“Nessuna arte raggiunse la perfezione più rapidamente di questa”. Nel Castello di Santa Severa “I colori che ritornano”, la mostra sulla pittura etrusca realizzata su lastre di terracotta, tipica di Cerveteri.

di Nica FIORI (foto di Francesca LICORDARI)

Nel castello di Santa Severa, splendido esempio di architettura difensiva del litorale laziale, il 12 settembre 2026 è stata inaugurata una mostra archeologica dedicata alla pittura etrusca su lastre di terracotta, tipica del territorio di Caere (Cerveteri). Si tratta della “riedizione” di una precedente mostra del 2018, relativa a pitture recuperate in frammenti in Svizzera, nel porto franco di Ginevra, nel 2016, ma arricchita di nuovi pezzi che facevano parte di collezioni private di dubbia acquisizione, rientrati in Italia negli ultimi anni grazie alle operazioni di diplomazia culturale del Ministero della Cultura, in collaborazione con i Carabinieri del TPC (Tutela Patrimonio Culturale) e con gli Stati esteri. Pertanto la mostra, a cura della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria Meridionale, è intitolata “I colori che ritornano. Un patrimonio ritrovato. Le lastre dipinte etrusche riunite nel loro territorio”. Non è prevista una data di chiusura, perché ci si augura che i reperti esposti possano diventare parte dell’esposizione permanente dell’Antiquarium del castello, situato a due passi dai resti di Pyrgi, l’antico porto di Caere.

1 Locandina
Margherita Eichberg (dx) e Rossella Zaccagnini

Come evidenziato nel corso della presentazione dalla soprintendente Margherita Eichberg e dalla funzionaria archeologa Rossella Zaccagnini, le nuove acquisizioni contribuiscono alla conoscenza di una pittura di altissimo livello, sviluppatasi a Cerveteri tra la fine del VI e l’inizio del V secolo a.C. Diversamente dalle pitture murali che decoravano le tombe, tipiche soprattutto di Tarquinia, le lastre di terracotta ceretane dovevano rivestire parti di edifici di prestigio, anche templari, a maggiore protezione delle pareti, e sono testimonianze preziose di un artigianato d’eccellenza.

Dovevano essere note anche a Plinio, perché nella sua Historia naturalis, e più esattamente nel libro XXXV dedicato ai colori minerali, ci fa sapere dell’esistenza di pitture templari, anteriori a quelle di Roma e di Ardea, a Caere, affermando che

“chiunque le esamini accuratamente potrà confermare che nessuna arte raggiunse la perfezione più rapidamente di questa”.

Prima dei ritrovamenti degli ultimi anni, lastre dipinte della stessa qualità e conservazione erano state rinvenute nel XIX secolo, quando le necropoli di Cerveteri avevano restituito le serie di lastre note come “Campana” e “Boccanera”, oggi conservate rispettivamente a Parigi al Louvre e a Londra al British Museum. Poiché manufatti di questo tipo erano quasi sicuramente nati per essere collocati in edifici pubblici, dobbiamo immaginare che solo in un secondo momento siano stati spostati nelle tombe dopo un adeguato riadattamento.

Le lastre dipinte, che potevano essere singole o disposte in sequenza a formare una scena più ampia, venivano prodotte conformando l’argilla entro telai di legno o casseforme. Dopo una prima fase di essiccazione si applicava un rivestimento di argilla depurata, di color bianco-avorio, sul quale venivano tracciate con una punta sottile le linee di riferimento per l’esecuzione delle cornici decorative e delle raffigurazioni, prima di applicare a pennello i colori costituiti da miscele argillose diluite; tra le sostanze utilizzate vi erano l’ossido di manganese per il nero e le sfumature di grigio, e i composti del ferro per i gialli, le gradazioni di rosso e di arancio. Per ottenere contemporaneamente tutte le colorazioni era sufficiente una sola cottura di tipo ossidante a circa 850-900°.

3 Particolare di lastra dipinta con motivo a scacchiera con 4 colori

Quasi tutte le lastre sono alte 120-130 cm e larghe 72-80 cm; i disegni sono conclusi per quanto possibile sulla stessa lastra, ma in alcuni casi sono come divisi in mattonelle, assemblate in un secondo tempo. Le lastre ci restituiscono un repertorio di temi cari all’immaginario degli aristocratici etruschi, a partire da alcuni miti greci, che a volte si distaccano dalle iconografie tradizionali perché rivisti in chiave ideologica.

Tra i numerosi frammenti di terracotta dipinta recuperati a Ginevra nel 2016, sono state restaurate e riassemblate scene delle celebri fatiche di Ercole, facenti parte di una serie di lastre databili agli inizi del V secolo a.C.

Sono state riconosciute le scene relative a Ercole e il leone Nemeo, Ercole con l’Idra di Lerna e Ercole e la cerva di Cerinea, mentre altri temi mitici sono rappresentati in modo più approssimativo su altre lastre che provengono tutte dallo stesso sequestro.

