di Sergio ROSSI
Ho di recente svolto un interessantissimo viaggio in Brasile organizzato dal Tour Operator “Viaggi di Cultura”, diretto con competenza e passione da Stefano Cammelli, con cui ho già visitato Giappone e Perù, ma che in quest’occasione ha lasciato la guida del gruppo di partecipanti al figlio Alessandro. Dopo un lungo transfer via Lisbona siamo giunti di sera a Salvador de Bahia pernottando in un hotel con bella vista sull’Oceano e abbiamo iniziato le visite il giorno dopo con la Casa do Rio Vermelho, dove ha vissuto Jorge Amado, il più celebre scrittore bahiano, immersa in un bellissimo giardino e piena dei souvenirs, delle statue e dei ricordi, spesso autoironici, che lui ha accumulato lungo tutta una vita [fig.1].

Noto in Italia soprattutto per romanzi come Gabriella, garofano e cannella o Donna Flor e i suoi due mariti, Amado è stato anche un potente cantore delle sofferenze della parte povera e dell’anima nera del Brasile. E proprio il rapporto con l’origine africana di gran parte della popolazione, specie nelle regioni del Nordeste, e con la schiavitù, che in Brasile è stata abolita (ma solo formalmente) addirittura nel 1888, costituisce ancora oggi un fattore fondamentale per comprendere questo Stato/Continente dalle mille anime; fattore che in Europa viene spesso percepito più come fenomeno flokloristico che come autentico dramma umanitario ma che ha generato anche eccezionali fermenti culturali ancor oggi di grande attualità.
Tutto questo l’ho potuto percepire con ancor maggiore chiarezza perché in febbraio sono stato in Senegal. Un Paese (dove è nato il concetto stesso di “négritude”) fiero e vivace, poverissimo ma di una grande dignità e ricchezza umana, coloratissimo e caotico, pieno di contraddizioni ma anche dalle enormi potenzialità inespresse, erede di una gloriosa tradizione poetica, artistica e musicale ma ancora gravato da un altissimo tasso di analfabetismo.
Da qui, ed esattamente dall’isola di Gorèe, [fig.2] che trasuda un dolore antico e la cui visita è insieme istruttiva e struggente, partivano nei secoli scorsi gli schiavi che hanno reso ricchissimi gli Stati Uniti e lo stesso Brasile, e da qui, via Oceano Atlantico o deserto del Sahara, continuano a partire gli schiavi del XXI secolo, che noi europei continuiamo a sfruttare in modo vergognoso.

Gorèe è oggi una delle mete turistiche più vivaci e piacevoli del paese, insieme a Saint-Louis, dal fascino decadente, al Santuario Nazionale degli uccelli di Djoudj, ai numerosi coloratissimi e rumorosi villaggi di pescatori lungo la costa atlantica [fig.3].

Ma alla fine quello che rimane più impresso è il rapporto con un popolo che ha nell’ospitalità, nel rispetto verso l’altro e in un’innata allegria la sua caratteristica più autentica e da ammirare: a conferma del vecchio detto che la ricchezza non fa la felicità, come dimostrano i ricchissimi popoli nord europei che affogano nell’alcol la loro depressione o gli italiani sempre sull’orlo di una crisi di nervi.
Durante questo mio viaggio, in occasione di una sosta presso il Lodge Océan & Savane, posto in riva all’Oceano Atlantico, ho assistito all’esposizione del pittore senegalese Zeus (Boye Amadou) con potenti e coloratissimi dipinti che riproducono spesso alcuni componimenti dei più celebri poeti africani.

