Guido Filosto: Geht unter die Haut SOLODAY: 24h Exhibition. Un’apparizione nel cuore della città (Palermo, martedì 6 ottobre, h, 18,30); con testo critico di Barbara Martusciello

redazione

Un’apparizione fugace nel cuore della città

Martedì 6 ottobre 2026, ore 18:30. Palazzo Oneto di Sperlinga, Palermo

A cura di Barbara Martusciello con la collaborazione organizzativa di Andrea Saran

Ospitalità & Sinergia Culturale: Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona e Cesira Palmeri di Villalba

Guido Filosto. Arte, trasformazione, possibilità ed esperienza

Testo critico di Barbara Martusciello

Si nutre di complessità e intensità poetica ed etica, oltre che estetica, l’installazione quasi elegiaca di Guido Filosto titolata, e non a caso, Geht unter die Haut; e, sviluppato come un insieme dialettico, muta secondo il luogo con cui si rapporta. In questa mostra è posizionato in una delle dimore nobiliari più antiche di Palermo, Palazzo Oneto di Sperlinga, e attiva una comunicazione tra linguaggio dell’antico e quello del Contemporaneo.

Portando su di sé e rivelando rimandi letterari, filosofici e umanistici, si dà come un dispositivo che agisce sulla percezione del significato, dello spazio, del tempo e della materia, sorgendo come un ritrovamento di fronte al quale il pubblico può meravigliarsi e fare una propria esperienza, come al cospetto di una soglia tra un qui e un altrove, tra l’oggi e il passato, tra l’arte e la vita.

L’installazione si concentra sul protagonismo di un gruppo scultoreo di tre forme ortogonali altamente suggestive.

La prima ha una concavità e allude a una Caverna: lontana da quel noto mito platoniano, è invece spazio sospeso, mentale, interno ma importante quanto l’esterno. In esso, ci dice Filosto, “il visitatore può immaginare che qualcosa continui a esistere anche oltre ciò che egli riesce a vedere”. Può dunque farne una propria verifica.

L’altro elemento ortogonale idealmente ci si interfaccia, si collega a quell’antro misterico e sembra quasi voler rintracciare il suono del silenzio, risposte, la propria essenza: concedendo al pubblico di cercare lo stesso. Sulla somma ha un aguzzo pinnacolo e reca un pendolo sferico che aumenta il senso recondito di questa verticalità, richiamando quei filosofici omnia fluunt… ed anche mutantur, la coscienza cosmica e la finitezza umana rispetto all’infinito: qualcosa che il grande maestro Piero della Francesca aveva reso come nessuno prima, giungendo a darne un ordine quieto, eterno, e che Filosto, nell’architettura di Palazzo Oneto sottolinea.

Una terza presenza compositivamente bilancia nell’opera pesi e contrappesi e accenna ad un paesaggio e in ogni caso ci riporta a una concretezza profana.

Queste tre combinazioni svettanti verso l’alto sono consapevolmente fuori dall’ordinario: rese ambigue, paiono evocazioni a metà tra corpo e roccia, tra natura e cultura, tra albero e torre,

“tra essere vivente e reperto” che – rimarca l’artista – “chiedono al visitatore di rallentare, di sostare, di accettare che alcune sue parti rimangano un arcano”

similmente a certe raffigurazioni metafisiche.

Guido Filosto simulazione installazione a Palazzo Oneto Palermo

Ogni presumibile contrapposizione – tra quella concavità segnalata e ciò che vi si connette; tra enigma e suo svelamento – si fa confronto e giustapposizione grazie a un ampio pannello-raccordo che unisce questi tre totem e li mette in dialogo tra loro e anche con i fruitori. Realizzato a effetto-speccho, menziona quella nozione del tempo e cosmico di cui abbiamo detto, riflettendo pure ciò che ha intorno – soffitti affrescati, ciò che è costruzione in un bel palazzo d’antan ed anche i suoi visitatori – e indicando quindi un’ipotesi più terrena e del nostro presente.

Il tentativo è di sanare le asprezze, attrarre gli opposti e suggerire una concordia universalmente intesa, ma laicamente, attraverso il linguaggio dell’arte e il principio e fenomeno della trasformazione.

