L’indovino di Mouna Rebeiz a Villa Giulia. Una mostra sui Tarocchi in dialogo con l’arte divinatoria etrusca (fino al 29 novembre)

di Nica FIORI

Sempre più spesso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia si apre all’arte contemporanea, ospitando esposizioni che instaurano un dialogo con le collezioni permanenti e con le spettacolari architetture della villa cinquecentesca di papa Giulio III.

Fino al 29 novembre 2026 il museo ospita la mostra L’indovino di Mouna Rebeiz, a cura di Roberta Semeraro, dedicata ai Tarocchi, e più in generale all’arte divinatoria. Si tratta di una complessa installazione, presentata alla Biennale di Venezia del 2022 e ripensata ad hoc per questa esposizione romana, che ha come componente principale una serie di 22 grandi pannelli raffiguranti gli Arcani Maggiori dei Tarocchi, ispirati a quelli di Marsiglia. Queste figure, essendo dipinte su superfici specchianti, sembrano voler interagire direttamente con il visitatore, suggerendo un percorso di conoscenza interiore.

1 Mouna Rebeiz, pannelli con Arcani maggiori

La pittrice libanese-canadese Mouna Rebeiz, animata da un profondo interesse per la psicologia e da una spiccata sensibilità visionaria, reinterpreta immagini e temi della tradizione attraverso una complessa trama di simboli, allusioni e rimandi, restituendoli al pubblico in una prospettiva nuova e personale. L’ironia che caratterizza il suo approccio alla realtà si manifesta nella giocosa contrapposizione tra classicismo e arte popolare, come pure tra sacro e profano. A volte riprende la pittura di celebri artisti che l’hanno preceduta, come nel caso del Ritratto del doge Leonardo Loredan di Giovanni Bellini, cui si ispira per l’arcano del Papa (Le Pape), o delle Tre Grazie di Lucas Cranach il Vecchio nell’Innamorato (L’Amoureux); altre volte si rifà a immagini relative al mondo attuale, come nel caso della scatoletta di un latte in polvere per l’infanzia nel Bagatto (Le Bateleur).

2 Mouna Rebeiz, pannello con il Bagatto
3 Mouna Rebeiz, pannello con il Papa
4 Mouna Rebeiz, pannello con l’Innamorato

Alle sue opere pittoriche sono spesso accostati i pezzi di un puzzle in materiale acrilico trasparente, e a volte colorato, che nel contesto di villa Giulia sono inseriti nella sala semicircolare della dimora papale, dove sono esposti i pannelli dei Tarocchi, come pure nel ninfeo e nel giardino, alludendo all’apparente solidità di certe strutture mentali che sembrano certezze, e che invece crollano mettendo a nudo le illusioni umane.

5 Mouna Rebeiz, installazione nella sala interna del ninfeo

La mostra, concepita tra la globalizzazione dell’Intelligenza Artificiale e l’esoterismo, trae spunto in parte dal famoso affresco del Gioco dei tarocchi del 1445 nella Sala dei Giochi di Palazzo Borromeo a Milano, dove compaiono cinque personaggi intenti a giocare a carte, tra i quali spicca una figura femminile dal copricapo simile a un’aureola, che è stata interpretata come un’indovina. Dalla sua testa sembra formarsi un albero della vita, non diversamente da raffigurazioni antiche di sapienti e indovini della mitologia greca.

L’input, però, è dovuto soprattutto alla figura dell’aruspice etrusco Spurinna, del quale parla William Shakespeare nella sua tragedia Giulio Cesare, rifacendosi a un passo di Svetonio.

Se Cesare avesse dato ascolto all’indovino, che lo consigliava di non recarsi al Senato nel fatidico giorno delle Idi di marzo del 44 a.C., la storia sarebbe andata diversamente.

Proprio il legame con la tradizione divinatoria etrusca ha spinto la curatrice Semeraro a portare il progetto a Roma, nell’importante museo che conserva testimonianze e reperti legati alle pratiche degli aruspici e degli indovini, e che da poco si è arricchito degli affreschi della tomba François di Vulci, dove appaiono anche due veggenti della mitologia greca, Cassandra e Anfiarao, insieme a riferimenti alla pratica dell’ornitomanzia, cioè la previsione del futuro attraverso l’osservazione del volo degli uccelli.

