di Carla GUIDI
Un’infrastruttura industriale alle porte di Roma diventa una testimonianza della fantastica diversità e della saggezza creativa delle identità culturali

A Castelnuovo di Porto (dell’antica città stato di Capena sul colle della Civitucola a nord-ovest del Tevere) posto tra le ex cave di tufo delle quali riflette i colori, c’è ora un grande serbatoio antincendio trasformato in uno schermo narrativo di grande bellezza.
Ale Senso (un’artista che non ha bisogno di presentazioni) ha dipinto il corpo principale dell’opera, un cilindro d’acciaio alto dieci metri e i suoi seicentotrenta metri quadrati di infrastruttura industriale, dalla pavimentazione fino alla sua sommità. In questa foto si vede Ale Senso, con le braccia aperte in piedi alla base del cilindro da lei dipinto, così ci si rende conto otticamente delle dimensioni. Questa artista è nota anche per aver affrontato imprese pittoriche assai impegnative per ragioni di spazio, o disagiate come fabbriche dismesse o alternative come il Museo MAAM di Roma, usando materiali di recupero ed un linguaggio a volte surreale, dove i nuovi modi espressivi si integrano con la tradizione popolare e la storia degli stili classici.

Girando attorno a questo cilindro, dove sono rappresentate sintetiche ed affascinanti narrazioni, si nota anche una sorprendente ferita, una crepa dipinta che sale per dieci metri, spezzando idealmente la continuità del fregio, ma a poca distanza da questo è rappresentato un germoglio con fiori bianchi che crescono con toni freschi e vivaci. Continuando la descrizione, accanto al serbatoio c’è un edificio tecnico, divenuto l’Ara degli antenati, essendo anch’esso stato dipinto con una moltitudine di figure (ispirate ai graffiti della Valcamonica, al babbuino egizio di Thot, ai Tiki delle Isole Marchesi in Polinesia …) impegnate in una danza di gruppo. Questa narrazione si chiude (o si apre) con un oblò dal quale scaturiscono radici di piante che avvolgono l’edificio e viaggiano lungo le tubazioni fino al serbatoio.



Tutto ciò vuole essere una metafora del cammino millenario che ha portato l’umanità a colonizzare anche gli angoli più remoti del pianeta, delle radici che ci connettono alle nostre origini naturali nella Terra, ma sempre ricordando la nostra precarietà sottoposta alle leggi della fisica che ancora non rispettiamo, ragione che pone i livelli di conoscenza raggiunti come non definitivi, che necessitano della nostra costante vigilanza, del nostro impegno evolutivo.
Ma “Antropìa” (questo è il titolo dell’opera) vuole dimostrare come queste strutture industriali possano attribuirsi una funzione culturale, costruendo nuove relazioni tra paesaggio produttivo, comunità e storia.
Il progetto, promosso e finanziato da Prologis nell’ambito del programma PARKlife™, introduce l’arte all’interno di un’area logistica quotidianamente attraversata da lavoratori e operatori. Vediamo così come questo approccio rifletta il più ampio impegno di Prologis nella creazione di spazi logistici funzionali, accoglienti, integrati nel contesto locale, occupando un posto di rilievo nel panorama italiano dell’arte urbana e della logistica. Da sottolineare che il titolo stesso contiene già l’intero programma dell’opera ad indicare la qualità dell’essere umano inteso come insieme di possibilità, memorie e contraddizioni, costruendo un racconto corale che integra continenti, tradizioni orali e forme simboliche.
Antropìa di Ale Senso è visitabile al Prologis Park di Castelnuovo di Porto (SDA3 – terzo polo di smistamento SDA), con accesso libero, durante gli orari di apertura del centro: dal lunedì al venerdì, ore 7,00/21,00 e sabato dalle ore 7,00 alle 13,00.

