“Alzira” ha inaugurato con successo il Festival Verdi 2026 di Parma

di Claudio LISTANTI

Un chiaro successo di pubblico ha salutato lo scorso 1° ottobre l’inaugurazione del Festival Verdi 2026 di Parma affidata ad una esecuzione di Alzira diretta dallo statunitense James Conlon con la regia di Manuel Renga ed una importante compagnia di canto composta, per le parti principali dal soprano Marta Torbidoni, dal tenore Antonio Poli e dal baritono Daniel Luis de Vicente.

Alzira è una delle opere meno conosciute di Giuseppe Verdi che nella sua storia è stata lungamente sepolta nell’oblio e recuperata solo a ‘900 inoltrato, con una esecuzione berlinese del 1938 guidata da Heinrich Steiner con protagonista la straordinaria Elisabeth Swarzkopf e una rappresentazione romana del 1967, che ha consentito di iniziare un approfondimento dei suoi contenuti per attribuirle la giusta valenza nell’ambito della pur cospicua produzione operistica verdiana.

Da approvare sotto ogni aspetto l’iniziativa del Festival Verdi guidato da Alessio Vlad di riproporla al agli appassionati per annullare la diffidenza che buona parte del pubblico, e della critica, ha verso quest’opera che, comunque la si pensi, possiede pagine di indubbio valore che le consentono di essere inserita a pieno titolo, e senza timore alcuno, nell’arte musicale e teatrale di Giuseppe Verdi.

Fig. 1 Marta Torbidoni (Alzira) e Erica Cortese (Zuma) in un momento di Alzira. Foto Roberto Ricci – Festival Verdi.

A contribuire a questo diffuso dissenso fu Verdi stesso che nel corso della sua vita pronunciò, parlando di questa sua creatura: “Questa qui è proprio brutta”. Ora non è chiaro il contesto di questa affermazione enunciata del grande musicista, che dobbiamo considerare a sé stante, senza alcun riflesso sul giudizio critico estetico in quanto, come cercheremo di dimostrare, Alzira ha degli spunti musicali di gran interesse.

È l’ottava opera di Verdi rappresentata per la prima volta nel 1845. Si colloca tra due altri capolavori della sua giovinezza, Giovanna d’Arco dello stesso 1845 e Attila del successivo 1846 opere, entrambe, delle quali il giusto valore di ognuna oggi è riconosciuto e apprezzato.

Alzira è la prima opera il cui libretto fu affidato a Salvatore Camarano, che scrisse per Verdi altre tre libretti, La battaglia di Legnano, Luisa Miller e Il trovatore, tre grandiosi esempi dell’arte teatrale e musicale del genio di Busseto. Inoltre è la prima delle uniche due scritte per il San Carlo di Napoli, dove Verdi rappresentò Luisa Miller, una delle più innovative nell’ambito della sua produzione. Un teatro che, piuttosto incline alle novità, fu poi abbondonato da Verdi per diverse incomprensioni con la direzione.

Cammarano fu uno dei librettisti più importanti di Donizetti e i suoi versi furono ideali anche per Verdi che del compositore bergamasco può essere considerato quasi il continuatore. Per Alzira prese ispirazione da Alzire ou les Americains del francese Voltaire nella quale, però, è molto più in evidenza il carattere esotico come anche, l’inclinazione all’illuminismo e ai suoi riferimenti culturali, politici e sociali che l’ambientazione nel Perù degli Incas del XVI secolo suggeriva, soprattutto nel contrasto religioso tra i dominatori spagnoli e gli autoctoni.

In Verdi questi aspetti non sono messi in risalto in quanto l’opera si orienta verso il carattere più squisitamente romantico della trama dettato dal triangolo amoroso tra Alzira, Gusmano e Zamoro e al loro attaccamento alla patria e alle credenze cattoliche di quell’epoca.

Fig. 2 Marta Torbidoni (Alzira) in un momento dell’opera. Foto Roberto Ricci – Festival Verdi.

Il libretto di Cammarano è ideale per questa visione teatrale che riesce a versificare da par suo con una poesia del tutto efficace per essere messa a disposizione delle convinzioni operistiche di Verdi, allora ancora non di grandissimo piano nonostante le diverse lusinghiere prove espresse con Nabucco, Lombardi ed Ernani, ma che si stava imponendo sempre di più al mondo musicale e teatrale dell’epoca.