6 Un affresco nella Tomba François

L’interpretazione del volo era affidata agli àuguri, soprattutto quando si doveva fondare una città (e infatti da loro deriva il verbo “inaugurare”), mentre gli aruspici cercavano di predire il futuro analizzando gli organi interni di animali, dei quali venivano presi in considerazione le dimensioni, la forma, il colore e i segni che presentavano. Il fegato e la bile delle pecore meglio si prestavano a tale esame perché, secondo concezioni che si ritrovano anche in ambiente ittita e babilonese, erano soggetti a modificarsi per azione soprannaturale, interpretabile secondo regole fisse (per esempio un colore troppo scuro era un indizio nefasto, mentre un accrescimento eccezionale del fegato era da considerarsi altamente favorevole). Venivano analizzati anche i prodigi, le nascite mostruose o i fenomeni meteorologici anormali. Grande importanza, infine, avevano i fulmini, che costituivano una classe di fenomeni a parte e che erano oggetto di uno studio accurato secondo la frequenza, la precisa regione del cielo nella quale comparivano e i loro effetti materiali. Per gli Etruschi, in effetti, il mondo divino e quello umano erano intimamente collegati tra loro, secondo un principio di partecipazione mistica assai vicino alla mentalità dei popoli primitivi.

La direttrice del Museo Nazionale Etrusco Luana Toniolo ha dichiarato:

“Le opere di Mouna Rebeiz attraversano il tempo confrontandosi con un tema universale che accompagna l’umanità fin dalle origini: il rapporto con il divino e il destino dei singoli. Come gli antichi segni affidati dagli Etruschi al rito, all’arte e all’interpretazione del mondo invisibile, gli arcani evocati dall’artista aprono uno spazio di contemplazione in cui passato e presente si riflettono l’uno nell’altro. L’opera invita lo spettatore a percorrere un cammino in cui ogni simbolo, ieri come oggi, non offre risposte definitive, ma genera domande che attraversano il tempo”.

Tra gli Arcani Maggiori dipinti dall’artista, viene data grande importanza al quattordicesimo, ovvero la Temperanza (La Tempérance), nell’installazione ospitata nel ninfeo di villa Giulia, il capolavoro architettonico di Bartolomeo Ammannati caratterizzato da mosaici antichi, dalle personificazioni del Tevere e dell’Arno e da splendide cariatidi in marmo che esaltano la presenza dell’Acqua Vergine, il cui acquedotto, o meglio un suo ramo, passa proprio sotto la villa. La figura della Temperanza, che rappresenta equilibrio, moderazione, pazienza e armonia, è quella di una donna nuda che travasa dell’acqua, con alle spalle l’albero della vita, il cui simbolismo appare già nel mondo egizio, quando con le sue ramificazioni alludeva alla foce del Nilo che portava l’acqua, e quindi la prosperità, alle regioni del delta.

7 Ninfeo di Villa Giulia
8 Mouna Rebeiz, pannello con la Temperanza

Nel XII e XIII secolo, nella Cabala ebraica, i sentieri dell’albero della vita che compongono una mappa mistica per comprendere la verità sono 22, così come gli Arcani Maggiori dei Tarocchi; 22 sono anche le lettere dell’alfabeto ebraico attraverso le quali il divino si manifesta e dialoga con gli umani, così come avviene per la scultura trasparente a forma di totem di Mouna Rebeiz, che introduce il percorso di lettura dei suoi Tarocchi.

Con l’intento di sottolineare che gli alberi parlano a chi li sa comprendere, l’artista ha inserito nel totem una frase tratta da I Fiori del male di Charles Baudelaire:

“La Natura è un tempio dove colonne vive lasciano a volte uscire confuse parole; l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli che l’osservano con sguardi familiari”.

Il gioco dei tarocchi, che risale alla metà del XV secolo, raggiunse un grande successo nel XVIII secolo, quando si diffuse la tipologia dei Tarocchi di Marsiglia, ancora oggi quelli più utilizzati.

Verso la metà dell’Ottocento i tarocchi vennero considerati più per le loro qualità divinatorie che per l’aspetto ludico e nel secolo scorso, con l’avvento della psicanalisi, divennero un percorso di riappropriazione del sé.

