di Carla GUIDI
Il servizio fotografico è di Valter Sambucini

Nel giorno del settantesimo anniversario del gemellaggio tra Roma e Parigi, per la prima volta apre al pubblico il Centro della Fotografia nell’ex Mattatoio di Testaccio. Nel rimarcare l’attuarsi di un confronto ed uno scambio culturale tra consolidati modelli europei per la fotografia, una delle strutture di rigenerazione urbana più ambiziose di Roma Capitale, Il Mattatoio di Testaccio, si sta avviando a costituire la nuova “Città delle Arti”, gestito dalla Fondazione Mattatoio di Roma. Dopo un grande lavoro di ristrutturazione dell’edificio, originario di fine ‘800 e di ben 1500 mq, adesso le vecchie strutture in ghisa ed il tetto a capriate, sono state valorizzate ed integrate con efficienti impianti di illuminazione e di climatizzazione che garantiscono l’adattabilità a tutte le diverse esigenze espositive.

Come si vede dalla foto del servizio fotografico di Valter Sambucini, la struttura si sviluppa su due piani ed è in grado di ospitare, oltre ad una biblioteca con tremila volumi, anche più iniziative in contemporanea. Promosse da Roma Capitale e Fondazione Mattatoio, organizzate da Civita Mostre e Musei, segnaliamo le tre notevoli mostre inaugurali. Partner dell’iniziativa Urban Vision.
Le mostre sono accessibili al pubblico fino al 29 giugno 2026, dalle ore 12 alle 20, tutti i giorni escluso il martedì. Mattatoio-Padiglione 9D – Piazza Orazio Giustiniani, 4, Municipio I, Roma.
La prima mostra è dedicata a “Irving Penn PHOTOGRAPHS 1939 – 2007 – Capolavori dalla collezione della Maison Européenne de la Photographie, Parigi”, curata da Alessandra Mauro, Pascal Höel e Frédérique Dolivet e contemporaneamente l’esposizione: “Silvia Camporesi. C’è un tempo e un luogo”, curata da Federica Muzzarelli. Infine non manca “Campo visivo”, lo spazio dedicato ai linguaggi contemporanei, alla ricerca e alla sperimentazione, che ospita l’allestimento del progetto “Corpi reali e corpi immaginati”, curato da Daria Scolamacchia. In mostra opere di Forough Alaei, Kensuke Koike e Alix Marie.

Il Complesso museale è stato inaugurato lo scorso gennaio 2026 alla presenza dell’amministratore delegato della Fondazione Mattatoio di Roma, Umberto Marroni, della Presidente della Fondazione Manuela Veronelli, del Sindaco di Roma Capitale Roberto Gualtieri, dell’assessore alla cultura di Roma Capitale, Massimiliano Smeriglio, dell’amministratore delegato di Civita Mostre e Musei, Giorgio Sotira, del Vice President Asset Management Marco Rizza di Urban Vision Group e dei curatori delle mostre, Pascal Hoël, Head of Collections MEP, Frédérique Dolivet Deputy to Head of Collections MEP, Alessandra Mauro, Federica Muzzarelli e Daria Scolamacchia.
Ad aprire la conferenza riportiamo alcune frasi dell’intervento dell’assessore alla cultura di Roma Capitale, Massimiliano Smeriglio:
“Il Centro della Fotografia è un tassello strategico nell’ambito di uno spazio fondamentale come quello dell’ex Mattatoio, che diventerà un luogo creativo e culturale di Roma riunificato sotto la Fondazione Mattatoio di Roma. È la più grande trasformazione urbanistica e culturale negli ultimi venti anni dopo l’Auditorium Parco della Musica. Oltre la straordinaria estensione fisica del Centro, che non ha eguali, ci sono i contenuti e le ambizioni: la connessione con la formazione, la sinergia con l’università di Roma Tre e le AFAM, soggetti che sapranno dialogare con le mostre che animeranno questo spazio e restituire cultura a ricercatori, appassionati, turisti e cittadini”.
IRVING PENN – PHOTOGRAPHS 1939 – 2007

