HOKUSAI, il grande artista giapponese che si firmava “Un vecchio pazzo per il disegno”. La mostra a Roma nel Palazzo Bonaparte (fino al 26 Giugno)

di Nica FIORI

HOKUSAI, il grande artista giapponese che si firmava “Un vecchio pazzo per il disegno”. La mostra a Roma nel Palazzo Bonaparte

Fin dall’età di sei anni avevo l’abitudine di disegnare ogni genere di cose. Sebbene abbia prodotto numerosi disegni dopo i cinquant’anni, nessuno dei miei lavori realizzati prima dei settant’anni è davvero degno di nota. È solo dall’età di settantatré anni che ho finalmente compreso le vere forme degli animali, degli insetti e dei pesci, e la natura delle piante e degli alberi. Di conseguenza, all’età di ottantasei anni avrò fatto sempre più progressi e a novant’anni mi sarò avvicinato ancora di più all’essenza dell’arte. All’età di cento anni avrò raggiunto un livello magnifico e a centodieci ogni punto e ogni linea saranno vivi.”
1 Autoritratto come pescatore, 1825 ca

Con queste parole il più celebre pittore e incisore giapponese Katsushika Hokusai (1760-1849) descrisse la sua continua sperimentazione artistica e l’aspirazione alla perfezione nel 1834, nell’introduzione al libro Cento vedute del Monte Fuji, firmandosi all’epoca come Gakyōrōjin Manji.

In questa pubblicazione di 100 piccole stampe, come nella più nota raccolta di silografie policrome Trentasei vedute del Monte Fuji, di poco precedente, l’artista celebra la montagna sacra del Giappone, simbolo dell’identità nazionale, vista non solo da Edo (l’antica Tokyo), ma anche dalle campagne a nord, a sud, a est e a ovest del Fuji. Il Fuji che emerge dalla nebbia, il Fuji rosso, il Fuji di giorno e il Fuji di notte, il Fuji nelle diverse stagioni dell’anno, col temporale e col bel tempo, e ancora raffigurato con persone, animali e piante particolari, sono tutte visioni che incantano, come il Fuji visto dal mare, in lontananza, nella celebre Grande onda di Kanagawa, che con la sua cresta ad artiglio trasmette pienamente il senso di mutevolezza dell’acqua, e quindi della vita.

In occasione del centosessantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, Hokusai è il protagonista di una grande mostra, prodotta da Arthemisia, che gli viene dedicata a Roma a Palazzo Bonaparte fino al 29 giugno 2026. Con oltre 200 opere provenienti dal Museo Nazionale di Cracovia ed esposte per la prima volta al di fuori della Polonia in una mostra monografica, l’esposizione, a cura di Beata Romanowicz, racconta l’estro creativo dell’artista, che giunse a firmarsi come “Un vecchio pazzo per il disegno” e ad autoritrarsi come tale con grande ironia. Si va dalle opere legate alla tradizione a quelle più rivoluzionarie, in un percorso ricchissimo anche di libri e di preziosi oggetti giapponesi, tra cui kimono, accessori da viaggio, vasi cloisonné, armature, strumenti musicali tradizionali, e perfino uno splendido drago in bronzo, che introduce alla mostra, in quanto spirito guida del protagonista, nato in un anno del Drago, ed emblema dell’energia capace di dominare il caos e della continua rigenerazione del fantastico animale.

2 Locandina
3 Drago di bronzo

Maestro indiscusso dell’ukiyo-e (letteralmente “immagini del mondo fluttuante”), Hokusai era nato a Edo da un fabbricante di specchi della corte degli shogun Tokugawa. Il suo nome d’infanzia era Tokitaro, ma cambiò più volte il suo nome d’arte, fino ad assumere quello di Hokusai per la sua profonda venerazione verso il dio Hokushin-Mioken, un bodhisattva che è la deificazione della Stella polare. Ed è proprio dal pensiero religioso orientale che deriva quel concetto di impermanenza, di mondo mutevole, che traspare dalle sue opere.