Nonostante Alzira sia il frutto dei quegli ‘anni di galera’ che Verdi considerava la sua giovinezza, possiamo dire che all’ascolto compaiono con chiarezza alcuni elementi che saranno poi sviluppati in futuro.

Forse Alzira non piacque perché il pubblico di quegli anni ravvisava uno scarso impegno da parte di Verdi nel musicarla, tanto è vero che poco avanti alla prima assoluta fu costretto ad inserire una cospicua Sinfonia perché l’opera era giudicata troppo corta. Paradossalmente quello che all’epoca era considerato un difetto oggi, per noi ascoltatori del terzo millennio, questi presunti difetti risultano più chiaramente, ed indiscutibilmente, un pregio.

A nostro giudizio, infatti, in Alzira si ravvisano i prodromi di quella estrema sintesi, espressiva e teatrale, che caratterizzò poi il Verdi maturo perseguita progressivamente nella sua produzione. In Alzira molto spazio è dato all’espressività del recitativo e seppur gli ‘anni di galera’ imponevano velocità di composizione, il musicista rivela di fare di necessità virtù, utilizzando certamente gli schemi convenzionali, recitativo, aria, tempo di mezzo, cabaletta e stretta finale, ma cercando, e ottenendo la massima espressività con la conseguente fluidità drammatica e teatrale.

Così nel prologo con Zamoro Un Inca… eccesso orribile!,- tempo di mezzo Col genitor la misera – cabaletta Risorto fra le tenebre che si conclude con la stretta con coro Dio della guerra, i tuoi furori. Poi nel primo atto con strutture analoghe, per Gusmano Eterna la memoria – tempo di mezzo Persisti, e vincerai – cabaletta Quanto un mortal può chiedere.  Per Alzira Da Gusman, su fragil barca – tempo di mezzo Alta pietade ogn’anima – cabaletta Nell’astro che più fulgido. Sono tre esempi riferiti ai tre personaggi principali che sono tra i punti più apprezzabili musicalmente che poi si reiterano nel secondo atto, con accresciuto peso specifico con il duetto Gusmano-Alzira ed in una nuova scena di Zamoro con l’aria Irne lungi ancor dovrei e l’eroica cabaletta Non di codarde lagrime.

Sono momenti importanti per lo sviluppo teatrale dell’opera con i quali Verdi disegna con precisione i contorni di ogni singolo personaggio ai quali si aggiungono le scene d’insieme della fine dei due atti, dallo stampo eroico e umanamente trascinanti che rendono l’opera pienamente allineata allo stile verdiano e all’efficace sintesi necessaria a sottolineare con semplicità lo sviluppo drammatico. Anche la Sinfonia, come detto prima, venne imposta dalle consuetudini dell’epoca che giudicavano l’opera troppo breve togliendo, forse, ad Alzira un altro indizio di modernità. La sinfonia, che non contiene accenni musicali all’opera che sta per iniziare, all’ascolto risulta comunque gradevole ed elegante grazie alle qualità di orchestratore di Verdi ed alla sua straordinaria vena melodica che contribuisce ad esaltarne i contenuti.

Fig. 3 Il tenore Gaetano Fraschini primo interprete di Zamoro in una immagine dell’Archivio Ricordi.

L’esecuzione musicale

Alzira possiede una parte vocale molto impegnativa. Per comprenderne la valenza occorre, come sempre, partire dai primi interpreti dell’opera scelti da Verdi in maniera acuta e funzionale all’economia vocale delle sue creature.

Alla prima assoluta di Alzira avvenuta al San Carlo di Napoli il 12 agosto 1845 parteciparono nei tre ruoli principali tre stelle dell’epoca. Nel ruolo di Gusmano c’era il baritono Filippo Coletti, uno dei preferiti di Verdi, che tenne a battesimo anche il personaggio di Franceso de I masnadieri e protagonista di diversi capolavori verdiani. Zamoro era il tenore Gaetano Fraschini che per Verdi fu anche il primo Arrigo ne La battaglia di Legnano, il primo Stiffelio e il primo Riccardo di Un ballo in maschera.

