di Nica FIORI
Alfons Maria Mucha (Ivančice, 1860 – Praga, 1939), il cui nome moravo è spesso francesizzato in Alphonse Mucha, è stato uno degli artisti più apprezzati dell’Europa a cavallo tra ‘800 e ‘900, padre e maestro indiscusso di uno stile raffinato e sensuale (Art Nouveau) che ha rivoluzionato l’immaginario visivo, combinando immagini di donne seducenti a composizioni tipografiche innovative.
La grande mostra che gli viene dedicata a Roma a Palazzo Bonaparte “Alphonse Mucha. Un trionfo di bellezza e seduzione” (fino all’8 marzo 2026) permette di compiere un viaggio nell’intera opera di Mucha attraverso l’esposizione di tutti i suoi capolavori più celebri (tra cui Gismonda, 1894; Médée, 1898; JOB, 1896; la serie The Stars del 1902 o quella sulle Pietre Preziose del 1900 o ancora gli studi sull’Epopea Slava) provenienti dal Mucha Museum di Praga, e allarga la visione all’importanza e alla centralità della bellezza nella storia dell’arte, tanto da avere come ospiti d’eccezione la Venere di Botticelli della Galleria Sabauda di Torino, e altre importanti opere di arte classica, rinascimentale e ottocentesca.


La mostra è prodotta e organizzata da Arthemisia con la Mucha Foundation e i Musei Reali di Torino, in partnership con Generali Valore Cultura e la Fondazione Terzo Pilastro Internazionale, ed è curata da Elizabeth Brooke e Annamaria Bava, con la direzione scientifica di Francesca Villanti. Si tratta, quindi, di una mostra curata tutta da donne e questo fatto avrebbe certamente entusiasmato un artista come Mucha che ha sempre privilegiato la figura femminile. Una figura che con le sue linee flessuose, i capelli fluenti, le vesti leggere e gli elementi vegetali che la circondano è diventata l’icona universale della femminilità del suo tempo. Non a caso il manifesto che pubblicizza la mostra, intitolato Rêverie, così come quelli delle Stagioni sono in sintonia con queste parole di Mucha:
“La meravigliosa poesia del corpo umano … e la musica di linee e colori che si sprigiona dai fiori, dalle foglie e dai frutti sono i migliori maestri per i nostri occhi e il nostro senso estetico”.

La donna di Mucha è una figura piena di grazia, gentile, sognante, ma può essere anche una figura forte, che non ha bisogno dello sguardo dell’uomo per emergere, perché conscia della propria superiorità. Del resto la sua musa più importante è stata Sarah Bernhardt, la più grande attrice della sua epoca:
“Possedeva una tale espressività e nobiltà classica … e poi c’era quella singolare magia in ogni sua movenza … ogni tratto del suo viso, ogni movimento dei suoi abiti, era profondamente legato alla sua spiritualità”.

Alfons già da giovanissimo aveva rivelato la propria vocazione artistica, disegnando soggetti della natura che catturavano la sua fervida attenzione; inoltre, essendo dotato nel canto, all’età di 11 anni divenne corista nella cattedrale di Brno, dove ebbe modo di compiere gli studi secondari al ginnasio. Nella stessa città di Brno entrò in contatto con il movimento di rinascita nazionale ceco, dal quale trasse l’amore per la civiltà morava e le sue tradizioni; anche la formazione cattolica e l’ambiente ecclesiastico con l’architettura ascensionale delle cattedrali, il penetrante aroma dell’incenso, il suono delle campane lasciarono tracce profonde sulla sua fantasia, e di conseguenza sulla sua produzione artistica.
All’età di 19 anni, non essendo stato ammesso nell’Accademia di Belle Arti di Praga, si trasferì a Vienna, dove lavorò come pittore scenografo, e successivamente riuscì a entrare nell’Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera, dove acquistò una grande cultura figurativa, finché si sentì pronto per continuare i suoi studi a Parigi, sostenuto economicamente dal suo protettore conte Karl Khuen-Belasi. E fu a Parigi che Mucha si affermò dopo qualche anno come illustratore per diverse riviste pubblicitarie. I suoi primi risparmi vennero spesi nell’acquisto di un organo a pompa e di una fotocamera, che utilizzò per fotografare sé stesso, gli amici (tra cui Gauguin, che viveva nel suo stesso palazzo) ed eventi degni di nota, come il funerale del presidente Carnot, assassinato nel 1894 da un anarchico italiano.