Proprio questo ha guidato il procedere di Filosto e ne rappresenta il carattere più autentico e originale: per l’opera, cioè, si è affidata alla materia, l’ha testata, ha abbracciato la sua qualità trasmutativa e ha quindi accolto la sua memoria.

La connessa rilevanza dei materiali principali scelti fa parte integrante dell’analisi del nostro artista. Qui legno e rame sono sostanziati dalla dimensione e dalla cognizione dello Zeit, dall’azione del mutamento e quindi dalla funzione della memoria: kieferianamente, riconoscendo alla materia una densità storica.

In particolare, il legno porta in sé le tracce del suo sviluppo biologico, con gli anelli di accrescimento e la loro perenne variazione. Qui sono stati usati dei tronchi provenienti dagli alberi – precedentemente abbattuti – nell’area del Policlinico di Palermo, aggiungendo un fondamentale legame anche mnemonico con il territorio. Se c’è una convocazione alla storia dell’arte – e se dici albero dici… Giuseppe Penone e prima, diversamente, Joseph Beuys – e all’ecologia, in questo secondo caso si tratta più di ecologia dello sguardo che di ambientalismo, che pure è compresente. Infatti, ogni fusto usato rivive di molteplici significati ma qui certamente è prima di tutto un soggetto dotato di un proprio trascorso che l’artista non cancella ma ingloba. Come dice egli stesso, “questi alberi hanno attraversato decenni, accumulato pioggia, vento, malattie, ferite, tagli. Ogni loro anello che ha registrato il passare del tempo, lo ha fatto molto prima del mio arrivo. Per questo motivo il legno non può essere valutato come un materiale neutro. È già memoria…”, ed è incontrata dall’artista, non è rappresentata né attuata a posteriori. In quest’ottica v’è un’affinità elettiva con la ricerca del maestro Michele Ciacciofera da cui Filosto ha tratto la spinta verso la materia, rivelatrice in ogni suo aspetto, e quel concetto di memoria latente che l’artista di Nuoro considera come forza viva e silenziosa che resta sedimentata negli spazi, negli oggetti e nell’inconscio collettivo in attesa di essere riattivata così come anche Filosto esamina e ci fa vedere in una maniera tutta sua.

Guido Filosto altre opere per la mostra a Pal.zzo Oneto Palermo -6 ottobre 2026 -Work in Progress

Quindi, quei tronchi siciliani da lui così preparati attraverso un procedimento di sottrazione scultorea, e trattati in modo da mantenere una loro certa grossolana consistenza, un materismo manuale, un’anti-industrialità, diventano ossature ricoperte poi da una lucida epidermide metallica di oro rosso.  Così era detto il rame, fondamento nobile e allegorico ma che qui vale soprattutto in quanto continua a modificarsi attraverso l’ossidazione. Pure qui, come è per il legno, il rame non rappresenta l’alterazione, ma l’accoglie e la mostra realmente, sulla propria… pelle; e mappa la durata del lavoro umano: tecnicamente, cioè, non è semplice rivestimento ma sostanza che registra ogni colpo di martello, ogni inchiodatura e pressione nell’elaborazione e tutte le imperfezioni della tridimensionalità lignea sottostante. Infatti, analogamente al repoussé, ogni scaglia del metallo è modellato a mano con migliaia di piccoli gesti simili ma tutti disuguali e direttamente sulla forma del legno, conservandone – appunto – la rimembranza.

Ragionando con Guido sul rapporto tra processo esecutivo e ultimazione dell’opera, egli ha premesso quanto fosse basilare quella prima fase realizzativa:

“l’osservatore non vedrà soltanto la forma finale perché essa, trattenendo fatica e ritmo del lavoro manuale, permette di leggere, anche inconsciamente, il tempo necessario alla sua fattura”.

Il risultato un po’ richiama anche una corteccia, squame animali, una formazione minerale e un biosistema, mai appartenendo completamente a questi topoi bensì restando in equilibrio tra natura e antropocene, ecosistema e costruzione, universalità e territorialità, che le basi pietra calcarea di Modica e la terra locale usata come fondo da cui emerge l’installazione, accrescono di simbologia.

