di Nica FIORI
Per molti di noi il Turkmenistan è un Paese misterioso, situato in un’area dell’Asia centrale comprendente altri stati dal nome terminante in stan (tra cui l’Uzbekistan e il Kazakistan, con i quali confina), che un tempo facevano parte dell’Unione Sovietica, sciolta ufficialmente nel 1991. Ben poco sappiamo della sua storia recente e ancora più vaghe sono le nostre conoscenze sulla sua storia antica, ma se colleghiamo il suo nome a quello della Partia (una regione che ora fa parte del Turkmenistan), forse ci ricordiamo che i Parti sono stati a lungo rivali dei Romani e sono stati raffigurati, con i loro tipici pantaloni indossati sotto la tunica, nell’arco di Settimio Severo, eretto nel Foro Romano per celebrare la conclusione vittoriosa di due sue campagne partiche (nel 195 e nel 197-198).
Proprio a due passi da quest’arco trionfale, nelle sale al pianterreno di Palazzo dei Conservatori (Musei Capitolini), sono esposti per la prima volta al di fuori del loro Paese preziosi manufatti provenienti dall’antica Partia e dalla Margiana protostorica, nella mostra intitolata “Antiche civiltà del Turkmenistan”, presentata lo scorso 25 ottobre dal Presidente del Turkmenistan Serdar Berdimuhamedov e dal Sindaco di Roma Roberto Gualtieri dopo uno spettacolo folcloristico turkmeno.

L’esposizione, promossa dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con il Ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, è realizzata in collaborazione con il Ministero della Cultura del Turkmenistan, l’ISMEO (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente), il CRAST (Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia) e l’Università degli Studi di Torino. I curatori sono Claudio Parisi Presicce, Barbara Cerasetti, Carlo Lippolis, Mukhametdurdy Mamedov e l’organizzazione è di Zètema Progetto Cultura.

Si tratta di un’occasione unica per scoprire la ricchezza culturale di un Paese che, grazie alla sua posizione strategica tra la Mesopotamia, l’altopiano iranico e la Valle dell’Indo, è stato attraversato dalle principali rotte carovaniere che collegavano Oriente e Occidente, permettendo scambi non solo commerciali, ma anche di pensiero e di conoscenze tecniche tra popoli lontani.
La prima sezione è dedicata all’antica Margiana, la regione del delta interno del fiume Murghab (nel Turkmenistan sudorientale), il cui toponimo era noto nell’area indo-iranica e perfino tra gli storici greci. La storia della Margiana protostorica è rimasta, però, a lungo sconosciuta, finché gli scavi archeologici condotti nella seconda metà del XX secolo da missioni internazionali non hanno portato alla luce una misteriosa civiltà dell’Età del bronzo. Sono state rinvenute e studiate città fortificate risalenti al III-II millennio a.C., complessi palaziali monumentali, quartieri artigianali e vaste necropoli con strutture cultuali e ricche sepolture. La Margiana era il cuore della civiltà del Grande Khorasan (regione storica comprendente l’Iran e territori di stati confinanti) ed ebbe il suo apogeo nell’Età del bronzo medio. Le sue architetture in mattoni crudi, pur con un proprio stile, mostrano un legame con le vicine civiltà della Mesopotamia e dell’Egeo e stupiscono per le soluzioni ingegneristiche di drenaggio e filtraggio dell’acqua, che consentivano di sopravvivere in un ambiente arido e di praticare un’agricoltura intensiva.
Tra le città fortificate particolare importanza ebbe la capitale Gonur-tepe, che sorse intorno al 2300-2250 a.C., ma venne poi abbandonata dopo 600-800 anni. Tra gli altri siti ricordiamo quelli rurali di Chopantam e Ojakly e quelli urbani di Takhirbai-tepe e Adji Kui 1, per il cui scavo e per la creazione della mappa archeologica è stato fondamentale l’impegno pluriennale dell’ISMEO. Nel 2014 il TAP (Togolok Archaeological Project) ha dato il via all’indagine del sito dell’Età del bronzo di Togolok 1, insieme al Ministero della Cultura del Turkmenistan, all’Università di Berna e altri partner internazionali.
Oltre che per la grandezza architettonica, i siti della Margiana si distinguono per una produzione artigianale di alto livello e per il gusto artistico. Tra i reperti in mostra vi sono oggetti in pietra, metallo e argilla. Sono in argilla alcune statuine zoomorfe e antropomorfe, che riflettono la vita quotidiana e i rituali magico-religiosi. Le figurine femminili sono probabilmente legate al culto della fertilità, mentre quelle maschili vengono interpretate come guerrieri o sacerdoti.