La grande fama arrivò grazie alla “divina” Sarah Bernhardt, che egli ritrasse nel 1894 in un cartellone pubblicitario per il dramma Gismonda di Victorien Sardou. La finezza del disegno convinse l’attrice a stipulare con Mucha un contratto della durata di sei anni (dal 1895 al 1901), durante i quali egli disegnò per lei manifesti, scenografie teatrali, costumi e gioielli, lavorando occasionalmente anche come consulente artistico.
Scrive a questo proposito Tomoko Sato nel suo saggio in catalogo:
“Ai tempi di Mucha, i parigini erano abituati a vedere manifesti di grandi artisti, come Jules Chéret (1836-1932), Eugène Grasset (1845-1917) e Toulouse-Lautrec (1864-1901). Quando tuttavia venne affisso, il manifesto di Gismonda spiccò subito per l’insolito formato allungato, per la composizione innovativa che rappresentava l’attrice a grandezza naturale, come un austero ritratto, e per l’uso di delicate sfumature di colori pastello”.
Gismonda fu prontamente seguita da altri sei manifesti teatrali, da considerarsi parte di un ciclo compiuto: La Dame aux Camèlias (1896), Lorenzaccio (1896), La Samaritaine (1897), Médée (1898), Hamlet (1899) e Tosca (1899).
Nel suo stile inconfondibile, in tutti questi poster la figura dell’attrice in piedi era come circondata da un alone di divinità, con il volto inserito in un arco, o in un cerchio e “il movimento era immortalato in un momento in cui l’anima del suo personaggio veniva rivelata sul palco”.


Oltre che eclettico artista, Mucha è stato indubbiamente un grande innovatore, un comunicatore visivo capace di dare una forma seducente e riconoscibile all’immaginario della Belle Époque. I suoi celebri manifesti litografici, da quelli dedicati alle interpretazioni teatrali di Sarah Bernhardt a quelli che pubblicizzavano il cioccolato, i profumi e i liquori parigini, non solo resero popolare l’arte grafica, ma trasformarono il linguaggio visivo del suo tempo, anticipando i principi del design moderno.
Egli attribuiva all’arte la capacità di trasmettere un messaggio universale, convinto che l’armonia e la bellezza svolgessero un ruolo nella crescita spirituale dell’uomo, elevandolo verso una moralità superiore.
Secondo Mucha, i suoi manifesti sono stati un ottimo strumento di edificazione del pubblico. Le persone si fermavano a osservarli mentre andavano al lavoro derivandone un grande piacere spirituale. Grazie a quei cartelloni pubblicitari, “Le strade sono diventate mostre d’arte all’aperto”.
Ma l’opera cui attribuiva una delle sue più grandi conquiste è il Pater, un volume illustrato scritto dopo la sua adesione alla Massoneria e pubblicato a Parigi nel 1899. Frutto di un bisogno di elevazione e di slancio spirituale, il Pater raffigura le sette fasi della preghiera, intesa come transizione dal buio dell’ignoranza a uno stato ideale di spiritualità.


Al di là del benessere di facciata e di una visione modernista espresse dall’Esposizione universale di Parigi del 1900, dove Mucha fu incaricato dal governo austro-ungarico della decorazione del padiglione di Bosnia ed Erzegovina, nell’Europa centrale e orientale le tensioni politiche aumentavano. Mucha, forte del suo credo nel potere d’ispirazione e di comunicazione dell’arte, auspicava la creazione di un’unione spirituale dei popoli slavi e, in ultima analisi, di tutto il genere umano.
Nel 1904, durante una visita negli Stati Uniti, i mass media salutarono in Mucha il più grande artista decorativo del mondo. Mentre nel contesto dell’arte internazionale aumentava la sua fama, in Mucha crebbe forte il desiderio di contribuire all’indipendenza politica delle terre ceche e delle vicine regioni slave divise per secoli dalle potenze imperiali. Egli sognava un mondo migliore dove le minoranze etniche, di qualsiasi cultura, avrebbero potuto vivere in armonia senza subire le minacce delle nazioni più potenti. L’amore di Mucha per la propria terra e per gli ideali utopici si manifestano nel suo capolavoro, l’Epopea slava (1911-28).
L’allestimento della mostra, pur caratterizzato (come sempre a Palazzo Bonaparte) da ambienti eccessivamente scuri (secondo una moda che io non riesco ad apprezzare, in quanto poco accessibile alle persone con problemi di vista), ha il pregio di esporre mobili e suppellettili del periodo di Mucha, profumi creati per l’occasione, approfondimenti vari e un ambiente immersivo coinvolgente.
Ma ciò che rende la mostra imperdibile sono i prestiti eccezionali di alcuni capolavori che dialogano con le donne di Mucha, rivelando la continuità dell’ideale di bellezza femminile nel tempo.

