di Mario LIPARI
La figura di Maria, madre di Cristo, si inserisce in un culto millenario e, non si azzarderebbe a definire, universale: il culto della Madre.
Questa venerazione, che precede il cristianesimo di migliaia di anni, affonda le sue radici nella preistoria, quando diverse civiltà sparse per il globo terracqueo celebravano una divinità femminile primordiale, spesso simbolo della forza creatrice, della fertilità della terra e della Terra stessa. Le sue rappresentazioni, pur variando nelle forme, richiamavano sempre la prosperità e la vita.
Un esempio straordinario è la Venere di Willendorf (fig.1), una statuetta in calcare risalente circa al 30.000 – 25.000 a.C. e oggi conservata al Naturhistorisches Museum di Vienna.

Le sue forme esageratamente pronunciate, con seni e vulva gonfi, la rendono un’emblematica espressione del culto della Madre Terra.
Anche civiltà più recenti hanno onorato figure simili. Nella Creta minoica, ad esempio, era venerata la Dea Madre, spesso raffigurata come la Dea dei Serpenti (fig. 2) e delle cui statuette, molte in maiolica, del XVII secolo a.C. ne sono state rinvenute molti esemplari nelle camere sotterranee del palazzo di Cnosso.


Queste figure, con il loro abito che lascia scoperti i seni e le mani che stringono i serpenti, suggeriscono un legame con la natura e la fertilità.
Parallelamente, gli antichi egizi veneravano Iside, una delle principali divinità del loro pantheon. Originariamente dea celeste e personificazione del trono, come testimonia il geroglifico “trono” nel suo nome, Iside divenne presto la dea della vita, della magia e, soprattutto, dell’amore materno e della protezione. Era spesso raffigurata nell’atto di allattare il figlio Horus (fig. 3), un’immagine che ha anticipato in maniera sorprendente l’iconografia cristiana della Madonna col Bambino.
Anche i Greci veneravano una Grande Madre. Gea, o Gaia (fig. 4), dea primigenia e personificazione della Terra, ritenuta l’origine stessa della vita, madre di un’infinita progenie, inclusi gli dèi Urano e Ponto e i dodici Titani, progenitori a loro volta degli dèi olimpici.

Questa lunga e diffusa tradizione spiega la presenza, nell’arte cristiana, di alcune effigi mariane con caratteristiche che richiamano credenze precristiane. Talvolta, le Madonne presentano un volto bruno, testimonianza di un sincretismo che ha fuso la nuova fede con le antiche credenze locali. La più antica immagine conosciuta di Maria nell’arte cristiana occidentale si trova nelle catacombe di Priscilla a Roma, un affresco della metà del III secolo che raffigura la Vergine seduta con il Bambino in grembo (fig. 5).

È qui che la figura di Maria si consolida nel suo ruolo di madre di Gesù, dando vita a una produzione artistica sterminata, il cui tema più diffuso è la “Madonna col Bambino”.
L’iconografia mariana si è evoluta nel tempo, adattandosi alle diverse esigenze dei fedeli e ai cambiamenti culturali. Nel tardo Medioevo, Maria è spesso rappresentata su un trono (fig. 6), con l’atteggiamento austero di un’imperatrice, secondo le convenzioni iconografiche greco-romane. Il suo sguardo è distaccato, il contatto con il Bambino è minimo, a sottolineare la sua sacra e inavvicinabile maestà. Con il Rinascimento, grazie alla spinta dell’Umanesimo, avviene una vera rivoluzione. Gli artisti, desiderosi di rappresentare l’umanità dei soggetti sacri, trasformano Maria in una figura più amorevole e materna. Il contatto con il Bambino si fa più intimo, gli sguardi si incrociano, e l’espressione sul volto della Vergine rivela un profondo legame affettivo (fig. 7).