Tra quelli che più mi hanno colpito vi è Afrik, [fig.4] che contiene il testo di Mon Afrique, un capolavoro di David Diop (1927-1960), poeta franco-senegalese morto tragicamente mentre dalla Francia stava tornando nella terra delle sue origini e autore di un’unica silloge ora rimasta nella storia, Coups de pilon (Colpi di pestello, strumento ancor oggi fondamentale nelle cucine senegalesi):
«Afrique mon Afrique/Afrique des fiers guerriers dans les savanes ancestrales/Afrique que chante ma grand-mère/Au bord de son fleuve lointain/Je ne t’ai jamais connue/Mais mon regard est plein de ton sang/Ton beau sang noir à travers les champs répandu/Le sang de ta sueur/La sueur de ton travail/Le travail de l’esclavage/L`esclavage de tes enfants/Afrique dis-moi Afrique/Est-ce donc toi ce dos qui se courbe/Et se couche sous le poids de l’humilité/Ce dos tremblant à zébrures rouges/Qui dit oui au fouet sur les routes de midi?/Alors gravement une voix me répondit/Fils impétueux cet arbre robuste et jeune/Cet arbre là-bas/Splendidement seul au milieu des fleurs blanches et fanées/C`est L’Afrique ton Afrique qui repousse/Qui repousse patiemment obstinément/Et dont les fruits ont peu à peu/L’amère saveur de la liberté».
(«Africa mia Africa/Africa di fieri guerrieri nelle savane ancestrali/Africa di cui canta mia nonna/Sulle rive del suo fiume lontano/Non ti ho mai conosciuta/Ma il mio sguardo è pieno del tuo sangue/Il tuo bel sangue nero versato sui campi/Il sangue del tuo sudore/Il sudore del tuo lavoro/Il lavoro della schiavitù/La schiavitù dei tuoi figli/Africa dimmi Africa/Sei dunque tu questa schiena che si piega/E si adagia sotto il peso dell’umiltà/Questa schiena tremante con strisce rosse/Che dice sì alla frusta sulle strade a mezzogiorno?/Allora gravemente una voce mi rispose/Figlio impetuoso questo albero robusto e giovane/Quell’albero laggiù/Splendidamente solo tra i fiori bianchi e appassiti/È l’Africa la tua Africa che ricresce/Che ricresce pazientemente ostinatamente/E i cui frutti hanno a poco a poco/Il sapore amaro della libertà».)
Quanto al pittore Zeus (il cui vero nome è Amadou Boye), si tratta di un artista autodidatta nativo di Saint-Louis, una delle città culturalmente più vive del Senegal, e che ha fatto della trasformazione dei rifiuti in autentiche opere d’arte una delle sue caratteristiche principali, unendo ecologia, forza espressiva ed impegno sociale. Il suo studio, sempre a Saint-Louis, L’or dure (un gioco di parole che richiama “l’ordure”, che in francese significa spazzatura o immondizia), riflette la sua filosofia insieme provocatoria e autoironica ma anche il suo desiderio di conferire anche agli oggetti più ordinari un’aura di esteticità. Le sue opere, dai colori accesi e vibranti e da un segno incisivo e graffiante, sono, come dicevo, spesso arricchite da testi poetici o filosofici, approfondendo temi molto sentiti, come l’immigrazione clandestina, i diritti delle donne e la difficile situazione dei talibés, i bambini di strada, vera piaga sociale del Paese africano.
Tornando a Salvador de Bahia, il cuore antico della città, nella sua parte alta, è il Pelourinho, letteralmente palo della gogna, dal nome della piccola piazza che ospitava la colonna di legno dove gli schiavi venivano fustigasti e a volte anche uccisi e che poi si è esteso a tutto il quartiere, divenuto sito dell’Unesco dal 1985. Già nucleo storico, amministrativo e religioso di Salvador, il Pelourinho ha conosciuto una lunga fase di declino, per poi rinascere e diventare un polo culturale e turistico pieno di chiese e palazzi barocchi, azulejos, ma anche negozi, locali, ristoranti, e dove si respira un’aria insieme malinconica e gioiosa, come di un Portogallo trasportato ai Cairaibi o una Sicilia danzata al passo di samba, e dove puoi vedere per strada ragazzi che si sfidano al ritmo della capoeira [fig.5].

E’ qui che si trovano i monumenti più significativi, come la cattedrale di Nossa Señora do Rosario (seconda metà del XVII secolo), con la sua facciata abbastanza austera movimentata solo da un frontone a volute pienamente barocco e il suo interno già Rococò, caratterizzato dalla grande ricchezza delle cappelle laterali e dell’altare maggiore, arricchiti da preziosissimi intagli in legno dorato e scanditi da eleganti azulejos provenienti direttamente dal Portogallo [fig. 6];

o il complesso monumentale di San Francesco, la cui chiesa, di recente restaurata e completata entro la metà del XVIII secolo, già nella facciata è tutta un profluvio churrigueresco di volute, intagli, angeli e conchiglie di esuberante fattura [fig.7] che si moltiplica ancor più nell’interno che con la sua esplosione dorata fa a gara con l’analoga decorazione della cattedrale.

