di Maurizio BERRI
Il Caffè Greco
Dalla sua fondazione il Caffè Greco aveva dato ospitalità agli artisti di ogni nazionalità. In particolare sul finire dell’OttocentoI era diventato il luogo di ritrovo di quei pittori romani che avrebbero in seguito fondato il “Gruppo dei Venticinque della Campagna Romana”.
Tutti i giorni, pigiati nella saletta dell’Omnibus, i nostri amici passavano le serate giocando a carte, a dama, oppure, come i più impegnati tra loro (Cesare Pascarella, Diego Angeli e Vincenzo Cabianca), in lunghe partite a scacchi. Di tanto in tanto scoppiavano animate discussioni che riguardavano per lo più, la pittura, le donne o la politica.


Di politica si parlava preferibilmente quando era presente lo scultore Ettore Ferrari, convinto massone, che nel 1892 diventerà Maestro Venerabile del Grande Oriente d’Italia, per poi venire elevato nel 1895 al 33^ grado, raggiungendo così il vertice della massoneria. Non solo ma il nostro artista si era impegnato anche in politica (Consigliere Comunale ininterrottamente dal 1877 al 1907 e Deputato al Parlamento nelle file del Partito Radicale per due legislature 1882-1900). Va da sé però che le dispute più accanite riguardassero il gentil sesso, dove anche il seduttore, Onorato Carlandi, trovava pane per i suoi denti.
Le scommesse
Il 14 febbraio del 1884 era una serata uggiosa; pioveva con quella sottile pioggerellina che, alla lunga, penetrava nelle ossa. Al Caffè Greco i nostri amici si annoiavano. Erano radunati in dieci o dodici nella saletta “Omnibus”. (In futuro avrebbero tutti fatto parte del Gruppo dei XXV). Sui tavoli fiaschi e bicchieri scintillavano allegramente alla luce del gas, appena annebbiata dal fumo azzurrino delle pipe e delle sigarette.
All’improvviso si accese una discussione su quale fosse il più abile oratore dell’era moderna. Vola il nome del giovane D’Annunzio, che all’epoca aveva solo 21 anni.
“Fate presto a parlare di quel giovincello senza alcuna esperienza – tuonò Carlandi – ma nessuno parla di me che ho tenuto conferenze financo a Londra”.
“Bella forza – si intromise come al solito Pascarella – ma tu le conferenze le leggi e non sei capace di improvvisarle. Senza contare che su questa terra l’uomo è già troppo infelice per infliggergli anche il martirio di una conferenza”.
“Ma quale martirio, e poi le conferenze, per essere ben fatte, si devono leggere per non dimenticare nulla” insistette Carlandi.
“Manco per sogno – ribattette Pascarella – perchè tu non sai improvvisare come so fare io”.
“E allora provalo, fanne una tu!” gridò Carlandi “e poi con voce più alta per farsi sentire bene da tutta la comitiva, disse:
“Guarda se tu riesci a fare una conferenza improvvisando davanti ad un pubblico qualificato, sono disposto a scommettere 200 lire sul tuo fallimento”

Come d’incanto il baccano cessò. Pascarella inforcò gli occhiali per vederci meglio e, tra i due contendenti, a suggellare il patto, ci fu una stretta di mano alla presenza di quattro amici in veste di testimoni.
La conferenza doveva durare almeno tre quarti d’ora. L’argomento veniva fissato dagli amici del Caffè Greco e sarebbe stato comunicato al conferenziere soltanto tre ore prima della performance. La data venne stabilita per il 15 marzo dello stesso anno nella sala del Circolo Internazionale a Vicolo Alibert n. 2 e sarebbero stati diramati gli inviti a tutti i soci del Circolo.
Il titolo della conferenza, scelto con grande cattiveria dagli amici, fu: “Il Manichino”.
La voce della scommessa si era sparsa per tutta la “Roma bene” e le signore facevano a gara per prenotare un posto. Così la sera del 15 marzo la sala del Circolo era gremita di persone fino all’inverosimile. Non sappiamo come Pascarella reagì alla lettura del titolo, ma sappiamo che improvvisò di getto una prestazione che, grazie anche all’umoristica mimica dell’oratore, ebbe un clamoroso successo, tanto che il “Fanfulla” decise di pubblicarla in una splendida edizione inviata in omaggio agli abbonati, con una maliziosa dedica dell’autore a Carlandi:
“Caro Onorato, perduta la scommessa e le 200 lire, devi ora sopportare perfino la dedica di questa farragine di sciocchezze.”