Entriamo meglio nel cuore della realizzazione pittorica sul cilindro delle undici storie provenienti da varie parti del mondo, mitiche in quanto passate attraverso migliaia di anni di storia leggendaria dell’umanità, ma anche contemporanee poiché ancora valide per il nostro immaginario psichico. E’ quindi un raccontare per immagini percorrendo gli archetipi; dai miti della creazione all’alleanza antica con la Natura, ai misteri svelati sulla psiche umana … una sorta di atlante visivo della saggezza popolare che si conclude, nell’undicesima sezione, con una citazione di Trilussa poeta, che oppose alla dittatura del fascismo la sua critica costante e pungente, ma si scagliò anche contro le distorsioni ed il conformismo della società che stava diventando “moderna” ma già intrappolata nel calcolo inesorabile della “statistica”, appena eletta a misura democratica. Racconti salvifici, anche quando debbono constatare che gli inciampi di un’aggressività non sopita, possano spingere verso un detestabile spirito autodistruttivo.
Questa gigantesca narrazione, con/divisa in episodi, potrebbe ricordare l’antica Biblia pauperum (locuzione latina ovvero “Bibbia dei poveri”) quello svolgimento illustrativo medievale a rievocare episodi della vita di Gesù o dell’Antico Testamento (di solito nelle Cattedrali ma non solo) appositamente predisposta ad informare e naturalmente emozionare chi non sapeva leggere, ma ritroviamo simili “stringhe” narrative nell’antico Egitto ed altrove nel mondo, sui vasi greci per esempio; mitologie eroiche, storie esemplari. Ebbene oggi ci troviamo in una condizione analoga, ma per ragioni opposte.
Per l’erogazione scomposta giornaliera di una sovrabbondanza ambigua ed incoerente di informazioni, siamo sull’orlo di una crisi culturale profonda, della quale un aspetto è proprio che leggere sta diventando un problema per una grossa porzione di umanità, mentre si può dire che queste persone possano non saper più neanche pensare in modo consequenziale, logico, propositivo. Esse trovano inoltre nel supporto tecnico di IA, qualcosa che rasenta la rinuncia, la capitolazione, la supplenza alle personali capacità supposte essere perdute, di fronte ad una continua richiesta di velocizzare ogni prestazione.
Per usufruire invece della capacità terapeutica e riparativa, emozionante della narrazione guidata per immagini, è fondamentale giovarsi del passaggio attraverso l’esperienza linguistica-visuale degli artisti. E’ necessario quindi usufruire del livello estetico e della capacità di sintesi che l’artista Ale Senso ha maturato, avendo scelto oculatamente un progetto dinamico e propositivo tra gli innumerevoli racconti mitici e narrazioni popolari di varie etnie, ciò che può interessarci oggi quando, parafrasando Bernard Stiegler –
le tecnologie industriali sono divenute armi di distruzione degli ecosistemi, delle strutture sociali e degli apparati psichici
Da notare che Il termine Antropia (dal greco anthropos/uomo, termine in particolare utilizzato da Bernard Stiegler) si riferisce all’insieme di tutto ciò che è creato, causato o modificato dall’opera umana sul pianeta. Non c’è bisogno di ricordare che anche il termine Antropocene, coniato negli anni ottanta dal biologo Eugene F. Stoermer ed adottata nel 2000 dal Premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, indica la problematica epoca geologica attuale, nella quale il genere umano ha già causato pesanti modifiche territoriali, strutturali e climatiche.
Come abbiamo detto, riassumendo, non importa che le narrazioni scelte dall’artista abbiano una tradizione certificata né che siano esaustive, ci vorrebbe un trattato enciclopedico di molti volumi. Esse sono state però scelte accuratamente e realizzate correttamente con i canoni stilistici propri della cultura da cui provengono, confermando esemplari voci narranti e poetiche che viaggiano nell’immaginario archetipale delle genti, in tal modo toccando i punti salienti delle nostre costellazioni simboliche.
Ogni racconto nasce in un contesto differente ed affronta, attraverso immagini autonome, domande universali: l’origine, il desiderio, il conflitto, la responsabilità, il rapporto tra individuo e comunità. Così per concludere, citiamo direttamente alcune di queste narrazioni. Insieme alla loro rappresentazione simbolica ed emozionante firmata dall’artista.

La leggenda dell’Ombù
Un tempo le tribù di indigeni che vivevano nella parte centrale dell’Argentina si dedicavano alla coltivazione del granoturco che era per loro un alimento prezioso. La leggenda racconta che una volta gli indigeni lasciarono una delle loro giovani donne a curare le piante di granoturco, che crescevano sotto i caldi raggi del sole. Quell’anno, però non arrivarono le piogge, così le piante cominciarono a morire. La ragazza che le aveva in cura non si disperò, si mise in piedi con le braccia aperte, rimanendo sotto il sole a fare ombra alle piantine, fino a quando le pannocchie non diventarono mature. Quando la sua gente tornò nel luogo dove l’aveva lasciata, trovò un albero molto bello e frondoso che faceva ombra tutt’ intorno; ma della ragazza più nessuna traccia. Nacque così la leggenda dell’Ombú, un albero che cresce in Argentina in posti quasi deserti, per offrire ombra preziosa ai viaggiatori che cercano riparo dai brucianti raggi del sole estivo.
Sud America – Argentina