La tensione e poi una trovata stabilità tra le diverse azioni plastiche – il togliere del legno, l’aggiungere e forgiare del rame, l’inserimento sia del raccordo-specchio a ricongiungere e della terra a evidenziare – e l’impiego eterogeneo di tutti questi materiali – ciascuno libero “di conservare la propria identità e la propria memoria”, come dice l’artista – hanno a che fare con qualcosa di originario, atavico. L’opera accetta il tempo, la progressione e alterazione “come parti integranti della propria identità” tanto quanto lo fanno dagli albori la biogeocenosi e la vita umana.

A questi richiami green ed esistenziali si aggiungono più attinenze filosofiche che hanno diversamente concorso alla piena sintesi di tutta questa ricerca. Si tratta, come chiarisce il nostro artista, di Martin Heidegger,

“presente nella concezione dell’opera come apertura di un mondo, come luogo nel quale la verità può manifestarsi attraverso la materia”;

di Walter Benjamin

“che mi ha accompagnato nella sua riflessione sull’aura, intesa come irripetibilità dell’esperienza e unicità della presenza”;

di Baruch Spinoza, quando

“suggerisce una visione della natura come processo continuo di trasmutazione, nel quale la materia non è mai statica ma sempre in divenire”;

e di Seneca, che ha contribuito a ragionare sul concetto dello spazio per l’anima, qualcosa di “grande” che necessita di ampiezza ma libera da orpelli e sovrastrutture, persino da troppe nozioni, per accogliere l’essenziale, ciò che è notevole, cibo per l’interiorità e per le arti liberali.

Anche la luce, in tale ambientazione, ha un suo preciso senso, ben riassunto nella specchiatura: non serve solo a mostrare adeguatamente il gruppo scultoreo ma è sostanza medesima, congelamento della materia come già negli studi di David Bohm e della fisica quantistica e scientifica. Se la luce è “la materia primordiale del mondo visibile e invisibile” (Arthur Zajonc, Catching the Light: The Entwined History of Light and Mind, Oxford University Press, 1993), eccola convocata come dettaglio primevo per ricordarlo scultoreamente, oltre a contribuire a descrivere certi particolari, esaltare le imperfezioni come metodo, la manualità palesata, le leggere deformazioni e le variazioni chiaroscurali.

Anche questo impedisce a tale installazione di diventare una verità conclusiva, “un oggetto chiuso e definitivo” ma, seguendo il filo di Opera Aperta teorizzata da Umberto Eco nel 1962, le consente di restare ipotesi, testo polivalente; e fatto di accumulazioni, oltre che accogliente: come la città di Palermo, come il nostro Palazzo ospitante; e stratificato, come la conoscenza intellettuale di Guido Filosto e dei suoi riferimenti. Siffatto svolgimento, quasi alchemico, di metamorfosi e albergante più temi, elementi, sguardi e dunque interpretazioni, permette sia alla materia nel suo insieme di “continuare a respirare” oltre la sua biografia e manipolazione creativa, sia all’azione trasformativa del tempo di farsi percepire compiutamente; in ultima analisi, accordando a questa grande opera a Palazzo (e nelle sue altre sedi e conformazioni, rielaborazioni e riallocazioni) la creazione di una condizione dipendente anche dall’osservatore e dal suo sentire e comprendere.

Nel sempiterno segno di un’evoluzione articolata e radicata in ogni elemento, realtà, processo, immagine, metodo e percezione, questo lavoro e l’intera, attuale produzione di Guido Filosto fa proprio e rimanda lo spirito eracliteo che considera che non ci sia realtà permanente a eccezione della realtà del cambiamento. Resilienza e possibilità.

Barbara Martusciello Ottobre 2026

redazione

Dopo il grande successo istituzionale al Giardino dei Giusti – dove la grande installazione scultorea di Guido Filosto, Geht unter die Haut, ha inaugurato la prima edizione del festival Palermo Sound alla presenza del Sindaco Roberto Lagalla e dell’Assessore alla Cultura Antonio Rini –, l’opera trova nuova vita nel cuore di Palermo, nelle sale nobili di Palazzo Oneto di Sperlinga. Allestito grazie alla visione e all’ospitalità dei padroni di casa, Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona e Cesira Palmeri di Villalba, in ideale continuità con le grandi stagioni di rigenerazione culturale della città (da Manifesta in poi), il progetto rinasce come format espositivo unico: SOLODAY (24h Exhibition).