Fig. 4 Il soprano Eugenia Tadolini prima interprete di Alzira in un ritratto di Josef Kriehuber del 1835.

Alzira era un’altra cantante preferita da Verdi, il soprano Eugenia Tadolini, cantante d’eccellenza per diversi grandi capolavori di Bellini, Mercadante, Donizetti e poi del primo Verdi. Alcune ipotesi sullo slittamento della prima di Alzira a causa di un malanno del musicista. Alcune fonti sostengono che la malattia patita da Verdi fu in un certo senso, diplomatica, perché consentì al compositore di attendere il ritono alla scena del grande soprano dopo l’assenza dovuta alla maternità.

Ad interpretare il ruolo di Alzira è stata chiamata Marta Torbidoni, un soprano di chiara classe vocale in possesso di caratteristiche che si possono accostare a quella della Tadolini, vale a dire un soprano dalla voce robusta agile negli acuti e espressiva nel registro più grave.

Fig. 5 Il soprano Marta Torbidoni in un momento di Alzira. Foto Roberto Ricci – Festival Verdi.

Insomma un soprano verdiano sotto tutti i punti di vista, tutte doti che la Torbidoni possiede e che abbiamo potuto verificare personalmente in diverse interpretazioni verdiane.

Qui a Parma purtroppo, come annunciato in sala, è stata afflitta da problemi di salute, che le hanno impedito di esprimersi vocalmente al meglio soprattutto nella frequentazione del registro acuto che l’indisposizione ha reso i suoi suoni un po’ metallici.

Comunque le caratteristiche della sua voce sono piacevolmente emerse ed unite alla sua non comune presenza scenica ci hanno restituito un’Alzira del tutto valida ma immeritatamente salutata al termine, con sopresa, in maniera  fredda.

Zamoro, uno dei rivali in amore per Alzira era il tenore Antonio Poli che ha messo a disposizione della recita i caratteri eroici della parte, come detto scritta per Gaetano Fraschini e per il suo virtuosismo con il quale Poli ha dimostrato di essere confidente regalandoci una prova da grande tenore eroico per una interpretazione molto apprezzata dal pubblico che alla fine lo ha salutato con vere e proprie ovazioni per essere considerato il trionfatore della serata.

Fig. 6 Il tenore Antonio Poli in un momento di Alzira. Foto Roberto Ricci – Festival Verdi.

Il baritono Daniel Luis de Vincente è stato un Gusmano del tutto convincente che ha offerto una interpretazione che è cresciuta parallelamente al procedere dell’esecuzione. Le caratteristiche del personaggio, rivale in amore con Zamoro ma allo stesso tempo fervente cattolico pronto al perdono, così ben circostanziate dalla parte vocale concepita da Verdi che, ricordiamo, costruita su misura per le doti vocali Filippo Coletti, si sono amalgamate con la vocalità del baritono spagnolo-americano, calda e passionale, anche lui applaudito a lungo al termine della recita.

Fig. 7 Il baritono Daniel Luis de Vincente (Gusmano) assieme al basso Alessio Cacciamani (Alvaro) in un momento dell’opera. Foto Roberto Ricci – Festival Verdi.

Nelle altre parti ci sono due padri, prototipi dei diversi ‘padri’ che costelleranno poi il teatro di Verdi: Alvaro e Ataliba, genitori di Gusmano e Alzira, qui antitetici in quanto spagnolo il primo e inca il secondo. Sono stati affidati, relativamente, alle voci di Alessio Cacciamani e Agostino Subacchi entrambi del tutto convincenti nell’interpretare i due ruoli. Nelle rimanenti parti efficace la prova del mezzosoprano Erica Cortese una Zuma del tutto appropriata al ruolo e i due tenori Federico Bonghi e Long Ning nei panni di altri due personaggi antitetici lo ‘spagnolo’ Ovando e l’inca Otumbo. Questi ultimi due cantanti assieme ad Agostino Subacchi sono provenienti dall’Accademia Verdiana ed hanno tutti fornito una valida prova.

Fig. 8 Marta Torbidoni (Alzira) ed Erica Cortese (Zuma) in un momento dell’opera. Foto Roberto Ricci – Festival Verdi.
Fig. 9 Il direttore James Conlon. Foto Roberto Ricci – Festival Verdi.