Non essendoci ancora la scrittura, un ruolo speciale nello studio della vita spirituale degli antichi abitanti è dato dai sigilli: oggetti che non servivano solo a certificare la proprietà delle merci, ma fungevano anche da gioielli e amuleti. I sigilli, realizzati in diversi materiali, dovevano guidare e proteggere il defunto nel difficile passaggio dalla vita alla morte. Su di essi appaiono animali fantastici, divinità e scene, come la lotta di eroi contro serpenti e draghi, che sembrano anticipare una visione del mondo dualistica (il bene contrapposto al male e la luce alle tenebre), tipica del mazdeismo iranico.


Pure sviluppata era l’arte orafa con l’uso di tecniche raffinate, come la fusione a cera persa, il cesello e lo sbalzo. Insieme all’oro potevano essere presenti inserti di turchese, lapislazzuli, corniola, agata ed ematite.

Tra gli oggetti in mostra ci colpisce anche un grande contenitore in argilla con la figura incisa di un cammello, che evoca le carovane che attraversavano il territorio trasportando beni di lusso, quali avorio, oro, conchiglie e il prezioso lapislazzuli che veniva dall’Afghanistan.

La seconda sezione della mostra è dedicata alla Partia (in origine Parthava/Parthyene), nel Turkmenistan meridionale. Questa regione venne occupata prima del III secolo a.C. dalle tribù provenienti dalle sponde del lago Aral, note dalle fonti classiche come Sparni, Aparni o Parni (appartenenti al più ampio raggruppamento tribale scita dei Dahi) e chiamati poi Parti. Questi vennero anche detti Arsacidi perché, sotto la guida di Arsace I, occuparono la satrapia seleucide Partia, nell’area sud orientale del Mar Caspio. Da allora (248-247 a.C.) ebbe inizio il regno partico, che con Mitridate I (171-138 o 165-132 a.C.) assunse dimensioni imperiali (dall’Eufrate alla Battriana). Il successore Mitridate II (124 – 90/87 a.C.) affermò l’egemonia commerciale partica lungo le rotte che attraverso le terre dell’Asia Centrale collegavano il Mediterraneo con la Cina, poi note come “Vie della Seta”.
Il contatto diretto tra l’impero romano e il regno partico portò a continui scontri per il controllo dello stato cuscinetto dell’Armenia e delle terre tra il Tigri e l’Eufrate, con ripetute avanzate e ritirate punteggiate anche da eventi clamorosi come la disastrosa sconfitta dei Romani a Carre, in Mesopotamia, nel 53 a.C. La stabilizzazione del confine sull’Eufrate alla fine del II secolo d.C., ottenuta con Settimio Severo, si rivelò ben presto effimera, perché nel 224 d.C. l’impero arsacide dei Parti cadde sotto l’urto della bellicosa dinastia iranica dei Sasanidi, ricominciando il ciclo degli scontri tra i due popoli, che durerà addirittura fino all’imperatore bizantino Eraclio (610-641), per essere poi sommersi entrambi dall’invasione araba.
La mostra espone i materiali provenienti da Nisa Vecchia, situata nei pressi della capitale del Turkmenistan Ashgabat. Nisa, riconosciuta dall’Unesco patrimonio dell’Umanità, è una delle fondazioni urbane più antiche dei Parti, riconducibile a Mitridate I, e infatti il suo nome originario è Mithradatkert (fortezza di Mitridate).