La mostra, curata da Barbara Martusciello con la collaborazione organizzativa di Andrea Saran, si focalizza sul protagonismo di un gruppo scultoreo centrale composto da tre elementi verticali e da una scenografica superficie specchiante di raccordo e riflettente lo spazio davanti e intorno, mentre la terra del luogo si fa simbolico richiamo a Madre Natura, e all’elemento primevo e materia costruttiva artistica basilare.

Se nel precedente allestimento all’aperto l’opera dialogava con le ferite storiche della città (le rovine del settecentesco Palazzo Greco distrutto dai bombardamenti del 1943) e con la ciclicità della natura, a Palazzo Oneto il focus si sposta sul cortocircuito temporale creando una connessione tra linguaggio del Contemporaneo e quello storico del luogo che l’accoglie. L’installazione non si offre più a una fruizione prolungata, bensì si manifesta come un’apparizione fugace e altrettanto rilevante, in un vernissage esclusivo e privato per svelare l’opera che, come scrive la curatrice:

“portando su di sé e mostrando rimandi letterari, filosofici e umanistici, agisce sulla percezione del significato, dello spazio, del tempo e della materia, sorgendo come un ritrovamento di fronte al quale il pubblico può meravigliarsi e fare una propria esperienza, come al cospetto di un portale tra un qui e un altrove, tra l’oggi e il passato, tra l’arte e la vita”.

L’installazione attiva una connessione tra la concretezza dei materiali e la dimensione cosmica e filosofica mettendo in campo potenti polarità, ispirate ai cardini critici di Barbara Martusciello:

  1. Il Contrasto Temporale (Durata vs. Istante):

o     Il Passato: la poetica di Filosto si fonda sul tempo geologico e storico (il legno di recupero degli alberi del Policlinico di Palermo, il rame “oro rosso” battuto a mano che registra l’ossidazione, la pietra calcarea di Modica).

o     Il Presente Radicale: a Palazzo Oneto questa densità temporale viene compressa. L’opera sfida la permanenza tipica dei monumenti celebrativi trasformandosi in un evento irripetibile, un unicum che evoca il concetto benjaminiano di aura inteso proprio come irripetibilità dell’esperienza e unicità della presenza.

  1. La Consonanza Spaziale (L’Architettura come Soglia): se i tre totem scultorei (la Caverna, l’Antro-pendolo e il Paesaggio) nascevano come “soglia” e “dispositivo dialettico” tra interno ed esterno, nella dimora storica barocca di Palazzo Oneto il gruppo statuario entra in risonanza simbiotica con le volumetrie e la pietra secolare. Il pannello a specchio dell’installazione non riflette più il verde del giardino, ma frammenta e moltiplica gli stucchi, gli affreschi e la memoria aristocratica del palazzo, azzerando le distanze tra secoli di storia e contemporaneità.

Evitando lai retorica monumentale o celebrativa, l’opera si configura come un dispositivo dialettico ed elegiaco e, come scrive la curatrice:

“fa proprio e rimanda lo spirito eracliteo che considera che non ci sia realtà permanente a eccezione della realtà del cambiamento. Resilienza e possibilità”.

L’installazione rimarrà custodita all’interno del palazzo per poi svelarsi nuovamente al pubblico in occasione della manifestazione “Le Vie dei Tesori”, accogliendo i visitatori dal 19 ottobre fino a chiusura della manifestazione prevista per il 15 novembre, garantendo così una rinnovata e prolungata occasione di fruizione nel cuore della programmazione culturale cittadina.

Guido Filosto

Nato nel 1996 a Montecarlo, Guido Filosto inizia la sua carriera artistica nel 2022 a Palermo, sotto la mentorship del gallerista Leonardo La Rocca (“Galleria La Rocca”) e matura con il trasferimento a Parigi per un periodo di apprendistato presso l’atelier di Michele Ciacciofera; le sue opere entrano quindi in importanti collezioni private nazionali. Da questo momento in poi, con uno studio a Roma e uno a Palermo, e mantenendo contatti con Parigi, la sua ricerca acquista una maggiore matericità scultorea, una dimensione anche installativa con prime importanti esperienze d’Arte pubblica.

5 Ottobre 2026