A poca distanza da quest’ultima si trova anche il piccolo ma interessante Museo afro-brasileiro dedicato soprattutto alla nascita e allo sviluppo nello stato di Bahia (ma che troveremo poi in tutto il Brasile) del Candomblé, un culto sincretistico nato dall’incrocio tra le tradizioni religiose degli schiavi provenienti dall’Africa e il cattolicesimo che costoro erano forzatamente obbligati ad abbracciare e che ha nella venerazione degli Orixas il suo punto di ricaduta più significativo.
Si tratta di divinità di origine africana ormai associate a quello dei santi cattolici, per cui ad esempio ad Oxala, il creatore di tutte le cose, è associata la figura di Gesù Cristo. Ma gli Orixas sono anche recepiti come portatori dell’energia universale che è in tutti gli esseri viventi. Ed è proprio la raccolta delle 27 incisioni in legno a grandezza naturale degli Orixas, ciascuno raffigurato con le sue insegne ed i suoi attributi, opera dell’artista brasiliano di origine argentina Carybé (Hector Bernabò) tra il 1968 e i primi anni Settanta, che costituisce il pezzo forte de museo [fig.8].

Come ci ha spiegato la guida locale, a Salvador (due milioni e quattrocentomila abitanti) la popolazione oscilla tra i poveri o molto poveri che vivono nelle favelas (ma che qui non vogliono che si chiamino così), groviglio di baracche arrampicate sui pendii e senza strade ma solo con strette scalinate, e i ricchi o molto ricchi che vivono in periferia in avveniristici grattacieli con splendide viste sull’Oceano; tra questi estremi il resto della popolazione si divide tra la zona portuale e il quartiere di Barra, affacciato sul mare e dove si trovano le divertentissime statue delle “cicciottine”, [fig.9] il vecchio centro storico della città bassa, abbastanza povero, il tranquillo quartiere collinare di Bomfim dove si trova la basilica di Nosso Senhor, meta di un pellegrinaggio costante, e la zona con i nuovi grattacieli citata prima: un puzzle affascinante di tradizione e innovazione, folklore autentico e voglia di futuro che può costituire un viatico perfetto per un primo incontro con il Brasile.

Abbandonata Salvador, dopo aver visitato anche Santo Amaro, con un ricco mercato e Cachoeira oggi abbastanza decaduta ma che conserva ancora splendide chiese barocche, abbiamo preso il volo per Rio de Janeiro dove siamo arrivati di sera alloggiando in un hotel con vista sulla mitica spiaggia di Copacabana.
Descrivere in poche parole Rio, una città di sei milioni e settecentomila abitanti che con l’hinterland supera i quattordici milioni è praticamente impossibile ma necessario almeno per sfatare alcuni luoghi comuni del passato: pericolosa, caotica, dove si balla la samba e si gioca a pallone tutto l’anno e dove non piove mai. Si tratta invece di una città abbastanza sicura almeno in molti quartieri, pulita, che trasuda benessere anche nei suoi negozi alla moda, dotata di una splendida architettura contemporanea, circondata da una natura lussureggiante e con una foresta tropicale enorme dentro la città, il parco della Tijuca, e naturalmente chilometri e chilometri di bianchissime spiagge, lambite, e a volte anche aggredite, dall’Oceano e dove vedi gente correre a tutte le ore del giorno e della notte.
Se Salvador è bella e malinconica, Rio è magnifica ed esplosiva, direi addirittura eccessiva in tutte le sue componenti, le spiagge infinite, le strade larghissime, il traffico inesauribile, i panorami mozzafiato, le favelas (qui le chiamano così) gigantesche, le architetture futuribili ma perfettamente integrate col resto della città. Ma anche lei custodisce il segreto di un dolore antico che molto intelligentemente Luiz, la nostra guida locale, ha voluto mostrarci prima di iniziare le visite del resto della città: il quartiere africano, ovvero “Pequena Africa”, nella zona portuale, con il Cais do Valongo, oggi dichiarato patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, che era l’antico molo dove giungevano gli schiavi africani [fig.10];

qui si trova Pedra do Sal, storica piazzetta dove sarebbe nata la Samba ed è tuttora piena di fermenti musicali ed artistici. Poco distante si trova quello che è stato fino a non molto tempo fa il più grande murale del mondo Povos nativos dos 5 continentes di Kobra, celebre muralista su cui presto tornerò e che raffigura cinque volti giganti di altrettanti nativi di tutti i continenti [fig.11].