La Venere di Botticelli proveniente da Torino, vera ospite d’onore in una sala a sé, è un’opera d’impostazione più semplice rispetto alla Nascita di Venere degli Uffizi, ma pur sempre meravigliosa.
Nel dipinto Venere si presenta come la dea dell’amore: appare nuda, ma in realtà indossa un velo trasparente, delicatamente illuminato da sottili bordure dorate, che avvolge armoniosamente parte del corpo esaltandone la sinuosità, e si copre l’inguine con una ciocca di capelli. Eleganza, grazia, raffinata modulazione chiaroscurale degli incarnati, contorni netti e marcati e un deciso segno grafico sono caratteristiche tipiche dello stile di Botticelli e trovano qui piena espressione, così come l’inconfondibile volto della dea, dolce e malinconico insieme, i cui lineamenti richiamano quelli di Simonetta Vespucci, giovane musa di Giuliano de Medici, celebrata in vita per la sua straordinaria bellezza.

La grazia e la delicatezza della Venere di Botticelli incarnano l’ideale rinascimentale di perfezione e armonia, riprendendo i gesti delle sculture antiche, come nel caso della Venere pudica (copia romana in marmo del II secolo d.C. da un originale greco del II a.C., Torino Musei Reali) presente in mostra; allo stesso tempo la dea botticelliana ha una bellezza non così diversa da quella delle donne di Mucha, cui si avvicina anche per la verticalità della figura.
Tra le altre opere classiche incontriamo anche una Venere Anadiomene (che nasce dal mare), il cui caratteristico gesto di strizzatura dei capelli non è però visibile perché mancante delle braccia, e un grande rilievo con Menadi danzanti (marmo pentelico, metà I secolo d.C., Torino Musei Reali), messo a confronto con due acqueforti del 1810-12 raffiguranti Danzatrici (Antonio Canova e Gio. Martino De Boni inc.).

Sempre provenienti dai Musei Reali di Torino sono la Madonna con il Bambino di Giorgio Schiavone (1456-60, tempera su tavola), che potrebbe essere accostata a Mucha per la presenza di un festone con frutti. Troviamo pure una tavola con Venere Urania (1545-55), attribuita a Girolamo Siciolante da Sermoneta, e Le tre Grazie di Pietro della Vecchia (olio su tela 1650-1660).

Proseguendo nel percorso c’incantiamo davanti alla bellezza della celebre Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, ritratta da Michele Gordigiani nel 1862, e all’eleganza delle donne di Giovanni Boldini tra cui La contessa De Rasty (1879), per giungere finalmente al Novecento con la sontuosa Semiramide (A Babilonia) del 1905 di Cesare Saccaggi, un’opera di gusto orientalista che ci colpisce per la presenza di un leopardo, messo a confronto con Le tigri di Sandro Vacchetti dell’azienda Lenci, una splendida porcellana smaltata del 1930.

La mostra, in effetti, traendo spunto da Mucha, propone un viaggio di grande fascino nella bellezza femminile che attraversa i secoli. Come ha ricordato nel corso della presentazione Iole Sole, presidente di Arthemisia, “Anche nei momenti più bui della storia l’arte e la bellezza sono sempre consolatorie”. Ricordare che l’uomo è capace di creare tanta bellezza è un messaggio di speranza, e potrebbe stimolarci a usare le nostre energie per creare cose belle e non per distruggerle.


Nica FIORI Roma 12 Ottobre 2025
Informazioni e prenotazioni T +39 06 87 15 111
www.arthemisia.it
www.mostrepalazzobonaparte.it
info@arthemisia.it
