di Silvana LAZZARINO
L’opera -visibile anche dall’esterno del carcere- è stata presentata lo scorso 10 dicembre alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

In occasione del Giubileo 2025, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella la Fondazione Severino e la Fondazione Pastificio Cerere hanno presentano BENU, l’installazione site-specific e permanente dell’artista Eugenio Tibaldi, a cura di Marcello Smarrelli, che entra a far parte del patrimonio della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia “Germana Stefanini”, visibile anche dall’esterno del carcere ad offrire così un segno tangibile di rinascita e apertura verso la città.
Realizzato in collaborazione con Intesa Sanpaolo, con il patrocinio del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede e del Ministero della Giustizia, il progetto si inserisce nel solco delle numerose iniziative promosse dalle due fondazioni per portare l’arte contemporanea all’interno degli istituti penitenziari.

Frutto di un lungo percorso partecipativo cui ha preso parte lo stesso Tibaldi, dove si sono susseguiti sopraluoghi, incontri con il personale penitenziario, l’opera si è avvalsa delle esperienze di laboratori cui hanno partecipato le detenute, condotti da Tibaldi stesso, compresi momenti di ascolto finalizzati alla raccolta di storie personali, aspirazioni e desideri tradotti in forma simbolica. I workshop caratterizzati dalla pratica del disegno, linguaggio universale capace di esprimere emozioni e abbattere barriere linguistiche e sociali, hanno dato vita alla condivisione del processo creativo, entro un clima disteso grazie alla capacità di Tibaldi di manifestare empatia e comprensione.

Il bisogno di esprimere se stessi trova nell’arte un mezzo privilegiato; secondo Hegel l’arte permette di dare voce al bisogno più profondo dell’uomo: ossia di cogliere lo spirito in una’espressione esteriore. L’arte viene vista da Hegel quale “processo dialettico dello Spirito Assoluto”, attraverso cui
“l’uomo eleva la coscienza di sé da un livello sensibile (intuizione) a un livello più elevato (concetto), superando la materia e cogliendo l’universale nel particolare”.
BENU prende il nome da una creatura mitologica, un volatile dai colori sgargianti, sacro agli antichi egizi e consacrato al dio Ra, simbolo di nascita e rigenerazione, in seguito assimilato alla fenice e assunto dai cristiani quale emblema di rinascita e resurrezione.
Nell’interpretazione di Tibaldi, questa figura mitologica si trasforma in un messaggio di speranza e trasformazione, dedicato alle donne detenute per invitarle a superare i confini, fisici e simbolici, della reclusione.