Proseguendo il mio racconto, più che la cronaca dei tre giorni di visita della città, citerò in ordine sparso luoghi, monumenti e panorami che più mi hanno impressionato. Tra questi ultimi certamente il Corcovado e il mitico Cristo Redentore è il più impressionante e rimane un luogo imperdibile, per quanto inflazionato [fig.12];

e subito dopo porrei la terrazza panoramica del Parque das Ruinas, nel quartiere di Santa Teresa con una vista magnifica che abbraccia tutta la città [fig.13].

Tra i monumenti avveniristici porrei al primo posto il Museu do Amanhã (Museo del Domani) di Santiago Calatrava, proiettato sul molo di Mauá come un uccello in volo e che si ispira alle forme delle bromelie del Giardino Botanico [fig.14].

Si tratta di un edificio neofuturista in calcestruzzo, vetro e cemento, che sfrutta anche l’energia solare e la climatizzazione naturale e sembra voler realmente proiettare Rio verso il futuro. Di una ventina di anni precedente è il Museo di Arte Contemporanea (MAC), capolavoro tardo di Oscar Niemeyer, in cemento grezzo dipinto di bianco e che sorge, come un fiore gigantesco su un promontorio a picco sul mare, sulla baia di Guanabara [fig.15].

Ancora precedente è il Museo di Arte Moderna, uno dei primi esempi di architettura brasiliana brutalista, di Alfonso Eduardo Reidly e Burle Marx, che ha curato lo spazio verde circostante, anch’esso un’autentica opera d’arte. Reidly, che si è ispirato alle idee di Le Corbousier, ha progettato un edificio (1954-1967) dai possenti pilastri esterni in cemento armato a forma di V che lasciano lo spazio interno, sospeso a dieci metri dal suolo, completamente libero [fig.16].

Il piano terra è aperto e consente il passaggio dai giardini alla zona delimitata dal mare, mentre l’accesso al piano delle esposizioni è consentito da una scala a spirale anch’essa in cemento. L’8 luglio del 1978 il Museo ha subito un incendio devastante che ha distrutto oltre 900 opere, anche di alcuni dei principali artisti europei del 900. Oggi l’edificio ospita invece una delle maggiori collezioni di arte brasiliana moderna e contemporanea.
Altro fondamentale esempio di architettura brutalista è la Cattedrale di San Sebastiano, con una singolare struttura a tronco di cono alta più di 90 metri e che è ormai entrata a far parte del panorama urbano della città [fig.17]. E’ stata inaugurata nel 1979 e ne è autore Edgar de Oliveira da Fonseca. All’esterno è un monolite grezzo di cemento a forma di gigantesco alveare, che magicamente diventa all’interno uno spettacolare contenitore di luce grazie alle gigantesche vetrate che occupano tutto lo spazio interno.

Non distanti si trovano due dei principali monumenti della Rio barocca, ben poca cosa, a dire il vero, rispetto a Salvador de Bahia: il Monasterio de Sāo Bento (1617-1730) e il Convento de Santo Antonio con annessa l’Igrecia de Sāo Francisco da Penitencia, tutti edifici dall’austero esterno che magicamente si incendia all’interno in un tripudio barocco di dorati intagli floreali e angioletti danzanti.
Ma Rio possiede anche un immenso polmone verde che quasi si concentra nel Giardino Botanico, un oasi di pace che ospita più di 6000 specie tropicali, tra cui spettacolari palme di diverso tipo, bromelie, orchidee e anche il brasiletto, un legno rosso che ha dato il nome al Brasile.
Abbandonata la città, dopo un lungo viaggio nel nostro pullman che ha attraversato Petropolis, con il felliniano Palazzo Quitandinha, già uno dei più grandi Casino dell’America latina e ora Residence di lusso e con l’adiacente residenza estiva dell’imperatore Pedro II siamo giunti a Tiradentes, nel Minas Gerais.
Nella regione la scoperta dell’oro, avvenuta nel 1698, ha determinato per quasi un secolo una febbre che ha attirato migliaia di avventurieri di ogni risma (soprattutto i garimpeiros, cercatori di frodo clandestini che si sottraevano al monopolio del Portogallo) con improvvise ricchezze ma anche altissimi costi umani, dati i metodi primitivi di estrazione del prezioso metallo. Il progressivo esaurimento delle miniere in meno di un secolo ha poi determinato il passaggio ad una economia agricola di sussistenza e all’allevamento, prima della rivoluzione industriale del XX secolo ed al trasformarsi di alcuni luoghi in centri di alto interesse turistico e culturale come Tiradentes, dove ci siamo fermati per due giorni.