La creazione dei deserti
Molti secoli fa, che ci crediate o no, la terra era verde e fresca, migliaia di ruscelli la percorrevano, gli alberi erano ricchi d’ogni genere di frutta e gli uomini, che ignoravano il male, vivevano felici senza farsi la guerra. Allah aveva detto agli uomini:
“Questo bel giardino e vostro e vostri sono i suoi frutti, dovete però sempre agire con giustizia, altrimenti lascerò cadere un granello di sabbia sulla terra per ogni vostra azione malvagia e un giorno tutto questo verde e tutta questa frescura potrebbero anche sparire.”
Per molto tempo tutti si ricordarono di questo monito, ma un brutto giorno due uomini litigarono per il possesso di un cammello e appena la prima parolaccia fu pronunziata Allah fece cadere sulla terra un granello di sabbia, così minuscolo che nessuno se ne accorse. Ben presto però i due litiganti, dopo le male parole, vennero alle mani e gli uomini si accorsero che un mucchietto di sabbia stava crescendo lentamente.
Chiesero allora ad Allah di cosa si trattasse e Allah rispose che era il frutto della loro cattiveria e che ogni volta si fosse verificata una cattiva azione, un granello di sabbia sarebbe sceso ad aggiungersi agli altri, così forse un giorno la sabbia avrebbe coperto la terra. Gli uomini si misero a ridere e pensarono:
“Anche se fossimo estremamente malvagi ci vorrebbero milioni e milioni di anni prima che questa polvere leggera copra la nostra terra e ci possa danneggiare.”
Così iniziarono a combattersi gli uni contro gli altri, tribù contro tribù finché la sabbia seppellì campi e pascoli, cancellò i ruscelli e spinse le bestie lontano in cerca di cibo. In questo modo fu creato il deserto e da allora le tribù andarono vagando tra le dune, vivendo in tende, aiutate solo dai cammelli per i lunghi spostamenti, e si portarono nel cuore l’immagine delle terra perduta. Anzi, perché non dimenticassero, Allah volle che ogni tanto si presentasse ai loro occhi l’immagine delle piante e delle acque scomparse. Per questo ogni tanto chi cammina nel deserto, vede cose che non ci sono tende le braccia per toccarle, ma la visione subito svanisce.
Sono come i sogni ad occhi ad aperti e la gente li chiama miraggi. Solo dove gli uomini hanno osservato le leggi di Allah ci sono ancora ruscelli e palmeti e la sabbia non può cancellarli, ma li circonda come il mare l’isola. Questi luoghi si chiamano oasi e là gli uomini si fermano per trovare acqua, cibo, riposo, ricordando ogni volta le parole di Allah: “Non trasformate il mio mondo verde in un deserto infinito” –
Eurasia – Arabia

I due lupi
Un vecchio e suo nipote erano seduti sul declivio di una collina a contemplare il tramonto. D’un tratto rompendo il silenzio il bambino volle fare una domanda all’anziano sapiente.
“Nonno” disse “perché gli uomini combattono?”
Il nonno, che era il capo della loro tribù, si prese un po’ di tempo per rispondere, ma alla fine parlò.
“Gli uomini combattono e combatteranno sempre, ma lo scontro più feroce è quello tra i due lupi“
“Quali lupi nonno?”.
“Quelli che ogni uomo porta dentro”.
Il piccolo indiano guardò il nonno spaesato, aspettando spiegazioni. L’anziano parlò solo quando la luce del tramonto fu diventata una sottile linea tra le montagne, allora disse:
“Ci sono due lupi dentro di noi. Uno è malvagio e superbo, vive nella paura, nel rancore, nella tristezza. Con orgoglio e brama si tormenta”.
Il bambino restò in silenzio, rapito dalle parole del nonno.
“L’altro invece è buono e vive nella gioia, nella speranza, nella pace e nell’amore perché è capace di umiltà e compassione”.
Con la voce ridotta a un sussurro il nonno si girò a guardare il nipote che aveva l’espressione concentrata di chi cerca di capire e infatti fece un’altra domanda.
“E dimmi nonno, quale lupo vince?”
Il vecchio indiano fece un respiro profondo, poi chiuse gli occhi e rispose. “Quello a cui dai più da mangiare”.
Nord America – Cherokee

Il signore che amava i dragoni
Vi era in Cina un uomo di nome Ye con l’ossessione per i draghi. Ne adorava la forma, lo sguardo. Rimaneva estasiato nel vedere le raffigurazioni che ritraevano queste incredibili creature mentre sputavano fuoco dalla bocca o sottomettevano tutti i nemici che affrontavano. La sua ammirazione verso i draghi era tale che conosceva ogni leggenda su di loro. Aveva perfino fatto dipingere giganteschi draghi sulle pareti e sui tetti della propria dimora. Un vero e proprio tempio dedicato ai draghi.
Una notte da una delle finestre della sua casa fece capolino la testa di un drago. Senza dare a Ye nemmeno il tempo di reagire, cominciò a sputare fuoco dalle fauci costringendo l’uomo a correre e gridare per tutta la casa, dalla quale fuggì, completamente sotto shock per lo spavento.
Questa favola cinese ci insegna ad amare la realtà e non quello che plasmiamo nella nostra mente.
Eurasia – Cina
Carla GUIDI Roma 6 Settembre 2026