La direzione musicale dello spettacolo è stata affidata allo statunitense James Conlon che ha guidato l’Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini e il Coro del Teatro Regio di Parma diretto da Martino Faggiani. Le due compagini hanno dimostrato ancora una volta la loro professionalità unita alla preparazione di base per offrirci un Verdi piacevolmente autentico grazie anche alla conduzione di Conlon giunto con Alzira alla diciottesima opera verdiana diretta.

La sua direzione è stata senza dubbio intensa e ‘teatrale’ mancando però di quel ‘fuoco’ che caratterizza le opere di Verdi, in special modo quelle della cosiddetta ‘prima maniera’, Per lui, però, lunghi applausi.

La realizzazione scenica.

Concludiamo il nostro articolo riferendo della realizzazione scenica che, ormai, utilizzando un termine verdiano è ‘croce e delizia’ di ogni rappresentazione. Gli organizzatori hanno predisposto per l’occasione un Nuovo Allestimento per il Teatro Regio di Parma, soluzione doverosa vista l’importanza storico-musicologica specifica della serata. Alzira è stata affidata a Manuel Renga, artista proveniente dalla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano ed in possesso di una comprovata esperienza sia nel campo della prosa che in quello dell’opera lirica.

Ha concepito una messa in scena semplice ma nel complesso efficace, mancante di ogni riferimento specifico all’esotismo della civiltà sudamericana elemento d’altronde assente nella partitura verdiana. Molto sfruttate sono state le luci spesso utilizzate per ricordare la maestosità dei panorami peruviani soprattutto quello splendere del sole che in quei luoghi ha degli effetti magici. La parte visiva era affidata quasi esclusivamente ai costumi, tutti peraltro molto belli grazie ad Aurelio Colombo che ha curato anche la parte scenica, Alcuni cinque-seicenteschi simboleggiavano gli spagnoli dominatori mentre quelli degli inca ricordavano i contadini della bassa padana (omaggio a Verdi?). Alzira era vestita stile ‘800 così come ottocenteschi erano, in certi momenti, alcuni abiti di Alvaro. Una commistione alla quale non riusciamo a dare una spiegazione sufficiente ai nostri lettori risultando alla vista, purtroppo, tanto contundenti quanto inspiegabili.

Fig. 10 Alzira. Un momento del Secondo Atto. Foto Roberto Ricci – Festival Verdi.

Anche Renga considera il sipario una cosa inutile. Durante la sinfonia è capitato di vedere azioni per lo più incomprensibili che distoglievano l’attenzione dello spettatore dalla elegante sinfonia che apre l’opera mentre la struttura scenica su due piani, in seguito utilizzata diverse volte, ha reso un po’ più comprensibile e vario quanto accade in palcoscenico. Una tela ispirata a Hieronymus Bosch, inspiegabile se messa in relazione ai contenuti dell’opera, ha fatto per i suoi colori da accattivante cornice per alcune scene. In definitiva, ancora una volta, ci siamo trovati di fronte ad una realizzazione operistica che per essere capita e apprezzata, occorre entrare in teatro con almeno due lauree in filosofia conseguite in due diverse università europee.

Giuseppe Verdi è tutt’altro. È un musicista popolare come popolare è l’opera lirica, creata per essere alla portata di tutti e per tutti i punti di vista. Questo intellettualismo che la pervade ne contraddice i significati e l’intelligibilità che soprattutto per Verdi è elemento indissolubile per la comprensione delle sue opere. In definitiva vogliamo concludere con un paio di versi tratti dall’Ode per la morte di Giuseppe Verdi scritti da D’Annunzio in quell’occasione che brevemente e più di ogni altra considerazione ci spiega l’importanza dell’uomo e dell’artista dicendo: “Diede una voce alle speranze e ai lutti. Pianse ed amò per tutti.”

Completavano la realizzazione scenica le suggestive luci di Emanuele Agliati e alcune coreografie create da Paola Lattanzi per alcuni figuranti inseriti nella rappresentazione scenica.

Come già accennato la recita del 1° ottobre alla quale abbiamo assistito si è conclusa con un buon successo di pubblico con evidente approvazione per la parte musicale ed una tiepida accoglienza per la parte propriamente scenica.

Claudio LISTANTI  Roma, 4 Ottobre 2026