di Silvana LAZZARINO
Angela Terlizzi e il libro “Una linea alla volta”.
I segni lasciati da bruciature ustioni, come quelli causati dalle chemioterapie, da interventi al seno rappresentano ferite che non sempre sono facili da accogliere e fare proprie.
L’arte della dermo-pigmentazione nelle mani della professionista Angela Terlizzi diventa sentiero che cura, volto a restituire quell’armonia e benessere fisico ed emozionale, spesso messo in crisi in seguito proprio a quelle cicatrici che molte donne portano sulla propria pelle ad indicare il loro vissuto di dolore e coraggio, paura e speranza.

Angela Terlizzi, ha il dono di disegnare la bellezza là dove la vita l’ha ferita, portando in essere quella luce che mai si è spenta in quello sguardo di donne che hanno lottato spinte dall’ amore per la vita e per se stesse.
Le linee che definisce e incide sulla pelle Angela Terlizzi intervenendo nella ricostruzione dell’areola o nella correzione delle cicatrici, sono un gesto in cui ritrovare memoria, cura e rinascita poiché ci si prende cura per tornare ad essere nell’armonia di sé senza dimenticare quanto vissuto. La pelle torna a rivivere nuova vita a respirare nuovi orizzonti di speranza grazie alla dermopigmentazione in oncologia che non attiene alla sfera di un semplice intervento estetico: ma diventa un modo di restituire alla persona la propria immagine, il proprio confine, la propria storia.
Come afferma la stessa Angela Terlizzi
“la pelle torna a parlare una lingua di speranza. È come se, toccando il segno di una ferita, potessimo trasformarlo in un simbolo di forza”
e quando il colore incontra la pelle accade una sorta di magia poiché si avverte un cambiamento.
La dermopigmentazione che richiede preparazione approfondita della materia e una sensibilità spiccata sotto il profilo umano, diventa una forma di arte curativa e intima, una medicina per l’anima, Così nel lavoro di Angela sono importanti oltre alla tecnica anche l’ascolto, la presenza e l’empatia per accompagnare tante donne a sorridere ritrovando la forza per guardarsi con rispetto. Il suo libro “Una linea alla volta. Il mio viaggio nella dermopigmentazione tra bellezza, identità e guarigione”, che già sta avendo grande successo, intende sottolineare il valore di questa professione spesso fraintesa, ma che si sta rivelando umana. Queste le sue parole:
“Ho voluto mostrare come, attraverso una linea, si possa restituire dignità, come il colore possa diventare una carezza, e come la pelle, la nostra prima casa, possa raccontare la storia più autentica di tutte: quella della rinascita “.
Intervista ad Angela Terlizzi
a cura di Silvana Lazzarino
- Ti occupi di dermopigmentazione: una professione che richiede competenza nella disciplina e attenzione sul piano tecnico nell’esecuzione del trattamento. Di cosa si tratta?
La dermopigmentazione è un linguaggio sottile che si esprime attraverso la pelle. È una disciplina tecnico artistica che richiede studio, rigore e la capacità di ascoltare ciò che la persona porta con sé. Consiste nell’inserire pigmenti negli strati più superficiali del derma con strumenti specifici e protocolli precisi, ma va oltre il semplice gesto tecnico. È un modo per ricostruire, armonizzare, restituire forma quando qualcosa è stato perduto, oppure per valorizzare ciò che già esiste. Ogni trattamento nasce dall’incontro tra conoscenza anatomica, sensibilità estetica e rispetto profondo per la storia che ogni pelle custodisce.
Distinguiamo dermopigmentazione estetica (sopracciglia, eyeliner, labbra) da quella paramedicale ( repigmentazione areola post mastectomia, copertura cicatrici, lavori su alopecia e su vitiligine).
- Cosa ti ha spinto a dedicarti a questa professione e come hai iniziato?