Il Caffè greco vide poi un’altra storica scommessa la sera del 14 giugno 1895. Protagonisti della sfida erano, oltre al solito Pascarella (decisamente la più esuberante testa matta del Gruppo), Diego Angeli, noto critico d’arte nonché bravo pittore dilettante.
Stavolta si trattava di una sfida podistica. Ognuno dei due contendenti riteneva di essere più bravo dell’altro a percorrere a piedi lunghe distanze. L’argomento era di grande attualità per tutta la combriccola, perché spesso i nostri amici raggiungevano a piedi le località della campagna che intendevano dipingere.
Gli amici si accalcavano attorno ai due contendenti per stabilire i termini della gara: sarebbe risultato vincitore chi per primo avesse raggiunto a piedi Venezia, partendo dal Caffè Greco. I contendenti dovevano impegnarsi, pena squalifica, a non usare alcun mezzo di locomozione.
Così nella notte tra il 15 ed il 16 giugno davanti al Caffè Greco si formò una folla vociante per incitare i due amici che, scarponi ai piedi e zaini sulle spalle, si preparavano alla grande impresa.
Come puntualmente annotava il Don Chisciotte, giunti a Bologna l’Angeli dovette desistere dal proseguire per le dolorose vesciche ai piedi, mentre Pascarella proseguiva imperterrito da solo, dopo aver ottenuto il permesso di percorrere a piedi il ponte lagunare, camminando sui ciottoli aguzzi della ferrovia. Finalmente il 12 luglio arrivava alla meta prefissata, così come commentava il corrispondente locale del Don Chisciotte:
“Cesare Pascarella è giunto a Venezia alle 12,50, dopo aver percorso senza toccare cavalcatura, né alcun altro veicolo, la strada da Roma a Venezia, quasi 500 chilometri. Egli ha attraversato il Lazio e l’Umbria, valicato l’Appenino. E’ passato nelle Marche, da Camerino andò ad Ancona, Pesaro, Cesena, Forl’, Faenza, Bologna, Ferrara, Rovigo, Padova; partito da Via Condotti a Roma terminò la gita pedestre a Piazza San Marco a Venezia. Giunse da noi vestito di tela bianca, col solito cappello a cencio calato sugli occhi, la borsa a tracolla con lo zaino sulle spalle e la pipa, sua fida compagna, fra le labbra come se fosse appena uscito di casa”.
Il Gruppo dei XXV della Campagna Romana.
Il 24 maggio 1904 ai tavoli della trattoria for de porta del “Pozzo di San Patrizio”, dieci pittori decidono di costituire, quasi per scherzo, una nuova Società di artisti, che prenderà il nome, dopo alcune indecisioni, de “I XXV della Campagna Romana”.

I soci dovranno dedicare la loro arte e la loro passione allo studio della Campagna Romana, intesa nel più vasto significato (dai Colli Albani al Monte Soratte, fino a ricomprendere l’agro viterbese e le regioni montuose e paludose che dalla Sabina corrono verso Terracina ed il Circeo).

I dieci fondatori provenivano tutti dalla “In Arte Libertas” di Nino Costa. Nel verbale redatto dopo la riunione del 24 maggio vengono cooptati nel “Gruppo” altri artisti ed altri ancora si aggiungeranno in un secondo momento sino ad arrivare al fatidico numero di XXV. Come detto nel titolo il numero non può superare le venticinque unità. L’ammissione di un nuovo socio può avvenire soltanto per morte o defezione di un vecchio socio (si spiega così, come nel corso di più trenta anni, il numero complessivo degli aggregati abbia superato le quaranta unità). L’elezione del nuovo socio è valida solo se riceve il voto favorevole di tutti i vecchi sodali, dopo aver verificato che il neofita nutrisse amore, interesse e sensibilità nei confronti della Campagna Romana.

Il capo ideale è “Il Capoccetta“ (termine che in gergo contadino stava ad indicare i caporali), carica spettante a vita ad Enrico Coleman, quale spontaneo riconoscimento da parte di tutti i sodali per la sua vita e l’opera da lui interamente dedicata a riprendere gli aspetti più maestosi e malinconici della “Campagna”.
“Il Guitto” (tipo di buttero) era invece il segretario, il quale diramava le convocazioni dei soci, indicando la località prescelta per la prossima uscita domenicale e il luogo e l’ orario dell’appuntamento. Scopo del sodalizio era quello di dipingere dal vero i luoghi della campagna più suggestivi e reconditi intorno alla città eterna.