Dalle testimonianze delle partecipanti sono emerse molte reazioni positive:
“Il laboratorio è stato un modo per evitare di chiudersi nella bolla e pensare che non ci sia via d’uscita”; “Non pensavo come le persone che credono nel futuro, invece così sì”; “Abbiamo capito che ogni progresso, anche il più piccolo, nasce da una scelta: quella di provarci ancora”;
mentre queste le parole dell’artista:
“è stata un’esperienza intensa che ha modificato in modo indelebile la mia visione del mondo. Nel raccogliere emozioni ed esperienze che le partecipanti hanno condiviso con me, ho sentito una forte responsabilità e la possibilità di una nuova funzione della mia ricerca artistica”.
Dai desideri e dalle necessità emerse nel dialogo con le donne della Casa Circondariale, Tibaldi ha tratto ispirazione per la creazione di BENU, un’opera d’arte site-specific e permanente, che rappresenta il punto d’arrivo di questo lungo percorso di collaborazione e crescita condivisa.
Come sottolinea Paola Severino, Presidente della Fondazione Severino, ex Ministro della Giustizia sotto il Governo Monti, ad oggi Vicepresidente della Luiss Guido Carli:
“BENU è molto più di un’opera d’arte: è il risultato di un percorso condiviso, umano e simbolico. È la dimostrazione concreta che anche all’interno del carcere si può generare bellezza, dialogo, fiducia. Le due fenici luminose che si accendono ogni sera grazie all’energia delle detenute raccontano una storia di riscatto possibile. E ci ricordano che la luce può nascere anche da qui, anche adesso, anche dal mondo dentro”.
Il curatore del progetto Marcello Smarrelli ha così evidenziato:
“In virtù del processo di co-creazione e condivisione, BENU si configura come un’opera partecipata che attinge dalle narrazioni più intime e personali delle singole detenute, tradotte, ridefinite e assemblate dall’artista in soggetti iconografici dotati di un potere evocativo plurale, capace di restituire un senso profondo di dignità, ispirando fiducia, lasciando intravedere nuove possibilità”.
Dai laboratori condotti insieme alle detenute sono nate due fenici, trasformate in spettacolari sculture luminose che svettano su aste alte più di otto metri all’interno del perimetro carcerario. Queste opere sono state posizionate con grande cura affinché potessero essere ammirate sia all’interno, sia all’esterno del carcere: un vero e proprio segnale di presenza e speranza rivolto al mondo oltre le mura.
La loro luce, tuttavia, non si accende automaticamente. Per brillare nella notte, le fenici richiedono l’energia viva e concreta delle donne detenute: durante i sopralluoghi iniziali era emerso il desiderio di poter usufruire di attrezzi per l’attività fisica, così è nata l’idea di installare delle cyclette collegate a generatori e accumulatori di energia. Attraverso lo sforzo fisico di chi sceglie di pedalare, si produce e si immagazzina l’energia necessaria a illuminare le sculture, legando così il loro splendore alla quotidianità e alla volontà delle donne, che con ogni pedalata contribuiscono a far risplendere la speranza.
Le due fenici incarnano temi ricorrenti nei dialoghi con le partecipanti: la ricerca di libertà, la forza della trasformazione, il potere dell’autoguarigione, la possibilità di rinascere. Diventano così figure simboliche, nuovi miti con cui identificarsi, immagini di speranza e motori motivazionali in un percorso di crescita e cambiamento.
Le due fenici luminose, ben visibili anche al di là delle mura del carcere, diventano un simbolo pulsante di speranza e rinascita. La loro luce attraversa i confini fisici, instaurando un dialogo silenzioso ma potente con il quartiere e con chi vive o passa vicino alla Casa Circondariale. Così, queste sculture non solo illuminano la notte, ma costruiscono un ponte immaginario che avvicina la comunità esterna al mondo interno dell’istituto, invitando tutti a riflettere sul tema della trasformazione e dell’apertura.
La realizzazione di questo progetto è stata resa possibile grazie al prezioso contributo di ARTELIA Italia S.p.A., che ha seguito con professionalità ogni fase del project management, dalla progettazione degli impianti elettrici fino alla supervisione dei lavori, garantendo che ogni dettaglio fosse curato con attenzione. Per rendere i laboratori un vero spazio creativo, CARIOCA ha fornito tutto il materiale necessario: carta, matite, colori e pennarelli, strumenti fondamentali che hanno permesso alle partecipanti di esprimere la propria fantasia e le proprie emozioni senza limiti.
A supporto dell’iniziativa si è unita anche APA – Agenzia Pubblicità Affissioni, mettendo a disposizione la propria capillare rete di impianti, sia cartacei che digitali a LED, per diffondere le immagini di BENU e delle due fenici luminose di Eugenio Tibaldi in tutta Roma. In questo modo, la storia di rinascita e speranza racchiusa nell’opera varca le mura del carcere, raggiungendo la città e invitando chiunque vi passi a lasciarsi ispirare dal potere rigenerativo dell’arte.
Silvana LAZZARINO Roma, 20 Dicembre 2025
Presentata l’opera Benu e le due Fenici
di Eugenio Tibaldi
Casa Circondariale Femminile di Rebibbia, Roma
