fa alcune importanti osservazioni sul disegno in accordo con le considerazioni di Baudelaire, condividendone la distinzione fra disegnatori puri e disegnatori coloristi, cioè tra che insegue la linea che delimita la forma nella sua variegata articolazione ed intensità incisiva e lieve leggerezza e chi invece disegna in sintonia con la natura, indaga la luce e l’ombra cogliendo l’aria e la sospensione atmosferica. I disegnatori puri sono più cerebrali e razionali, più filosofi e, per usare un termine diffuso, concettuali, “distillatori di quintessenze” dice Sciascia. I coloristi si abbandonano alle sensazioni e alla vertigine del colore e risultano più lirici e sono come poeti epici.
Guttuso è un disegnatore colorista anche quando disegna in bianco e nero, la sua indole lo porta a fare come fa la natura e ad inseguire l’emozione della vita stessa. In lui l’arte e la vita si coniugano in maniera indissolubile. Nel voler trovare un parallelismo letterario, dice Sciascia a ragione, è da riscontrare nei Malavoglia di Verga, nella tragica e travagliata vita dei pescatori di Acitrezza.
Guttuso interpreta in maniera mirabile in pittura l’antica povertà del mondo che Verga esplora. Dice Sciascia che sia in Guttuso che in Verga c’è un mondo in comune che è il sistema della sofferenza. E quel grande quadro di Guttuso, Fuga dall’Etna, per la tragica realtà che rappresenta, è per il pittore una fuga dalla Sicilia, per lo scrittore invece è la poetica che prende avvio da un ritorno.

Bruno Caruso è un esempio emblematico di disegnatore puro, che quando unisce linea e colore assume una connotazione dolorosa, amara e controversa. Il suo segno tagliente e, a tratti, velenoso entra e scava nel vivo della vicenda umana e ne coglie anche aspetti paradossali. Nel 1953 Bruno Caruso ha la possibilità di frequentare, per quattro anni, il manicomio di Palermo disegnando i malati e creando con loro una profonda solidarietà umana. Questa esperienza sarà fondamentale per la strutturazione del suo mondo poetico di disegnatore e pittore civile.
La condizione umana e l’agghiacciante follia di quelle figure doloranti saranno motivo di riferimento per disegni straordinari e di straziante verità e bellezza: un grande insieme di disegni senza estetismi edulcoranti, ma con una pungente satira, inclemente affondo critico di tagliente esattezza ed impietosa verità.
Leonardo Sciascia e Bruno Caruso hanno avuto una lunga e assidua frequentazione e amicizia, iniziata sin da quando Caruso aveva lo studio in via Mario dei Fiori a Roma. Nel 1968 lo Scrittore recensisce su L’Ora di Palermo il libro Manoscritto sulle meraviglie della natura, composto da fogli sciolti con tavole a stampa litografica. Segue la presentazione della cartella Vietnam-Libertà, che contiene incisioni di Attardi, Caruso, Guttuso, Levi e Vespignani. Poi nei primi anni Settanta, presenta, con Giulio Carlo Argan, il volume Anatomia della società civile con cinquanta disegni. Sono di questo periodo i grandi Ficus di Piazza Marina.
Osserva Sciascia, ne La corda pazza, che si potrebbe dire che il giardino di piazza Marina, con i suoi profumi e i suoi rigogliosi alberi, annulli il ricordo dei roghi che in passato vi furono eretti, e la memoria
di spietate esecuzioni di giustizie e di rappresaglie. … Caruso coglie – dice Sciascia – e comunica quest’aria sinistra, questo sentore di cenere e di sangue … Nelle piante che egli dipinge ed incide c’è sempre un che di demoniaco e di carnivoro.
A fare da contrappunto l’uso del colore che crea sospese visioni magico-surreali. Parallelamente a questi lavori si fa strada un percorso dentro una dimensione magica ed incantata: le serre dell’orto botanico, le farfalle, le conchiglie, i marmi antichi, i teschi: un inventario di meraviglie che rimanda alle collezioni di oggetti straordinari delle Wunderkammer e che trova il suo punto di origine nello studio al Colosseo.
Per Caruso il disegno è legato ad una grande curiosità intellettuale, e con questo spirito entra in dialogo con gli autori che ha più amato, da Michelangelo a Caravaggio, da Vermeer a Tiziano, da Rembrandt a Goya, ne’ Le giornate della pittura, presentato da Sciascia all’inizio degli anni Ottanta, che è una divertita reinvenzione storica in anticipo rispetto alle tematiche della Pittura Colta, del Citazionismo e degli Anacronisti, movimenti artistici che si affacciano e sviluppano in quel periodo.