Sono sempre stata attratta dalla bellezza, ma sono cresciuta in un tempo in cui si diceva di scegliere un lavoro sicuro e mettere da parte ciò che il cuore desiderava. Così ho seguito studi che nulla avevano a che fare con il mio mondo interiore e per molti anni ho lavorato tra numeri, norme e politica al Ministero dell’economia. Poi la vita ha compiuto uno dei suoi gesti inattesi. Durante la mia quarta gravidanza un’amica mi propose di partecipare a un corso di trucco permanente perché mancava una persona per attivarlo. Accettai senza immaginare che quella porta socchiusa avrebbe cambiato tutto.
In quel corso scoprii un universo che non conoscevo. Capii che non si trattava soltanto di una tecnica estetica ma di uno strumento capace di portare beneficio reale, soprattutto in ambito medico. Questa consapevolezza mi spinse a trasferirmi in America per studiare in modo approfondito e formarmi ovunque mi fosse possibile. Quando rientrai in Italia nel 2010, tra le poche ad aver già una preparazione solida, iniziai subito a collaborare con breast unit, centri per ustionati e medici estetici. Lì compresi che questa professione univa la mia indole creativa al desiderio di essere utile agli altri.
Lasciai il Ministero con una scelta che molti avrebbero definito rischiosa, ma che per me era un atto di fedeltà verso me stessa. Da allora mi dedico con impegno e amore a questa vocazione che ogni giorno continua a sorprendermi.
- Come può questa tecnica aiutare le persone, in particolare le donne a ritrovare fiducia e a piacersi nuovamente?
La dermopigmentazione può essere un ponte tra ciò che una persona ha vissuto e ciò che desidera tornare a sentire. Nella sua forma estetica aiuta a ritrovare armonia nei lineamenti, ma è nella dermopigmentazione medica che rivela tutta la sua forza. La ricostruzione dell’areola dopo una mastectomia, così come la copertura di cicatrici o discromie, offre un sostegno profondo: restituisce un’immagine di sé più integra, più vicina a quella che la donna ricorda o desidera riabbracciare.Quando la pelle porta i segni di una malattia o di un intervento, ogni tratto ricreato diventa un gesto di riparazione. La persona non cancella ciò che ha attraversato, ma lo ricolloca, lo rende meno dominante. Ritrovare proporzioni, colori e forme familiari può trasformarsi in un momento di liberazione interiore. Spesso lo vedo nello sguardo che cambia appena la donna si osserva, come se il corpo tornasse a essere un luogo abitabile e non più un territorio estraneo. In quel riconoscersi riaffiora la fiducia, e con essa il piacere di rivedersi nella propria armonia.
- Curando le cicatrici fisiche e di conseguenza emotive, attraverso la dermopigmentazione, quanto è importante l’ascolto e l’empatia verso le clienti?
L’ascolto è il primo gesto del mio lavoro, ancora prima che la mano tocchi la pelle. Chi arriva da me spesso porta una storia che non si vede ma che pesa più di qualsiasi segno fisico. La cicatrice è solo la parte esposta, sotto c’è un percorso fatto di paura, forza, resistenza, a volte perdita. Per questo l’empatia non è un accessorio, è una necessità. Osservare, comprendere, accogliere il vissuto della persona permette di creare un trattamento che non sia solo tecnico ma profondamente rispettoso. La dermopigmentazione diventa così un atto di cura completa. Non ricreo soltanto un’areola o armonizzo una cicatrice, accompagno la cliente nel momento in cui torna a guardarsi con meno diffidenza e più gentilezza. È in quello spazio sicuro, fatto di ascolto autentico, che nasce la trasformazione.
- Come ti senti nel restituire fiducia alle donne che vengono da te?