4 Lastre con tre fatiche di Ercole

Una delle recentissime acquisizioni da parte del TPC, esposta qui per la prima volta, è molto simile a quella delle fatiche di Ercole, come appare dalla cornice superiore che farebbe pensare allo stesso contesto; in un frammento in alto si vede un piede rovesciato, che fa venire in mente il mito di Ercole contro i Cercopi, due fratelli imbroglioni che, essendo stati catturati dall’eroe greco, sono stati raffigurati mentre lui li afferra per i piedi e li tiene a testa in giù (in particolare in una metopa dell’Heraion alla foce del Sele).

5 Frammenti di lastra con Ercole e i Cercopi

Molto probabilmente questa scena doveva far parte, come le altre, di un tempio dedicato a Ercole, forse quello che a Cerveteri è stato individuato nella località Sant’Antonio.

Quello di Ginevra è stato uno dei recuperi di opere d’arte più significativi degli ultimi decenni per la quantità e soprattutto per la rarità dei reperti, che gettano nuova luce su Caere, restituendole il suo primato culturale e artistico tra le città dell’Etruria e il suo ruolo di ponte privilegiato con i Greci e con le genti del Mediterraneo orientale. C’è da credere che in questo luogo i miti greci fossero di casa, raccontati da aedi e raffigurati da artisti ellenici e in seguito da artigiani locali. Ricordiamo, a questo proposito, che proprio a Pyrgi era stato raffigurato un episodio mitico dei Sette contro Tebe, reso celebre da Eschilo nella sua omonima tragedia, nel rilievo frontonale di un tempio, ora conservato nel Museo nazionale etrusco di Villa Giulia.

Quasi contemporaneamente al rientro in Italia dei reperti ceretani dalla Svizzera, è stato sottoscritto a Roma, nel 2016, un accordo di cooperazione culturale con la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen, che ha portato alla restituzione dalla Danimarca all’Italia di numerosi reperti, tra cui una serie di 110 frammenti di lastre dipinte.

Ricordiamo pure, nel 2019, il sequestro di quattro lastre frammentarie di terracotta dipinta, effettuato nel territorio di Cerveteri dalla Guardia di Finanza, prima che i reperti potessero essere espatriati.

6 Lastra con Pentesilea e Achille

All’epoca i dipinti erano molto anneriti e pertanto incomprensibili, ma dopo il restauro ci si è resi conto che le terrecotte rappresentano temi mitici e altri religiosi. La lastra più bella è quella di Pentesilea, la mitica regina delle Amazzoni, che si lancia senza scudo contro Achille. La spada di lei è rossa di sangue, perché ha già combattuto, mentre quella di Achille è ancora bianca.

Questa lastra (detta A) è particolarmente interessante perché di norma l’eroina è raffigurata morente, mentre in questo caso non è ancora perdente, anzi è nel pieno della lotta. Proprio per questo motivo “siamo quasi certi che questa pittura l’ha fatta un etrusco e non un greco”, afferma Rossella Zaccagnini. Il suo volto di guerriera è stato scelto per la locandina della mostra, volendo forse ribadire l’alto grado di emancipazione, libertà e autonomia di cui godevano le donne etrusche, che non si limitavano a essere custodi del focolare domestico, ma prendevano legittimamente parte alla vita pubblica.

Un’altra mitica eroina armata di arco, impegnata in una gara di corsa contro un avversario biondo, che brandisce un ramo, è raffigurata nella lastra B. Potrebbe trattarsi della sfida tra la cacciatrice Atalanta, che era velocissima nella corsa, e Ippomene (detto anche Melanione), che sarebbe diventato suo marito, dopo aver vinto la gara grazie all’espediente di gettare dei pomi d’oro, che lei avrebbe raccolto, perdendo così del tempo.

7 Lastra B con Atalanta e Ippomene (?)
8 Lastra C con Ermes

La lastra C è meno conservata nella parte superiore, tuttavia si riconosce il messaggero degli dei Ermes (in etrusco Turms), dalle ricche ali e dai calzari alati, che scorta una donna in atto di svelarsi: forse una dea che faceva parte di un quadro con il Giudizio di Paride.

La lastra D, infine, dovrebbe raffigurare una scena rituale etrusca, ovvero una coppia di aruspici, esperti nell’interpretazione della volontà degli dèi. L’uomo a sinistra è raffigurato a piedi nudi, con il lituo (bastone cerimoniale) e con il dito puntato, mentre l’altro si volta all’indietro, con i piedi stranamente disposti al contrario di come dovrebbero essere, forse perché opera di un artigiano meno esperto, probabilmente un allievo di quello che ha dipinto la prima figura.