In questo breve excursus di forme d’arte amate da Leonardo Sciascia non posso dimenticare la fotografia, una passione praticata con una certa assiduità dallo scrittore sino dalla metà degli anni Quaranta; nel saggioVerismo e Fotografia pubblicato in Cruciverba, “verità momentanea”, afferma in accordo con la definizione di Paul Valery che la fotografia è come la danza: “l’istante genera la forma, e la forma genera l’istante”.
Una parte delle fotografie fatte da Sciascia in questo lungo arco di tempo sono raccolte, insieme a Suoi brevi saggi sull’argomento, da Diego Mormorio nel volume Leonardo Sciascia. Sulla fotografia, nel 2020. Mormorio ci porta alla memoria un testo di Sciascia scritto per una cartella di fotografie di Enzo Sellerio, testo in cui Sciascia dice:
“La fotografia è la forma per eccellenza: colta in un attimo del suo fluido significare, del suo non consistere, la vita improvvisamente e per sempre si ferma, si raggela, assume consistenza, identità, significato. È una forma che dice il passato, conferisce significato al presente, predice l’avvenire”.
Straordinariamente interessanti queste ultime riflessioni, soprattutto se collegate con le considerazioni che Sciascia fa sul ritratto nel saggio Il ritratto fotografico come entelechia.
Antiche memorie scolastiche ci ricordano che l’entelechia è per Aristotele, la realtà compiuta o in atto, in contrapposizione al potenziale di essere. Sciascia trasporta questo significato al ritratto fotografico nel quale legge una sorta di premonizione di ciò che la persona sarà, con riferimento alla quartina di Paul Valery, che ha dato il titolo alla mostra -su idea di Sciascia- tenutasi a Torino nel 1987,
Ignoto a me stesso. “Se mi trovassi davanti a questa effige/ Ignoto a me stesso, ignaro dei miei lineamenti/ In tante orrende pieghe d’angoscia ed energia/ Leggerei i miei tormenti e mi riconoscerei”.
Cioè, in un ritratto fotografico è contenuto in nuce il destino di ognuno, “la storia dell’anima” come dice Roland Bartes.
Se Diego Mormorio è il giovane critico che appena laureato portò a Sciascia la sua tesi sulla fotografia, Ferdinando Scianna è il giovane fotografo che a vent’anni mostrò allo Scrittore le sue fotografie sulle feste religiose in Sicilia, dando corpo ad un libro con il testo di Sciascia e dando principio ad un’amicizia profonda, che durerà più di vent’anni, fino alla morte dello Scrittore. Dirà Scianna di Sciascia, in una intervista a Roberto Andò:
“Un padre, in effetti, un maestro, un amico irripetibile. Quello che mi ha lasciato, dopo ventisei anni di amicizia, è la parte migliore di quello che sono, soprattutto quello che lui era”,
Leonardo Sciascia e Ferdinando Scianna hanno lavorato in varie occasioni a quattro mani, uno con i testi e l’altro con le sue fotografie in bianco e nero. Oltre al già citato Feste religiose in Sicilia del 1965, volume emozionante ora introvabile, le fotografie di Scianna si affiancano ad un testo di Sciascia nel libro su Villa Palagonia, La villa dei Mostri, nonchè in un testo sui Siciliani, la rivista di Giuseppe Fava, dove insieme a Dominique Fernandez si racconta della Sicilia da vari punti di vista.
Nel 1988, esce Ore di Spagna: dieci racconti, con foto di Ferdinando Scianna, annotazioni di viaggio che lo scrittore siciliano dedicò alla Spagna negli anni tra il 1980 e il 1985, una terra che, come lui stesso dice,
“è per un siciliano, un continuo insorgere della memoria storica, un continuo affiorare di legami, di corrispondenze, di cristallizzazioni”.
È il legame con il suolo, quella memoria che ci portiamo dentro dalla prima infanzia, quel legame profondo con la propria terra che pervade tutta l’opera di Sciascia e che fa della Sicilia il centro del mondo, portandola a metafora di una realtà universale, come dice in un’intervista del 1979:
“la Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno”.
Giuseppe MODICA Racalmuto novembre 2025