Mi sento parte di un passaggio delicato, come se per un istante mi fosse affidata una responsabilità preziosa. Quando una donna si siede davanti a me porta con sé coraggio, aspettative, a volte timore. Restituirle fiducia non è un gesto che appartiene solo al risultato finale, ma al percorso che facciamo insieme. È un onore assistere al momento in cui lo sguardo cambia e si addolcisce, quando il corpo torna a essere riconosciuto come proprio. Ogni volta provo gratitudine. Non per ciò che realizzo tecnicamente, ma per la possibilità di assistere a una rinascita silenziosa. Sapere di aver contribuito anche solo in parte a quel ritorno verso sé stesse mi ricorda perché ho scelto questa strada e perché continuo a percorrerla con la stessa cura di sempre.
- Nel tuo libro “Una linea alla volta” racconti il tuo percorso professionale con testimonianze di donne che hanno beneficiato della tua “arte” che cura. Come è nato questo libro?
È nato come nasce qualcosa che per molto tempo resta in silenzio dentro di noi, finché un giorno sente il bisogno di prendere forma. Dopo anni di lavoro a contatto con donne che hanno attraversato malattia, trasformazioni profonde, ferite visibili e invisibili, mi sono resa conto che il mio mestiere non era fatto solo di tecnica. Era fatto di storie. Di mani che tremavano prima di specchiarsi, di voci che si spezzavano, di sorrisi che tornavano piano. Tutto questo meritava di essere custodito.
A un certo punto ho sentito che quelle esperienze non potevano restare chiuse nella mia memoria. Volevo che diventassero un filo capace di unire, di far sentire meno sole altre donne che stavano attraversando gli stessi passaggi. Così ho iniziato a scrivere, “una linea alla volta”, con la stessa delicatezza che uso sulla pelle. Il libro è nato da questo gesto semplice. Dall’urgenza di raccontare che la cura può assumere molte forme e che, a volte, un segno tracciato con amore può diventare una porta verso sé stesse.
- In queste pagine parli di donne che hanno attraversato esperienze difficili e che hanno trovato nella tua arte un modo per recuperare la propria autenticità. In che modo metti a proprio agio le tue clienti così da farle sentire libere di esprimere le proprie emozioni e preoccupazioni?
Creo uno spazio che non ha fretta. È il primo passo. Quando una donna arriva da me non la accolgo solo come una cliente, ma come una persona che porta un vissuto complesso, a volte ancora fragile. L’ambiente, il tono della voce, il ritmo della conversazione sono parte della cura quanto la tecnica che utilizzerò più avanti. Lascio che sia lei a dettare il tempo. La invito a raccontarsi, se desidera farlo, senza mai forzare. Ascolto ciò che dice e ciò che tace, perché spesso sono i silenzi a rivelare il bisogno più profondo. Le spiego ogni passaggio con chiarezza, così che nulla sembri sconosciuto o minaccioso. La trasparenza genera fiducia e la fiducia apre lo spazio alle emozioni.
Quando una donna percepisce che è vista e accolta senza giudizio, si lascia andare. È allora che posso davvero entrare in sintonia con la sua sensibilità, comprendere le sue paure e tradurre tutto questo in un trattamento che rispetti il suo percorso. Metterla a suo agio non significa soltanto rassicurarla. Significa creare un luogo in cui possa sentirsi libera di essere esattamente ciò che è, con la forza e la vulnerabilità che porta con sé. Solo così la mia arte può diventare un ponte verso la sua autenticità ritrovata.
- Vi è un momento particolare del tuo lavoro dove ti senti maggiormente gratificata e quindi soddisfatta dell’operato?
C’è un momento del mio lavoro che porto nel cuore più di ogni altro. È quando ricostruisco un’areola dopo una mastectomia. In quell’istante avverto che ciò che faccio non riguarda più solo la pelle, ma un frammento di identità che torna al suo posto. È un gesto che ha il peso delicato dei simboli. Una donna riacquista qualcosa che la malattia aveva tolto e nello specchio ritrova un’immagine più vicina a sé. Questo passaggio per me ha un significato ancora più profondo perché anch’io ho affrontato un tumore al seno. So cosa significa convivere con la paura, con i segni che restano, con quel senso di sospensione che cambia il modo in cui ci si percepisce. Forse è proprio questa esperienza personale che mi rende ancora più attenta, più presente, più grata per ogni tratto che posso restituire.