Va precisato che il termine ukiyo (mondo fluttuante) si riferisce al vivace e dinamico contesto socio-culturale formatosi agli inizi del XVII secolo in alcune città, soprattutto a Edo, in contrapposizione al modo di vivere nel resto del Paese, ancora organizzato secondo una rigidissima stratificazione sociale. Una sorta di filosofia di vita che lo scrittore Asai Ryoi nel 1662 espresse così:

Vivere momento per momento, abbandonarsi interamente alla luna, alla neve, ai fiori di ciliegio e alle foglie rosse degli aceri, cantare canzoni, bere sakè, consolarsi dimenticando la realtà, non preoccuparsi della miseria che ci sta di fronte, non farsi scoraggiare, essere come una zucca vuota che galleggia sulla corrente dell’acqua: questo, io chiamo ukiyo, il mondo fluttuante”.
4 Sala immersiva con scene del Mondo fluttuante di Hokusai

Ricordiamo che Edo venne scelta a partire dal 1603 come “capitale orientale”, sede del nuovo governo militare, dal primo shogun Tokugawa Ieyasu, mentre Kyoto continuava a essere capitale della corte imperiale. Il periodo Edo (1603-1868) godette di una relativa pace e stabilità sociale, favorendo lo sviluppo economico e un rapido processo di urbanizzazione, tanto che Edo raggiunse nel 1740 una popolazione superiore al milione di abitanti. Le stampe ukiyo-e, ovvero le immagini di quel mondo caratterizzato da piaceri e intrattenimenti terreni, divennero in quell’epoca un nuovo mezzo di divulgazione di valori culturali che si andavano imponendo. Dietro le immagini artistiche spesso si celavano anche concetti morali e messaggi che scavalcavano la forte censura governativa. Le stampe erano realizzate su matrici di legno; inizialmente si usava un unico inchiostro nero, ma a partire dal 1740 vennero realizzate silografie policrome utilizzando più matrici incise separatamente, ognuna per un colore diverso.

La via Tokaido, che univa Kyoto con la nuova capitale Edo, con ben 53 stazioni di posta lungo un percorso di 500 km circa, è protagonista di un’apposita sezione della mostra. Le silografie della serie Cinquantatré fermate del Tokaido sembrano quasi cartoline per le dimensioni ridotte, ma in realtà sono vivaci scenette che raffigurano mercanti, commercianti, pellegrini che sostano per cambiare i cavalli, a partire dalla prima stazione con il ponte dove si vedono i venditori di pesce; tra le immagini di vita quotidiana troviamo anche le donne che allevano i bachi da seta, come pure quelle che mettono a disposizione la loro casa per offrire il tè ai viandanti.

5 Fermata Shinagawa. Donne che nutrono i bachi da seta, 1804

Una mappa geografica, pure realizzata dall’artista, sembra quasi una veduta aerea a volo d’uccello, anche se all’epoca i Giapponesi non conoscevano ancora la prospettiva, che avrebbero apprezzato e introdotto nelle loro stampe solo dopo aver conosciuto l’arte europea, grazie ai commercianti olandesi, che oltretutto avevano importato in Giappone anche il blu di Prussia, un pigmento scoperto casualmente a Berlino nel 1706, che sostituì ben presto il carissimo lapislazzuli.

6 Statuina di Daikoku, XIX secolo, bronzo

In una vetrina sono esposti alcuni oggetti da viaggio, tra cui pettini, pipe, calamai portatili e animali portafortuna, come il topo, la lucertola, o l’airone (simbolo di abbondanza) e in un’altra delle statuine di Daikoku, una divinità della fortuna il cui aspetto somiglia a quello di uno gnomo.

Proseguendo nel percorso espositivo, dopo una sezione dedicata all’abbigliamento, con i caratteristici kimono femminili (tra cui uno con un fiore che nasce da un fiocco di neve), le loro cinture (obi) e i fazzoletti quadrati di stoffa (furoshiki) tradizionalmente usati per trasportare oggetti vari, incontriamo la spettacolare sezione dedicata all’acqua, con le vedute di otto cascate del Giappone. Si tratta di cascate naturali di montagna, ma in un caso è raffigurata una diga artificiale con un salto d’acqua verticale. Hokusai è abilissimo nel rendere i getti che si frantumano in nebbia, le colate talmente impetuose da apparire simili a lame metalliche e ancora gli spruzzi vicino ai mulini ad acqua. La presenza dell’uomo sembra dare qua e là un ulteriore senso alla natura del luogo, come nel caso degli uomini che si spogliano per purificarsi nell’acqua, prima di ascendere a un monte sacro.

7 Cascata Yoro nella provincia di Mino, 1833
8 Cascata Roben a Oyama, nella provincia di Soshu, 1833

Una silografia è doppia, ma con colori più scuri, evidentemente perché il collezionista polacco Feliks Jasienski, cui si deve l’amplissima raccolta giapponese del Museo Nazionale di Cracovia, amava acquistare più copie della stessa immagine, quando possibile, proprio per studiare eventuali differenze dovute al diverso stato di conservazione.

Hokusai era un viaggiatore instancabile e, pertanto, ritraeva la realtà dei luoghi visti, ma talvolta le immagini sono di fantasia, suggerite da un sogno o da un momento di meditazione, come nel caso della silografia Uno sguardo d’insieme su cento ponti (1823). Questa sorprendente visione, nella quale il numero cento è simbolico e i ponti in realtà sono cinquanta, è accompagnata da un testo che ci appare come un poetico commento d’autore.