Ai giorni nostri si sta sempre più assistendo al recupero della tradizione sapienziale magico-esoterica e anche la cartomanzia è ritornata a essere una pratica per predire il futuro, con una riflessione personale sulle proprie potenzialità e fragilità. La divinazione tramite i tarocchi è probabilmente una grande illusione, ma anche una grandiosa metafora della vita e col suo parlar figurato, attraverso immagini ambigue e complesse, cerca di realizzare quelle corrispondenze, quelle concordanze e simmetrie che forse permettono, a chi ci crede, di vivere meglio, in armonia con la natura.

I visitatori della mostra, avvicinandosi agli elementi colorati del muro di puzzle dell’installazione interattiva inserita nella sala semicircolare, possono scegliere casualmente le loro carte, che rispondono alle stesse quattro domande sulle quali gli uomini s’interrogano da secoli e secoli: amore, soldi, lavoro e salute.

9 Installazione interattiva con puzzle

La mostra L’indovino vuole introdurre un’ulteriore domanda divenuta fondamentale in questo nuovo millennio, che riguarda l’ambiente. Con lo scopo di predire quale potrebbe essere il nostro futuro se non si fa niente per cambiarlo, Mouna Rebeiz utilizza nella sua mostra suoni tratti dalla colonna sonora del compositore greco Vangelis (1943-2022), scritta per il film Blade Runner di Ridley Scott (1982), che anticipa una visione distopica del pianeta popolato da umani e androidi.

Avendo presente la missione della NASA 2001 Mars Odyssey, Vangelis compose l’opera lirica Mythodea, che ha ispirato a Mouna Rebeiz una tela di 15 metri di lunghezza, nella quale è riproposta l’opera in tutti i suoi nove atti. La tela non è in mostra, ma sono esposti i nove bozzetti, nei quali la pittrice si allontana dall’arte figurativa per approdare a quella astratta. Ricordiamo che Marte è l’unico pianeta che potrebbe aver ospitato qualche forma microbica di vita, poiché nel passato era bagnato da oceani di acqua poi confluiti al suo interno. Proprio per questo la NASA ha intensificato le missioni sul Pianeta Rosso, eventualmente destinato ad accogliere gli umani qualora la Terra non fosse più abitabile.

10 Mouna Rebeiz, bozzetti per Vangelis Mythodea, 2017

Tra le altre opere pensate per il Museo nazionale etrusco, un’installazione realizzata con i soliti puzzle in acrilico è stata collocata nel giardino di sinistra (rispetto a quello centrale detto del Ninfeo) della villa: è ispirata al celebre Fegato di Piacenza, un bronzo etrusco del III-II secolo a.C., usato dagli aruspici per formulare i loro auspici. Quest’oggetto, del quale Villa Giulia possiede una copia, era considerato una proiezione del templum celeste, cioè dello spazio circoscritto del cielo in cui si manifestano i segni della volontà divina, e pertanto è suddiviso in tante sezioni che accolgono le diverse divinità.

11 Mouna Rebeiz, installazione ispirata al Fegato di Piacenza

Completa l’esposizione un bel dipinto che sembra riprendere nei colori le stesse tonalità dell’antica ceramica vascolare a figure rosse presente nel museo.

Mouna Rebeiz, Les Plaisirs Démodés (2014, olio su tela, 230 x 175 cm)

L’opera, intitolata Les Plaisirs Démodés (2014, olio su tela, 230 x 175 cm), proviene dalla mostra di Mouna Rebeiz “Le tarbouche. Quando un accessorio diventa simbolo” (ospitata dal 20 maggio all’8 novembre 2026 nel Museo di Palazzo Mocenigo a Venezia).

La donna nuda al centro del dipinto, in evidente stato di gravidanza, sorregge tra le mani il tipico cappello indossato dagli uomini nel Medio Oriente (chiamato tarbouche) ed è raffigurata nella stessa posizione della personificazione della Libertà che guida il popolo, nel celebre dipinto del 1830 di Eugène Delacroix, come allusione all’origine matriarcale della nostra società, e nella sede di villa Giulia vuole ricordare, in particolare, lo stato di libertà ed emancipazione culturale di cui godevano le donne nella civiltà etrusca.

Nica FIORI  Roma 27 Settembre 2026

“L’indovino di Mouna Rebeiz”

Dal 16 settembre al 29 novembre 2026

Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Piazzale di Villa Giulia, 9 Roma

Orario: da martedì a domenica ore 8,30 – 19,30 (ultimo ingresso ore 18,30)

Biglietto: intero € 13, ridotto € 2

Per info:

tel. 06 3226571; www.museoetru.it