Anche se, come argutamente osservava Carlo Montani
“non tutti i luoghi più suggestivi furono da noi raggiunti, poiché escludevamo a priori tutte le località che non avessero un’osteria nei pressi”.
A fine giornata veniva premiato il miglior quadro offrendo al suo autore una lauta cena in trattoria.

Ad ogni componente il “Gruppo” veniva affibbiato un nomignolo di animale, che corrispondeva ai tratti somatici oppure ad aspetti caratteriali del socio. Così ad esempio Coleman era “Il Birmano” per il suo carattere ascetico da orientale; Carlandi era “La Cicala” per la sua chiacchera martellante; Innocenti era invece “Il Cane pechinese” per le sue frequentazioni con le dame dell’alta società; Cambellotti veniva chiamato “Il Torello” per la sua robusta costituzione; Anivitti era “L’Orso” per il carattere poco socievole e così via.

Le Critiche
A questo punto è difficile spiegare l’ostinato silenzio della critica sulla pittura espressa da questo gruppo di amici. Secondo me c’è una serie concomitante di fattori.
Il primo va ricercato nel senso di insofferenza nazional-popolare che i termini di “Roma” e “Romano” generavano nella restante parte d’Italia da quando, nel 1870, l’Urbe era stata proclamata Capitale del Regno. lo slogan “Roma ladrona” lungi dall’essere un’invenzione della “Lega” divenne l’unico punto di contatto tra le istanze divergenti delle varie classi sociali del Paese.
Il secondo deriva dal disinteresse mostrato dai critici d’arte italiani per il nostro Ottocento; seguendo pedissequamente il pensiero di Roberto Longhi, che aveva bollato di Provincialismo tutta la pittura italiana di questo secolo (salvando il solo Fattori). Così i critici delle seguenti generazioni avevano saltato a piè pari questo periodo, ritenendolo indegno di ulteriori approfondimenti.
Il terzo fattore è costituito dalla critica di “Passatismo” che accompagna l’attività del “Gruppo”. Ma se è vero che nei primi decenni del Novecento nascono in Italia e nel resto d’Europa nuovi importanti movimenti pittorici, nessun critico ha mai notato che nel 1904, quando il “Gruppo” si costituisce , i dieci fondatori avevano più di 50 anni (Giuseppe Raggio addirittura 90). Questo vuol dire che la Società appena costituita non era altro che una presa d’atto, a futura memoria, del lavoro che questi artisti avevano già svolto nel passato, e che quindi a buon diritto devono essere considerati pittori dell’Ottocento.
Ultimo fattore l’accusa veramente infamante, è quella di essere considerati “Pittori della Domenica”. Se si considera che, a ben 16 di loro è stato conferito il titolo di Accademico di San Luca (ambito da tutti i pittori più famosi), si potrà capire quanto l’accusa risulti infondata.
Questi i principali motivi che hanno portato ad espungere dalla memoria collettiva della nostra storia dell’arte un gruppo di pittori che merita di essere ricordato per sincerità di intenti, padronanza del mestiere ed anche per una scelta coraggiosa; la Campagna come rifugio dell’anima.
Roma sventrata, lottizzata, edificata, stava per perdere un’affascinante parte del suo compendio naturalistico, con la distruzione di alcune delle sue Ville più belle (una per tutti Villa Ludovisi, considerata dagli stranieri come la più bella Villa di Roma). I nostri amici abbandonano la città per andare ad esplorare un nuovo ambiente, primordiale ed intatto, racchiuso tra il cielo grigio e la palude mefitica. Un’oscura premonizione li guidava, quasi avessero avvertito che anche quel mondo, rimasto inalterato per millenni, sarebbe di lì a poco, andato distrutto per mano dell’uomo.
Come aveva fatto Roesler Franz con i suoi acquarelli della Roma sparita, così i XXV ci hanno lasciato un commovente ricordo del grande comprensorio naturalistico che circondava l’Urbe maestosa.
Maurizio BERRI, Roma 11 Ottobre 2026