Veduta dei cento ponti, 1823

Le 36 Vedute del Monte Fuji, portate a 46 nell’edizione del 1833, sono tutte caratterizzate dall’uso del blu di Prussia nei contorni e sono di dimensioni maggiori rispetto alle Vedute del Tokaido. Sono tra le opere più note di Hokusai per la loro raffinatezza e la già citata Grande onda di Kanagawa ha dato fama veramente universale al suo autore.

10 Veduta del Monte Fuji da Shichirigahama, 1831
11 La grande onda di Kanagawa, 1831

Anche in questa mostra, come in altre precedenti, è esposta a parte perché ritenuta particolarmente iconica e adatta alla contemplazione. L’immobilità del Fuji, visibile sullo sfondo, si contrappone al cambiamento repentino del mare, tra le cui onde dagli spruzzi frastagliati s’intravedono dei barconi in seria difficoltà. L’onda in primo piano, più bassa rispetto a quella successiva, sembra riprendere i colori e la forma del monte. Tutto partecipa alla costruzione di una scena estremamente potente, che può essere intesa come metafora dei turbamenti dell’inconscio, in grado di sconvolgere all’improvviso la quiete della nostra vita.

12 Poetessa Ono-No Komachi 1810

Al piano superiore la mostra prosegue con opere forse meno note, ma certamente affascinanti, come quelle dedicate alla letteratura e in particolare a sei poeti, la cui figura appare racchiusa nel gesto calligrafico formato dal nome.

Una sezione è dedicata ai Manga di Hokusai, ovvero la vasta raccolta di schizzi, studi, figure che il Maestro usava per insegnare ai suoi allievi il disegno. Il termine, da lui coniato, vuol dire “disegni che fluiscono liberamente dal pennello” ed è entrato poi nell’uso per indicare i più moderni fumetti.

Con il termine Surimono, invece, sono designate quelle piccole stampe, molto raffinate (a volte con l’aggiunta di dorature, argentature e rilievi), che non avevano lo scopo di essere divulgate, ma erano destinate a una committenza elitaria che le utilizzava come biglietti augurali o inviti a cerimonie o feste, come per esempio la festa della Luna, o quella delle Bambole.

Nell’ultima sezione, intitolata Fantasmi e apparizioni, troviamo alcune silografie relative a misteriose leggende, rese con grande libertà inventiva, tra le quali voglio ricordare Lampione sul sepolcro di Oiwa, dalla serie Racconti dai cento ceri del 1833.

13 Lampione sul sepolcro di Oiwi. 1833

Il volto che appare sul lampione è quello di Oiwa, un’eroina tragica del teatro kabuki. Oiwa fu raggirata da una rivale che la convinse ad applicarsi una crema velenosa sul viso. Abbandonata dal marito, si uccise poi accidentalmente. Dopo la morte, decise di vendicarsi del marito infedele e della falsa amica, torturandoli con il suo spirito.

Un’altra silografia di Hokusai della stessa serie s’intitola Sarayashiki (Palazzo di porcellana) e racconta la storia di una serva che accidentalmente ruppe un piatto (sara) del servizio del suo padrone, che per questo la fece gettare in un pozzo vicino al suo palazzo (yashiki). Hokusai raffigura il fantasma della donna, che ogni notte assume la forma di un serpente fatto di piatti ed esce dal pozzo con un rumore di stoviglie.

14 Palazzo di porcellana

Alla fine del percorso, caratterizzato da un’ambientazione molto scura e qua e là da proiezioni audiovisive, viene ricordata l’influenza delle opere di Hokusai sugli artisti ottocenteschi, tra i quali Manet, Van Gogh, Monet, Tissot, Toulouse-Lautrec, protagonisti del movimento del Japonisme. Viene citata, in particolare, una frase di Edgar Degas: “Hokusai non è semplicemente un artista tra gli altri nel mondo fluttuante, è un’isola, un continente, un mondo tutto suo”.

Nica FIORI  Roma 4 Aprile 2026

“HOKUSAI. Il grande maestro dell’arte giapponese”

Palazzo Bonaparte. Piazza Venezia, 5 (angolo Via del Corso), 00186 – Roma

27 marzo – 29 giugno 2026

Orario: dal lunedì al giovedì 9.00 – 19.30; venerdì, sabato e domenica 9.00 – 21.00 (la biglietteria chiude un’ora prima)

Biglietto: intero 17 €. Sono previste riduzioni per alcune categorie di visitatori