Presentata al pubblico una selezione di 109 stampe provenienti dalla prestigiosa collezione della Maison Européenne de la Photographie (MEP) di Parigi, realizzate tra il 1939 e il 2007, la collezione della MEP è il risultato di un lungo rapporto di collaborazione con l’artista. Negli anni più recenti è stato realizzato un dialogo continuo con la Irving Penn Foundation, istituzione fondata dallo stesso Irving Penn per preservare e promuovere il suo lascito artistico. La mostra è curata da Pascal Hoël, Head of Collections MEP, Frédérique Dolivet Deputy to Head of Collections MEP e Alessandra Mauro curatrice per il Centro della Fotografia di Roma, promossa da Roma Capitale e Fondazione Mattatoio e organizzata da Civita Mostre e Musei. Affermano tra l’altro i curatori della mostra:
“Ogni immagine è il risultato di lunghe riflessioni che hanno portato a composizioni senza tempo, realizzate con sofisticate tecniche di stampa. Gran parte di queste opere sono diventate icone intramontabili della storia della fotografia”.

Irving Penn (Plainfield, 1917 – New York, 2009) è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi maestri della fotografia del Novecento. La mostra, articolata in sei sezioni, offre una panoramica completa della sua opera. Nato nel 1917 a Plainfield, nel New Jersey, da genitori immigrati, Irving frequenta la Philadelphia Museum School of Industrial Arts dal 1934 al 1938 e studia con Alexey Brodovitch nel suo Design Laboratory. Dopo un periodo a New York come assistente di Brodovitch presso Harper’s Bazaar e lavori come art director, nel 1941 viaggia in Messico per dipingere. Nel 1943, il nuovo art director di Vogue, Alexander Liberman, lo assume come collaboratore. Dopo la Seconda guerra mondiale, per conto di Liberman viaggia per realizzare ritratti e servizi di moda. Penn intraprende anche un progetto personale, fotografando nel suo studio nudi femminili a distanza ravvicinata. Nel 1950, viene inviato a Parigi per fotografare le collezioni di haute couture per Vogue e lavora con una modella straordinaria di nome Lisa Fonssagrives, che sposa nel 1950.

Durante questo periodo, Penn si impegna in un progetto ispirato alla tradizione delle vecchie stampe: Small Trades. All’inizio degli anni Cinquanta, si dedica alla pubblicità. I suoi viaggi per Vogue aumentano tra il 1964 e il 1971. Dai primi anni Sessanta, si interessa alle tecniche di stampa tradizionali all’inizio degli anni Settanta crea tre importanti serie concepite per la stampa al platino: Cigarettes (1972), Street Material (1975-76) e Archaeology (1979-80). Nel 1984 una retrospettiva curata da John Szarkowski al Museum of Modern Art celebra la sua arte. La creativita di Penn fiorisce soprattutto negli ultimi decenni della sua vita. I suoi ritratti, le nature morte, le immagini di moda e di bellezza continuano ad apparire su Vogue e il suo studio si dedica a pubblicità, lavori personali, mostre e progetti editoriali. Penn muore a New York nel 2009, all’eta di 92 anni. Ancora in vita, aveva fondato la Irving Penn Foundation, nata all’interno del suo studio e ancora oggi dedita a promuovere il lascito di Penn e il suo spirito straordinario.
SILVIA CAMPORESI “C’E’ UN TEMPO E UN LUOGO”

Curata da Federica Muzzarelli il titolo trae ispirazione dal film Picnic at Hanging Rock (1975) di Peter Weir, opera cult intrisa di mistero e sospensione temporale, in cui i luoghi diventano protagonisti assoluti della narrazione, contaminati da una riflessione profonda sul concetto di frattura: tra reale e artificiale, natura e cultura, presenza e assenza, passato e presente. Come nel film, anche nelle immagini di Silvia Camporesi il tempo sembra arrestarsi e lo spazio si carica di un’energia enigmatica. I luoghi – veri, alterati, ricostruiti o immaginati – non sono mai sèmplici soggetti, ma l’esito visibile di un processo più profondo: il viaggio, l’esperienza fisica e mentale dell’artista attraverso territori geografici, storici ed emotivi.