L’obiettivo era raffigurare non solo la madre di Dio, ma anche il rapporto umano e universale tra una madre e il suo bambino, rendendo la figura di Maria più accessibile e vicina all’esperienza quotidiana dei fedeli.
Potremmo continuare a lungo, esaminando attentamente la figura della Vergine nella sua moltitudine di rappresentazioni attraverso i secoli e sarebbe tempo ben speso per il sottoscritto. Ma lo spazio concesso non permette uno studio così ampio e una divagazione del genere risulterebbe fuorviante ai reali fini di questo lavoro; dato che quanto detto serve a introdurre un’icona mariana molto particolare e ben localizzata, spesso trascurata ma che merita di essere illuminata esattamente come la Vergine ivi rappresentata. Sto parlando della Madre Santissima del Lume.
Passeggiando per la celebre Via Crociferi, uno degli assi viari più suggestivi del tardo barocco catanese, lo sguardo viene catturato da una serie di chiese e monasteri che testimoniano la magnificenza della ricostruzione post-terremoto del 1693. Tra queste spicca la Chiesa di San Francesco Borgia, un vero e proprio scrigno d’arte che conserva un patrimonio straordinario. All’interno, nella navata sinistra, il braccio del transetto accoglie la cappella di Sant’Ignazio di Loyola (fig. 8), un’imponente struttura in marmi policromi, colonne tortili ed elementi scultorei che incorniciano l’ancona marmorea dell‘Apoteosi del Santo (1750-1752), opera degli scultori palermitani Ignazio Marabitti e Giovan Battista Marino.

Ed è abbassando lo sguardo, sul paliotto dell’altare, che si rivela la nostra Gran Signora del Lume (fig. 9). Realizzata nel 1746 in marmo latteo su uno sfondo in pietra azzurra e racchiusa in una cornice polilobata, questa scultura rappresenta, a mio parere, una delle più alte espressioni dell’iconografia mariana in Sicilia.

La sua origine si deve a un’intensa ricerca spirituale. Tornando indietro nel tempo, nella Palermo del XVIII secolo, fervente centro di attività missionarie, i Gesuiti erano particolarmente attivi nella diffusione della fede. Tra loro vi era il sacerdote Giovanni Antonio Genovesi (Palazzo Adriano, 1684-1743), un uomo attento innovativo, convinto, come molti prima e dopo di lui, che la comunicazione religiosa dovesse passare attraverso immagini efficaci e toccanti. Il suo desiderio era trovare una rappresentazione della Vergine che potesse “far ardere i cuori come segno della fede e della devozione“. Il teologo Veres Acevedo descrisse così il suo intento:
“Alle sue amorose ansie non bastava pubblicare le gloriose prerogative di Maria e la sua materna tenerezza verso gli uomini; gli era necessaria un’immagine, nella quale la celestiale Signora apparisse raggiante di maestà e di bellezza; dalla nobilissima presenza, sì; ma dallo sguardo dolce e dall’espressione serena; in modo che, suscitando profonda ammirazione per la sua aria di deliziosa grandezza, trascinasse dietro di sé i cuori per la sua gentilezza e dolcezza.”
Spinto da questo obiettivo, seguendo il corso della storia che Genovesi stesso racconta nella sua opera in due tomi, il sacerdote palermitano si affidò a una veggente devota di Maria, chiedendole di intercedere per lui. La risposta arrivò attraverso una visione della Vergine stessa, la cui splendete apparizione servì da modello per l’iconografia che oggi conosciamo.
L’iconografia della “Madonna Santissima del Lume” è straordinariamente ricca e complessa, questo viene provato già dal nostro paliotto d’altare catanese. La Vergine è raffigurata in piedi, intenta a
“tirare con la sua destra un Anima peccatrice dall’orrenda voragine dell’inferno, e di tenerla per mano strettamente sospesa, affinchè non tornasse a precipitarvi”.
In questo gesto non c’è solo un atto di salvataggio, ma anche un monito: la Vergine Santissima non può salvarci dall’Inferno, ma mantiene e sostiene l’anima affinché non vi cada. L’intera scena è un’allegoria della salvezza e della misericordia divina, con Maria che funge da mediatrice e protettrice. Sul suo braccio sinistro, la Madonna sorregge Gesù bambino, che a sua volta è impegnato in un gesto simbolico. Un angelo, inginocchiato davanti a loro, tiene un cesto colmo di cuori, che il Bambino “col contatto gl’infervora, gl’infiamma di carità“. In cima all’opera, una coppia di putti si appresta a incoronare la Vergine, sancendo la sua regalità celeste.