Certo il passaggio da una megalopoli come Rio a questa ridente cittadina di poche migliaia di abitanti non poteva essere più drastico ma anche riposante, per le sue stradine di grezzo acciottolato, le sue basse case bianche dai portali di vivaci colori [fig.18], le sue belle chiese barocche incredibilmente numerose, il suo singolare Museu de Santa Ana, dedicato alla più ricca raccolta votiva dedicata alla madre di Maria e soprattutto la chiesa di Sant’Antonio, dalla sobria facciata di Aleijadinho (artista su cui presto tornerò) ma dal rutilante interno barocco tra i più sfarzosi dell’intera regione. Ma la cittadina è anche piena di negozi e botteghe artigianali di ogni tipo, tra cui questa distilleria dove ci siamo fermati ad assaggiare il più noto liquore brasiliano, la cachaçha, base anche per la caipirinha il cocktail che non può non provare almeno una volta chiunque visiti il Brasile [fig.19].

Non lontano da Tiradentes si trova uno dei complessi monumentali più spettacolari dell’intero Brasile, il Santuario di Bon Jesus dos Matosinhos, con la monumentale chiesa terminata nel 1773 e arricchita dalle splendide statue dei dodici Profeti dell’Antico Testamento opera tarda (1800-1805) di Aleijadinho (Antonio Francisco Lisboa, 1730-1814) definito con una certa enfasi come il Michelangelo del Minas Gerais [fig. 20]

e che aveva appena terminato la Via Crucis disposta in sei cappelle laterali e contenente ben sessantasei statue in pietra sapone, materiale tenero e modellabile che l’artista, ormai afflitto da una grave malformazione agli arti, poteva scolpire con minor sforzo [fig.21].

Anche se Aleijadinho non è mai stato in Europa è evidente come egli si sia qui ispirato ai Sacri Monti italiani e portoghesi, mentre le sue statue dei Profeti dimostrano misteriose affinità con le sculture di Antonio Bonazza nel giardino di villa Widman a Bagnoli di Sopra raffiguranti i personaggi della commedia dell’arte, di una cinquantina d’anni precedenti. Analoghe sono le forzature fisiognomiche e la dinamicità delle forme anche se la morbidezza tardo barocca dello scultore padovano acquista nel Lisboa una drammaticità e spigolosità di grande potenza espressiva. Nella via Crucis poi Aleijadinho diventa veramente un artista totale, fondendo scultura, pittura e architettura in unicum veramente impressionante.
Le nostre visite nel Minas Gerais si sono concluse ad Ouro Preto, splendida cittadina di circa 78.000 abitanti, tutta un tripudio di chiese settecentesche e palazzi barocchi tra cui mi limito a citare la Basilica di Nossa Senhora do Pilar, e la Chiesa di San Francesco d’Assisi, nella cui facciata compaiono altri raffinati intagli di Aleijadinho, e poi piazze, vie acciottolate e case dai portoni multicolori come una Tiradentes in scala gigante, oltre ad un numero esagerato di boutique e negozi di ogni ordine e tipo che ne fanno sicuramente il centro turistico più importante dell’intera regione [fig.22].