Dichiara la curatrice Federica Muzzarelli, Professoressa Ordinaria di Storia dèlla Fotografia prèsso il Dipartimento delle Arti, Università di Bologna e coordinatrice dèl Centro di Ricerca FAF (Fotografia Arte Femminismi):
“Sono i luoghi i protagonisti indiscussi delle fotografie di Silvia Camporesi: veri, falsi, modificati, inventati, vissuti, stravolti o, invece, solo trovati. Ma questi luoghi, queste fotografie, sono il punto finale, l’esito oggettuale, di qualcosa di molto più importante e fondante per il suo lavoro di artista. Che è il percorso, l’esperienza, il viaggio attraverso e insieme a quei luoghi. Da La terza Venezia a Journey to Armenia, da Atlas Italie ad Almanacco Sentimentale e da Mirabilia all’Omaggio al Mattatoio, il lavoro di Silvia Camporesi rappresenta molto bene quella speciale e magica fusione tra l’espressione artistica e il bisogno autobiografico che la fotografia riesce a rendere in modo speciale. Un’attrazione verso quello che non sta dove dovrebbe stare, e che ti chiede di essere aiutato e sostenuto per essere reso ancora più strano e perturbante. In sostanza, quel segreto che sta dentro le cose, e che per questo non può che stare anche dentro l’anima della fotografia” .

Una mostra che invita a perdersi nei luoghi e nei loro segreti, ricordandoci che, come nella fotografia, anche nella realtà esistono spazi e momenti che sfuggono a ogni spiegazione. Trovare un tempo e un luogo quindi, per un racconto per immagini che parla di memoria, fragilità e trasformazione.
Il percorso espositivo, che si articola in cinque sezioni, riunisce cinque serie fondamentali realizzate nell’arco di quindici anni di attività: La terza Venezia, Journey to Armenia, Atlas Italiæ, Almanacco sentimentale e Mirabilia, contempla anche Omaggio al Mattatoio, opera che entrerà a far parte del neonato Archivio del Centro della Fotografia.
La mostra restituisce una visione coerente e stratificata del lavoro di Silvia Camporesi, confermandone il ruolo centrale nel panorama della fotografia contemporanea,italiana: una ricerca visiva capace di rivelare, attraverso i luoghi, ciò che resta nascosto, fragile e indicibile. La mostra è promossa da Roma Capitale e Fondazione Mattatoio e organizzata da Civita Mostre e Musei. Accompagna la mostra un catalogo a cura di Cimorelli Editore.
CORPI REALI, CORPI IMMAGINATI “Identità, appartenenza, costruzione di senso”
All’interno del nuovo centro della Fotografia, ritroviamo anche uno spazio dedicato ai linguaggi contemporanei: un osservatorio sul nostro tempo, un luogo di scoperta e riflessione sui temi che attraversano la società contemporanea. Il progetto espositivo è a cura di Daria Scolamacchia, docente di fotografia presso lo IED di Roma, che dichiara:
Con Campo Visivo, il Centro della Fotografia conferma il proprio impegno nel promuovere una riflessione aperta e contemporanea sull’immagine, intesa non solo come rappresentazione, ma come spazio di pensiero, relazione e trasformazione.
“La mostra intende proporre una riflessione su corpo e gesto attraverso materiali d’archivio, immagini documentarie e installazioni tessili. All’interno ci sono questioni legate all’identità, a processi di emancipazione e alla costruzione di senso. Nonostante la diversità di approccio e l’intenzione con cui nascono, i lavori presentati condividono una tensione comune verso la contaminazione tra pratiche e linguaggi. Il corpo diventa uno spazio di scoperta e sperimentazione”.