Questa rappresentazione, sebbene unica nella sua concezione, ha trovato espressione in diverse opere d’arte, sia in scultura ma anche in pittura e spesso con lievi variazioni. Un notevole esempio pittorico si trova al Museo Diocesano di Catania: un olio su tela del XVIII secolo, proveniente dalla parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, che mostra la Madonna in piedi circondata da figure angeliche (fig. 10). A differenza della scultura, l’anima salvata non è minacciata da un mostro infernale, ma da un “semplice” fuoco, una raffigurazione forse meno drammatica ma ugualmente potente. Inoltre, una moltitudine di figure angeliche con trii di cherubini ai lati della Vergine e altri tre ai suoi piedi incorniciano la scena sacra. Una scritta appare al di sotto del “podio” di cherubini, riportando allo spettatore quanto sta vedendo: La Madre SS. del Lume.

Un altro dipinto si trova ad Aci Catena, nel Santuario di Maria Santissima della Catena: la Madonna del Confessionario (fig. 11), un altro olio sempre del XVIII secolo e attribuita a Mariano Costanzo. Qui, l’anima salvata appare più robusta rispetto all’opera catanese e la rappresentazione nel suo complesso è più luminosa e voluminosa.
Tornando all’ambito scultoreo, è doveroso citare un altro gruppo statuario catanese del XVIII secolo, un tempo custodito nella Chiesa di Santa Maria della Lettera. Questa trasposizione plastica della visione di Padre Genovesi è stata al centro di una lunga storia di spostamenti e devozione. Era un’importante meta di pellegrinaggio e i devoti erano soliti invocare la Vergine con l’espressione in dialetto catanese: “Forza e valìa, viva la Madre del Lume, la Vergine Maria”.
Dopo la distruzione della chiesa durante la Seconda Guerra Mondiale, l’opera fu trasferita in altre sedi, perdendo un po’ della sua visibilità ma non la sua importanza. Restaurata nel 1985 dal professore Angelo Cristaudo, ha recuperato la sua originale bellezza e grazia, specialmente nel volto. La scultura, insieme al suo fercolo, è stata oggetto di eventi straordinari, come l’esposizione pubblica del 1988 e la sua solenne incoronazione canonica da parte dell’arcivescovo Luigi Bommarito, un gesto che ha sancito ufficialmente la sua importanza per la comunità. L’immagine della Vergine, già incoronata, ha ricevuto anche una piccola corona per il Bambino Gesù, a sottolineare la comune regalità divina. La sua ultima esposizione di rilievo, nel 1999 presso “Le Ciminiere”, ha offerto a migliaia di pellegrini l’opportunità di ammirare questa splendida opera.
L’iconografia della Madonna del Lume non si limita alla Sicilia. Esemplari si trovano anche in altre regioni d’Italia, come la tela attribuita a Nicola Coviello nella chiesa omonima a Grottaglie, in Puglia, o la pala d’altare donata a Melara, in provincia di Rovigo, nel 1780 dal missionario gesuita Blas Arriga e la cui storia sulla donazione porta il lettore a pensare che possa trattarsi addirittura dell’originale creato per volontà di Padre Genovesi. La sua influenza si estende anche oltre i confini nazionali, con numerose rappresentazioni a Malta, ma anche in Spagna, nelle Filippine e nell’America Latina. A testimonianza di una devozione che ha superato ogni barriera geografica.
Che si manifesti in pittura o in scultura, la Madonna Santissima del Lume rimane un’icona di profonda misericordia e grazia materna. Con il suo gesto di salvezza e di protezione, invita il fedele a contemplare la sua figura con occhio devoto, riconoscendo in lei non solo la madre di Cristo, ma anche un faro di speranza che illumina il cammino dell’umanità. La sua storia e la sua simbologia ci ricordano che la fede è un viaggio costante, e che la Vergine è sempre pronta a sostenerci e a guidarci lontano dalle tenebre.
Mario LIPARI, Catania, 14 Settembre 2025