La gratificazione arriva quando vedo negli occhi di una donna quel respiro che si scioglie, quel sollievo che non ha bisogno di parole. È lì che sento di aver fatto la differenza. Non perché ho eseguito un trattamento impeccabile, ma perché insieme abbiamo cucito un piccolo pezzo di interezza.
- Nella tua professione dedicata alla dermopigmentazione si va oltre l’aspetto legato alla ricerca della bellezza. Cosa accade quando ti viene chiesto di portare quell’armonia in chi fisicamente si sente a disagio per cicatrici profonde e visibili o cambiamenti fisici non piacevoli dovuti alle cure oncologiche o traumi causati da ustioni?
Quando mi viene chiesto di intervenire su una cicatrice profonda, su un corpo cambiato dalle cure oncologiche o segnato da un’ustione, so che non sto lavorando solo su un’inestetismo. Sto incontrando una storia. La pelle, in questi casi, diventa il luogo dove si è depositato un dolore che spesso non trova parole, e portare armonia lì significa agire con una delicatezza che va ben oltre la tecnica.
Prima di tutto ascolto. Ogni segno ha un’origine, un’emozione che lo accompagna, un tempo che lo ha reso parte del vissuto. Quando la persona si affida a me, capisco che in quella richiesta c’è il desiderio di sentirsi di nuovo nella propria interezza, di non essere più definita dalla ferita ma dalla vita che continua.
La dermopigmentazione, applicata in questi contesti, è come un filo che ricuce. Non cancella il passato, ma ne attenua l’impatto, restituendo proporzioni e colori che riportano equilibrio. Quando armonizzo una cicatrice chirurgica, quando ricreo un’areola dopo una mastectomia o quando lavoro sulla pelle di una donna ustionata, sento di accompagnarla nel tratto finale di un percorso difficile. È come restituirle un frammento di normalità che sembrava irraggiungibile.
Accade qualcosa di profondo. La persona torna a specchiarsi senza il peso di quella ferita che la precedeva, e quello sguardo nuovo è la parte più preziosa del mio lavoro. È un momento che parla di coraggio, di resilienza e della possibilità di sentirsi di nuovo in armonia con il proprio corpo, anche dopo una frattura così grande.
- Puoi dirmi, se vuoi, in quale struttura o centro sanitario svolgi la tua professione?
Fino al 2019 avevo la mia Clinica del Trucco Permanente che ho chiuso per trasferirmi sei anni negli Stati Uniti per dare ai miei figli possibilità di studio e di formazione. Ora che sono rientrata in Italia ho scelto di svolgere la mia attività all’interno di una farmacia, un luogo che considero accogliente e vicino alle persone. Mi piace l’idea di operare in uno spazio che unisce cura, professionalità e quotidianità, dove chi entra può sentirsi al sicuro e trovare un ambiente sereno in cui affidarsi con tranquillità.
- Come riportato nel tuo libro, aiuti le persone a riconoscersi per se stesse, quindi ad amarsi. Puoi aggiungere una frase chiave che spinga tante altre donne a trovare fiducia e speranza a partire dall’accogliere quei segni quale punto di parenza per rinascere?
Potrei aggiungere questo pensiero che sintetizza il cuore del mio lavoro e di ciò che desidero trasmettere. Quando smettiamo di nascondere ciò che ci ha ferite e iniziamo a considerarlo parte del nostro cammino, qualcosa si scioglie. È in quel momento che le cicatrici smettono di parlare di perdita e cominciano a raccontare di rinascita, aprendo la strada a una fiducia nuova che ci permette di amarci senza riserve.
Angela, grazie par aver accettato di parlare con me riguardo il tuo libro in cui descrivi la tua professione che cura e per la quale sono necessarie preparazione, rispetto e ascolto nei riguardi della persona.
Silvana LAZZARINO Roma, 21 Dicembre 2025