In questo contesto si inserisce “Today’s Curiosity” di Kensuke Koike, il primo artista presentato nello spazio: un piccolo archivio in continua evoluzione che raccoglie ciò che, giorno dopo giorno, cattura la sua attenzione. Le opere nascono da un processo di recupero e rivisitazione di materiali d’archivio e cartoline vintage. Ogni lavoro diventa così una traccia minima ma significativa di uno sguardo che cambia, anche solo impercettibilmente, nel rapporto quotidiano con il mondo.
Afferma Koike:“Non si tratta tanto di documentare gli eventi, quanto piuttosto di catturare i brevi movimenti della mia percezione” –
Kensuke Koike (Nagoya, Giappone, 1980) è un artista visivo noto per le sue manipolazioni analogiche di fotografie e cartoline d’archivio. Seguendo la regola “nothing added, nothing removed” (senza aggiungere nè togliere nulla), taglia, piega e ricompone singole immagini senza aggiungere né sottrarre materiale, trasformandole in nuovi assetti tra astrazione e surrealismo. Il suo lavoro esplora memoria, percezione e identità, destabilizzando ciò che è familiare per rivelarne possibilità inattese. Le sue composizioni offrono un controcanto lento e tattile alla velocità del digitale, invitando a ripensare la natura stessa dell’immagine fotografica.
Seconda artista presente è Alix Marie, con due opere. La prima Maman, è un’installazione composta da cinque immagini del busto della madre, stampate su un tessuto setoso e disposte lungo una struttura circolare in metallo, cava, di due metri di diametro e due metri e mezzo di altezza. L’installazione si inserisce nelle ricerche di Alix Marie sulla topologia del corpo femminile e sulla materialità della fotografia, l’opera riflette sulle ambivalenze della maternità: da un lato il desiderio di rifugio e conforto, dall’altro il senso di confinamento legato a una protezione percepita come soffocante.
Seconda opera in mostra è Stretch, che ritrae l’amica di lunga data e modella Nina Boukhrief, performer, danzatrice e attrice, le cui immagini sono stampate su tessuto in lycra. Le fotografie vengono fissate e tirate fino ai limiti del materiale, generando una distorsione che richiama le immagini digitalmente alterate e, al tempo stesso, allude allo sforzo fisico, al gesto e alla sensazione stessa dello stiramento muscolare. Entrambe le opere di Alix Marie sono una gentile concessione di Ncontemporary.

Alix Marie (1989, Bobigny, Francia) lavora con fotografia, scultura e installazione. Laureata in Fine Art al Central Saint Martins (2011) e diplomata in Fotografia al Royal College of Art di Londra (2014), nel 2017 vince il Portfolio Review Award, viene selezionata per Foam Talent e pubblica il suo primo libro d’artista, Bleu, oggi nelle collezioni della Tate Modern, del Getty Museum e del SFMoMA. Nel 2019 è candidata all’EMOP Arendt Award e riceve il Vic Odden Award della Royal Photographic Society. Ha esposto in istituzioni internazionali come Deichtorhallen (Amburgo), MBAL (Svizzera), Arter (Istanbul), Fotografiska (New York) e il Museo della Casa di Rembrandt (Amsterdam).
Un ulteriore nucleo della mostra è dedicato al lavoro di Forough Alaei, che tra il 2019 e il 2024 ha documentato la vita delle pescatrici dell’isola iraniana di Hengam, all’estremità meridionale del Golfo Persico. Qui la pesca è praticata soprattutto dalle donne, conosciute come “le figlie del mare”. Indossano veli e mascherine colorati, memoria di antiche occupazioni straniere, che le proteggono dal sole e dagli sguardi indesiderati. Pescano nel rispetto dell’ecosistema, evitando reti e pesca a strascico. Il loro lavoro sostiene le famiglie e sfida leggi e convenzioni che per decenni hanno limitato l’accesso femminile ai lavori più duri e rischiosi. Alaei trasforma i gesti quotidiani di queste donne in immagini vive e colorate di coraggio, resilienza e tradizione.

Forough Alaei (Arak, Iran, 1989) ha studiato giurisprudenza e si è dedicata alla pittura prima di iniziare a lavorare come fotogiornalista nel 2015. Il suo lavoro affronta temi sociali, con particolare attenzione alle donne iraniane, ed è nota per i reportage sulle tifose di calcio e per la copertina di Time dedicata al movimento “Donna, vita, libertà” (2022). Con il progetto New Face of Iran documenta gli stili di vita dei giovani iraniani e la loro sfida ai tabù sociali.
Carla GUIDI Roma 15 Marzo 2026