9 Lastra con aruspici etruschi
10 Lastra con il mito della dea nuda

Dalla Ny Carlsberg Glyptotek proviene una lastra molto rovinata, ma che è di grande interesse per una rarissima raffigurazione della “dea nuda”: in realtà una giovane donna vista da dietro, vestita solo di un velo trasparente e di un diadema dal quale i capelli ricadono sulle spalle. La donna tocca con la mano destra un giovane coperto da un chitone e armato di lancia, mentre alle spalle della donna è una figura femminile con un panno arrotolato, forse il vestito della donna nuda.

Probabilmente in questa scena si fa riferimento non ad Afrodite, che è l’unica dea raffigurata di norma nuda, ma a uno dei due miti relativi a cacciatori che spiarono la nudità di una dea vergine. Il più noto è quello di Atteone, che, dopo aver visto Artemide nuda, venne da lei trasformato in cervo e fatto sbranare dai suoi stessi cani da caccia, mito ricordato in mostra anche da un imponente ma frammentario altorilievo frontonale in terracotta, sequestrato dai carabinieri a Campione d’Italia.

11 Rilievo frontonale con Atteone e un suo compagno

L’altro mito è relativo a Tiresia, che venne reso cieco da Atena, sempre per averla spiata al bagno, anche se poi la dea della Sapienza gli diede il dono della profezia. Questa attribuzione potrebbe essere la più attendibile, perché sembra di cogliervi il riferimento alla nascita della “chiaroveggenza”, che tanta importanza aveva nel mondo etrusco.

Una lastra dipinta con una scena di danza è stata recuperata nell’ambito di un’operazione condotta nel 2023 dal TPC in collaborazione con il Manhattan District Attorney’s Office di New York. Viene datata agli ultimi decenni del VI secolo a.C. e raffigura due giovani in movimento, uno dei quali tiene in mano una foglia di palma; potrebbe riferirsi forse alla danza delle gru (detta Geranos), in riferimento al mito di Teseo a Delo. Un’altra lastra recuperata nella stessa operazione raffigura un giovane nell’atto di bere da una grande coppa vicino ad una palma, che fa pure pensare a feste legate ad Apollo.

12 Lastra con scena di danza
13 Lastra con giovane che beve

Un’altra novità ancora è data da una coppia di lastre di terracotta dipinte con una scena equestre, recuperate nell’Operazione Fenice, in collaborazione con la polizia di Bruxelles, nel 2025.

Le due lastre, databili agli ultimi decenni del VI secolo a.C., erano originariamente adiacenti e conservano porzioni frammentarie della medesima scena figurata, che prosegue senza soluzione di continuità da un elemento all’altro. La cornice superiore è decorata da un meandro e da metope con asterischi (fiori-stelle) e altri motivi, abbastanza simili a quelli che si ritrovano nelle lastre recuperate nel 2023.

Nel campo figurativo compaiono un giovane e due cavalli alati: il personaggio, rivolto verso destra, solleva la mano sinistra e trattiene con la destra la briglia di un cavallo impennato, mentre alle sue spalle è raffigurato un secondo animale, caratterizzato da una ricca bardatura. Nella didascalia si legge che “la scena è stata ipoteticamente riferita al tiro di cavalli divini donato da Poseidone a Pelope in vista della gara contro Enomao”.

14 Lastra frammentaria con scena equestre

Secondo l’etruscologo Daniele Federico Maras, direttore del Museo archeologico di Firenze, la presenza di fumo sopra il personaggio che regge i cavalli potrebbe rappresentare un miasma che esce dal sottosuolo: cosa che fa pensare all’oracolo di Apollo a Delfi; quindi questa raffigurazione potrebbe riguardare i giochi delfici, mentre le altre lastre potrebbero alludere, come già detto, a feste che si tenevano a Delo. Se così fosse, dovremmo pensare che due officine diverse avessero lavorato a un tempio di Apollo a Cerveteri: tempio che potrebbe essere idealmente localizzato nel luogo dove furono uccisi dai ceretani i prigionieri focesi catturati nella battaglia navale di Alalia (540 a.C.). Sappiamo, infatti, che la brutale uccisione dei prigionieri di guerra, contraria alle norme dell’epoca, venne fatta espiare da Apollo ai ceretani con l’istituzione di grandiosi sacrifici funebri e agoni e con l’erezione di un padiglione sacro (thesauros) all’interno del santuario panellenico di Delfi, e si potrebbe, pertanto, pensare anche a un tempio eretto nella città etrusca.

15 Un focus espositivo della mostra I colori che ritornano

Il corpus delle lastre di Cerveteri riunite nell’Antiquarium del castello per questa esposizione è stato ordinato in base al tema: oltre ai dipinti con scene mitologiche, sono stati identificati temi coreutico-musicali, simposiaci, atletico-sportivi, militari e rituali, come nella contemporanea pittura parietale e vascolare (è esposto, tra le altre cose, anche un cratere attico del celebre ceramista Eufronio), che testimoniano la varietà e la vivacità della pittura nei luoghi di rappresentanza degli Etruschi.

Nica FIORI  Roma, 4 Ottobre 2026

Info:

https://sabapviterboetruria.cultura.it/