Scavata a partire dagli anni ‘30 del Novecento da una missione sovietica, sostituita poi da una turkmena e dal 1990 da quella italiana del CRAST, sotto la direzione di Antonio Invernizzi e di Carlo Lippolis, Nisa era un centro cerimoniale dei primi sovrani arsacidi, la cui arte e la cui architettura devono molto alle influenze centroasiatiche del mondo steppico, del mondo iranico e all’ellenismo asiatico. Il sito, difeso da possenti mura in mattoni crudi, è dominato dal monumentale Complesso Centrale, che include la Sala Quadrata, l’Edificio Torre, l’Edificio Rosso, la Sala Rotonda.
La sua importanza artistica è evidente nelle sculture in terra cruda, restituite al pubblico godimento nel Museo Statale di Ashgabat (State Museum of the State Cultural Center of Turkmenistan) dopo un lungo e complesso lavoro di restauro. Tecnicamente queste sculture erano realizzate in parti distinte, a mano o con matrici, e poi assemblate prima di stendere la pittura.

Oltre ad alcuni espressivi ritratti in argilla di sovrani e guerrieri, sono esposti due raffinatissimi recipienti forati (usati per bere e versare liquidi) del tipo a corno (rhyton), realizzati in avorio e decorati nella parte superiore con motivi dionisiaci e divinità di stampo ellenistico, mentre i terminali mostrano figure ibride di gusto centroasiatico (II secolo a.C. – I d.C.). La presenza di scene dionisiache ci induce a credere che i rhyta servissero per versare il vino durante le libagioni, anche perché nei territori del regno partico si coltivava con ottimi risultati la vite, secondo quanto scriveva Strabone in età augustea (Geografia, II 73):
“E in Margiana, dicono, capita che il più delle volte il tronco della vite possa essere circondato dalle braccia tese di due uomini e che il grappolo d’uva sia di due cubiti. E dicono che anche l’Aria (altra regione antica del Turkmenistan, ndA) sia simile e che eccella nella buona vendemmia, e che lì, per di più, il vino si conservi nelle botti per tre generazioni”.


Di un certo impatto visivo sono anche alcuni esempi di statuaria in marmo, in particolare una figura arcaicizzante di dea greca stante (II-I secolo a.C.), identificabile forse con Ecate, e un’Afrodite Anadiomene (II secolo a.C.), messa a confronto con una più grande della stessa tipologia delle Collezioni Capitoline.

Questo gusto filoellenico dell’arte arsacide traspare anche da alcune statuette miniaturistiche in metallo, destinate a ornare recipienti o suppellettili, tra cui un erote vendemmiante, un grifone, una sfinge e un’Atena, realizzate in argento impreziosito da dorature.


Sono in mostra anche delle armi (in particolare una splendida ascia da parata in argento dorato), e dei decori architettonici in terracotta, tra cui metope, lastre a rilievo, resti di capitelli ionici e corinzi, che danno l’idea della grandiosità della capitale arsacide.


Alla fine del percorso è proposta una ricostruzione immersiva e scientificamente documentata del sito di Nisa Vecchia com’è oggi, attraverso un’installazione di video mapping proiettata su un modello in scala, basato su una scansione 3D effettuata nel 2024 da parte del Politecnico di Torino. Peccato che le sale espositive poco spaziose e l’allestimento troppo scuro – secondo una moda che io mi ostino a criticare, perché non tiene conto dei criteri di accessibilità visiva – non permettono una fruizione ottimale di questa mostra che, comunque, è consigliabile perché espone oltre 150 reperti archeologici di grande interesse, mai visti prima, con pannelli e didascalie in italiano e in inglese.
Nica FIORI Roma 9 Novembre 2025
“Antiche civiltà del Turkmenistan”
Musei Capitolini, piazza del Campidoglio, 4 – Roma
Dal 25 ottobre 2025 al 12 aprile 2026
Orario: Tutti i giorni 9.30-19.30
www.museicapitolini.org; www.museiincomune.it