Ed è proprio qui che è scoppiata la rivolta dell’Inconfidência Mineira che viene considerata l’atto di nascita del sentimento di indipendenza nazionale del Brasile. Per ribellarsi alla continua imposizione di tasse esorbitanti da parte della Corona portoghese non ostante il crollo della produzione aurifera, nel 1789 un gruppo eterogeneo di intellettuali, sacerdoti e militari si riunì nella città (allora chiamata Vila Rica) con l’intenzione di proclamare la Repubblica indipendente del Minas Gerais. Ma il tradimento di uno dei cospiratori fece fallire sul nascere la rivolta e uno dei suoi capi, il sottotenente Joaquim José da Silva Xavier, soprannominato Tiradentes, perché esercitava anche la professione di dentista, fu impiccato e poi squartato a Rio de Janeiro ed oggi è considerato il primo eroe nazionale brasiliano.
Da Ouro Preto, via Belo Horizonte, dove abbiamo preso l’aereo, ci siamo trasferiti a Brasilia, con un altro radicale cambiamento di prospettiva. Ma se devo essere sincero, la prima sensazione che ho provato visitando questa visionaria città, da romano d’azione quale sono, è stata quella di rivalutar alcuni monumenti e luoghi della nostra capitale, penso al Palazzetto dello Sport e al Villaggio Olimpico, che in qualsiasi altra città del mondo sarebbero luoghi dove portare migliaia di turisti e che invece noi lasciamo deperire in un indicibile degrado. Quanto a Brasilia, capitale federale con una popolazione di 2.800000 abitanti (circa 4.000000 con l’area metropolitana), bisogna separare l’aspetto estetico da quello filosofico-culturale. Intendo dire che l’idea di costruire dal nulla una gigantesca città dove trasferire in maniera sostanzialmente coatta (anche a fronte di un consistente aumento delle retribuzioni), le sedi politiche e parlamentari, i ministeri, i principali uffici, ecc. è qualcosa che mi sa tanto di regime autoritario, anche se attuato da un presidente liberamente eletto, cioè Juselino Kubitschek, dal il 1956 e il 1960.
Quanto all’aspetto estetico invece, anche se quelle piazze e quei viali squadrati e sterminati possono provocare a tratti una sensazione di agorà fobia, è indubbio che qui Oscar Niemeyer ha prodotto alcuni dei suoi massimi e avveniristici capolavori, a partire dalla Cattedrale (1958-1970), una struttura iperboloide con sedici pilastri in cemento armato bianco dalla forma ricurva simile a dei boomerang e che vogliono rappresentare due mani protese verso il cielo [fig.23], per passare alla piccola chiesa di Nostra Signora di Fatima (affettuosamente detta Igrejinha), già ultimata nel 1958 dal caratteristico tetto triangolare a falde rovesciate che ricorda il cappello di una suora.

E’ un monumento intimo, degno del miglior Le Corbusier, alle cui forme si ispira, e che presenta una coloratissima decorazione con azulejos blu e azzurri con all’interno delle colombe bianche, opera di Athos Bulcão [fig. 24].

Ma Niemayer è stato anche colui che ha saputo dare dignità estetica alle ambizioni autocelebrative di Kubitschek, a partire dal palazzo del Congresso Nazionale, con le due bianchissime cupole, concava e convessa, situate sulla terrazza, che affiancano due torri gemelle di 100 piani di altezza e conferiscono all’insieme un equilibrio assoluto tra forme rette e forme circolari, vetro e cemento non ostante la loro dimensione gigantesca [fig.25].

Ma soffermarsi ulteriormente sull’intera attività di Niemayer, affiancato da Lucio Costa e Burle Marx, nella capitale brasiliana richiederebbe troppo tempo per cui mi limito a citare in rapida successione il Palazzo dell’Alvorada, residenza ufficiale del presidente della Repubblica, il palazzo del Planalto, sede ufficale della presidenza, il palazzo Itamary, sede del Ministero degli Esteri e il Memorial Juselino Kubitschek.
Da Brasilia ci siamo spostati a San Paolo, tappa finale del nostro viaggio. Anche questa immensa megalopoli (dodici milioni di abitanti) ha goduto fino a poco tempo fa di una pessima nomea, pericolosa, sporca, brutta, mentre è la vera capitale culturale del paese, con i più bei musei d’arte moderna e contemporanea, i più bei murales e alcuni dei grattaceli più belli dell’intero Brasile. Quanto a questi ultimi, negli anni Trenta e Quaranta del XX secolo San Paolo aveva l’ambizione di porsi come la New York del Sud America, anche grazie alla costruzione di due edifici che hanno a lungo caratterizzato il panorama urbano della città.
Il grattacielo Martinelli (dal nome del suo primo proprietario, l’italo-brasiliano Giuseppe Martinelli, realizzato tra il 1924 e il 1934 e che con i suoi 130 metri d’altezza era l’edificio più alto dell’intera America [fig.26] e l’edificio Altino Arentes (1947) più alto del precedente di appena un metro.

La principale differenza di entrambi rispetto ai grattacieli statunitensi consiste nella loro struttura interamente in cemento armato e che ha fatto da apripista alla successiva architettura brutalista di Oscar Niemayer.
Ed è stato proprio l’enorme volto di quest’ultimo che ci ha accolto appena arrivati a San Paolo nel murale che è considerato uno dei capolavori dello street artist Kobra (al secolo Carlos Eduardo Fernandes Léo), nato a San Paolo nel 1975 e che proprio qui ha lasciato alcune delle sue opere più significative [fig.27].

Ma la capitale Paulista ha anche un intero quartiere, Vila Madalena, le cui strade, i cui vicoli ed i cui muri sono interamente ricoperti da graffiti coloratissimi e di ogni stile, dimensione e qualità (dai più raffinati ai più grossolani) e che costituiscono uno dei più vivaci e interessanti musei a cielo aperto al mondo per quel che riguarda questo particolare genere di espressione artistica [fig.28].

La nostra visita si è poi conclusa con i due più bei Musei di San Paolo: il Museo Afro Brasil, la cui struttura che ospita gli oltre 5000 pezzi dedicati alla diaspora africana in Brasile e raccolti dall’artista e intelletuale Emanoel Araujo è uno degli ultimi capolavori del solito Niemayer [fig.29] e la Galleria d’Arte Contemporanea dello Stato di San Paolo, detta anche Pina Luz, che espone alcuni dei principali artisti brasiliani, da Candido Portinari a Fefa Lins, tanto per fare due nomi, su cui mi riservo di tornare in uno dei prossimi numeri di questa rivista.

Intendo piuttosto chiudere questo mio scritto con un ricordo di Gaetano Miani (Troina 1920-Roma 2009) poliedrico artista che a San Paolo ha trascorso gran parte della sua vita e che ho potuto conoscere ed apprezzare personalmente. Il suo è stato un fecondo itinerario neo barocco dalla Sicilia a Roma al Brasile, dove ha ottenuto i suoi massimi riconoscimenti culminati in una grande personale al Museum de Arte de Sao Paulo nel 1988. I colori violenti della Sicilia, il barocco delle chiese romane egli li ritrova ampliati a dismisura in questa sorta di eden che lo attrae con la sua lussureggiante flora e con la libera sensualità delle sue donne, che egli puntualmente riproduce sulle sue tele: pittore figurativo, ma che trae dal suo innato senso del colore la molla per produrre opere di grande lirismo e che raggiungono nel libero fluire delle linee e delle forme cadenze musicali avvicinabili alla pittura del naturalismo astratto.
Le sue case azzurre e rosse nascoste dietro cancellate rigogliose come le piante ed immerse nel verde sfacciato della foresta. I suoi cieli rossi al tramonto e le sue incandescenti chiese barocche. I suoi fiumi sognati, i suoi frutti e le sue piante viste da troppo vicino, acquistano tutti il senso libero di una festosa e minacciosa invasione cromatica in una sorta di chiassoso Carnevale di Rio vegetale! E le sue modelle innocenti e provocanti ad un tempo, con la loro flessuosa nudità, rigogliose come piante tropicali, costituiscono il pendant antropomorfico di questo Paradiso, forse ritrovato [figg. 30 e 31].
30 , 31 Gaetano Miani
Insensibile alle mode culturali ma non alle autentiche innovazioni stilistiche Miani ha sviluppato una sua personale cifra stilistica che ha ottenuto il giusto riconoscimento, oltre che dal sottoscritto, da alcuni dei maggiori critici d’arte contemporanei, da Pietro Maria Bardi a Maurizio Marini, da Marcello Fagiolo dell’Arco a Claudio Strinati ma che attende ancora la definitiva e meritata consacrazione in Italia oltre che nel Brasile.
Sergio ROSSI, Roma, 20 Settembre 2026


